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Marco Tonato 

marco.tonato@libero.it 

Sadhana l'urlo del silenzio

 

E' domenica, la mattina di una fine settimana di primavera, alle prime luci dell'alba, mi alzo di scatto quando la sveglia elettronica emette quel suo suono metallico e stupido. Di colpo mi ritrovo ad annaspare tra la stanza in cerca di qualcosa da mettere. Dopo aver indossato una felpa di cotone un paio di jeans e avermi infilato le ciabatte, esco dalla camera per andare a preparare la colazione. Nel momento in cui apro la porta della camera, sono investito da una luce così forte da farmi perdere l'orientamento. Avanzo tenendomi con le mani al muro, come uno che cammina sul cornicione, non riesco a capire se sono i miei occhi che non vedono o se la luce non mi lascia scampo. Prima di entrare in cucina, mi fermo un attimo al bagno a sciaquarmi il viso, visto che non riesco proprio a svegliarmi. Ho quella strana faccia che ti viene dopo una serata passata a fare il balordo in discoteca a bere e a fumare. Lo specchio mi riflette con un'immagine distorta, ho i capelli tutti arruffati tipo cocker, le palpebre degli occhi sono nere a forma di mezza luna rovesciata. Questa mattina non mi riconosco proprio, di solito esco dal letto con un aspetto più dignitoso ma nonostante tutto mi appare tutto molto buffo. Lavatomi e sciaquatomi abbondantemente, dato l'aspetto che mi ritrovo ad avere, finalmente m'infilo in cucina, preparo la moka per il caffè con lentezza e mentre aspetto d'udire il suono rauco della stessa, entra mio padre, ci salutiamo con il solito freddo e quieto modo. "Ciao papa'". Lui. "Ciao ". Dopodiché mio padre nella sua solita stressante abitudine mi chiede dove sto andando. In modo semplice e calmo, ma già irritato dalle sue solite domande, gli rispondo che vado a fare come abitudine, un giro nel bosco con il cane. Sentito ciò, mio padre, non contento mi chiede se penso di tornare per la S Messa. Irritato ancora di più, dovuto al fatto che sa bene non ci vada mai, gli rispondo con più forza e decisione. "Papa' mi hai rotto con questa storia, ogni santa domenica ti devo ripetere le solite cose, ma lo fai apposta? ". Lui, sgomento del mio modo di ringhiargli addosso s'innervosisce e replica assicurandomi che non vuole mi scaldi tanto. "Non vedo d'averti ferito con la mia domanda", mi dice. Lascio perdere per non rovinarmi la giornata, un giorno penso ci sarà anche posto per i nostri malintesi e riuscirò sicuramente a mettere in carreggiata il nostro debole ma pur sempre valido rapporto di padre e figlio. Uscito di casa, dopo aver consumato la colazione un po' irretito, sono travolto come da un camion, dal mio cane, che nella sua foga, scaturita da una gioia incontrollabile, mi assale letteralmente in puro stile felino, senza però arrecarmi nessun danno. Dopo che l'entusiasmo del mio cane si trasforma in una più moderata e allegra dimostrazione d'affetto, preso il guinzaglio e indossati gli scarponi, parto con grand'euforia verso la solita e piacevole destinazione. Da subito mi accorgo di quanto sia bella la giornata che sta per iniziare, il cielo è sereno con qualche nuvoletta sparsa e rende il tutto un po' più pittoresco. I boschi che mi circondano sono già ricolmi di primavera, si sta già aspettando con ammirazione la nuova stagione che trabocca di colori e di profumi primaverili.

Le gambe sono indolenzite e non riesco ad attuare un'andatura adeguata, mi sento in pace con l'esistenza, sono in essa, però il mio corpo fisico, la forma, è di tutt'altra idea. Nell'incamminarmi verso l'eremo, il posto che normalmente frequento, incontro alcuni visitatori dall'aria e dall'aspetto simpatico, molti di questi, provenienti da paesi lontani, lanciano un alone di stupore allo scorgere di tanta bellezza. Ora osservando con più attenzione posso vedere con chiarezza l'aprirsi della nuova stagione abbracciare l'estasi della rinascita. Si nota da subito il candido bianco delle campanelle macchiato qua e là da piccoli e coloratissimi gruppetti di primule. Il sottobosco oramai scema di colori autunnali, noto che il risveglio è già abbondantemente iniziato, le piante svuotate delle loro foglie dall'incalzare del gelido inverno ora sono ricolme di germogli verdi. Constatato che l'andatura si è fatta più sciolta e più amichevole, proseguo rimbalzando qua e là sul sentiero oramai familiare, le gambe rullano come impazzite per trovare la migliore aderenza, tutto mi riconduce consapevolmente all'età fanciullesca. Arrivato all'eremo, mi siedo in un tavolino di pietra che serve ai visitatori per consumare il picnic. Sono circondato da cosi' tanta bellezza che non riesco a focalizzare un punto di ristoro, non riesco a tenere a freno la mia mente, tutto passa e torna velocemente, non riesco a focalizzare momento per momento tutto quello che vedo. Ad un certo punto sento un suono provenire dall'altra parte dell'eremo, mi sembra di capire provenga da una delle tante grotte che si trovano nei paraggi. Scendo dal tavolino incuriosito e mi dirigo all'indirizzo del suono, non è altro che un battito ritmato di bongo, più mi avvicino e più mi entra nella testa, o nel mio cuore, sono contagiato da tutto ciò dovuto anche dal fatto che normalmente il posto mi mette sempre in soggezione per la sua tranquillità e la sua primordiale misticità. A pochi passi dalla grotta, da cui fuoriesce il ritmo battuto del bongo, quasi a richiamare l'istinto animale che ora mi trovo ad avere, mi fermo più per paura che per un valido motivo. Constatato che la paura è solamente una mia proiezione, scorgo dall'imbocco della grotta una figura dalle somiglianze indiane. I capelli, lunghi e bianchi donano un aspetto mistico e religioso ad un corpo snello e longevo. Dopo un attimo di timore e di studio, assumo la posizione del loto a pochi passi dal tipo e mi lascio trasportare dalle onde sonore del bongo. Il silenzio che si frappone tra un battito ed un altro mi trascina giù fino in fondo al mio essere, sento il ritmo avanzare sempre più dentro il mio corpo, nel mio interno più interno, mi arriva in toni cosi forti che mi si sente scoppiare dentro, come se la musicità avesse trovato la sua esplosione nell'istante in cui trova il mio centro. Ricordo di essere entrato in uno stato estatico per circa mezz'ora, o forse per un attimo, un'eternità, non potevo rendermi conto, era troppo bello, il tempo non aveva confini, spazio, era tutto un'immensa e vasta prateria di gioia e danza, tutto si focalizzava in un punto. Il tipo, fermatosi all'improvviso, mi riporta catapultandomi d'un tratto alla realtà. Apro gli occhi di riflesso costatando lo strano ma efficace modo di fare, lui, sicuramente serba lineamenti indiani, non un cenno al mio indirizzo, non una sola mossa o un solo gesto al mio indirizzo, quasi a snobbarmi, a tenermi fuori dei suoi confini. Dopo averlo osservato con totale ammirazione, mi avvicino ancora un po' per scorgere in lui qualcosa di familiare, ma la mia cocciutaggine si dimostra del tutto inutile. Allora ci prova anche il mio fedele cane, scodinzolando si avvicina furtivamente fino quasi a sfiorarlo, ma il tipo impassibile e composto non ci fa caso. Deluso, dopo circa dieci minuti, effettuo un ultimo tentativo facendo vibrare la mia voce. "Buongiorno ", gli dico rompendo il silenzio della grotta. "Come mai da queste parti? ". Lui, ancora sulle sue m'ignora nuovamente e così, richiamato il cane, parto per tornare a casa. Mentre proseguo il sentiero che mi riporta giù in paese, mi riecheggia nelle orecchie lo strano ma invitante battito del bongo e di nuovo mi entra come abbagli di luce. Mi sembra di venire oltrepassato da una rasoiata di calore, quasi a perforarmi senza però sentire alcun dolore, anzi, la vibrazione che scaturisce tale melodia, mi penetra con dolcezza nell'intimo, come se i battiti non fossero altro che i battiti del cuore della persona amata. Arrivato giù in paese, scosso e rapito da tanta beatitudine, rientro a casa, deposito lo zaino e do da mangiare al cane. Entro in casa, saluto mio fratello che nel frattempo si è alzato dal letto e vado a farmi una doccia ristoratrice. Mentre faccio la doccia, ritorna alla memoria quel visto e udito su all'eremo, la voglia di raccontarlo al mio amico Antonio mi fa nascere un'ansia che si tramuta in un sentimento liberatorio. L'ora di pranzo mi siedo a tavola nel solito posto. Mio padre, a capotavola, sprigiona la sua spiccata autorevolezza in modo visivo, quasi fosse ancora incerto di tanta autorità. Comincio a mangiare senza far caso alla conversazione che mio padre e mio fratello stanno facendo, l'ignorarli però vedo non li turba per niente, io, raccolto nei miei pensieri, mi assaporo con squisito appetito la pasta. Passato qualche minuto, mio padre, rivolgendomi la parola all'improvviso, mi chiede curioso della mia risposta, com'è andata la passeggiata nel bosco, se ho incontrato qualcuno o se invece ho trovato qualcosa di speciale da raccontare. Gli rispondo di aver incontrato un tipo strano, ma non uno strano inteso come tale, strano nella sua semplicità, nell'attrazione che scaturiva verso di me. "Suonava il bongo", gli rispondo subito. "Vicino all'eremo". Allora mio padre dice scontroso; "Ocram lo sai che bisogna stare attenti agli estranei, e che non bisogna avvicinarsi a certi tipi ". "Papà, certo che lo so, non continuare per favore a stressarmi la vita con le tue solite romanzino, " gli dico. "Ti capisco, ma non sono nemmeno uno stupido, e poi non ci ho nemmeno parlato, quindi, qual è il problema? ". E lui. "Lo dico per il tuo bene e sappi in ogni modo che sono più vecchio di te e la so certo più lunga ". Non ci sto e rispondo; "Sei sempre li solito rompiballe che vuole impormi quello che devo e quello che non devo fare, ho vent'anni e so quello che faccio, non sarai certo tu ad insegnarmi come mi devo comportare a quest'età". A questo punto mio padre comincia ad urlarmi addosso che lo manco di rispetto, che lui a suo padre non avrebbe mai risposto in questo modo, dunque non era un atteggiamento da farsi. Lo assecondo per non litigare ancora di più, e me ne vado per non continuare in quella stupida scenata.

Trovo un mio coetaneo al bar, che normalmente frequento e chiedo se ha visto il mio amico Antonio, lui guardandomi di traverso mi fa cenno di no con la testa, allora mi dirigo velocemente verso casa sua. Arrivato a casa d'Antonio, un tipo che si fa spinelli di brutto, suono il campanello. Dopo un attimo d'esitazione, esce sua madre, gli chiedo se posso parlare con suo figlio, ma lei, accortasi subito della mia reale visita, mi anticipa dicendomi che Antonio è al fiume a pescare e che probabilmente non sarebbe tornato prima di sera. Salutata sua madre, parto alla ricerca d'Antonio. Strada facendo, mi passano davanti agli occhi dei flash. Subito non riesco a decifrare il significato di tali, ma nel volgere la ricerca del mio amico, tutto diventa chiaro, sto pensando a quello strano incontro, quello con il vecchio. Passata più di mezz'ora, alla ricerca di Antonio con relativo rompimento di, trovo il mio simpatico e adorabile amico intento a fumarsi una beata e sinuosa canna di Maria, per certi santa, e con l'altra canna, quella da pesca, per intenderci, appoggiata alla gamba di una sedia di plastica sfatta. Al mio arrivo, Antonio, incredulo, mi chiede; "Ocram, che diavolo ci fai tu qui? ". Ed io. "Sono venuto a cercarti perché ti devo parlare di una strana cosa che mi è successa stamattina, mentre ero col cane su all'eremo ". Lui. "E che cosa ti sarebbe successo di così terribile o entusiasmante, da venire fin qui, in cerca di me, visto che non ci sei mai venuto?". "Sono appunto venuto qui per poter parlarne con qualcuno e si dal caso che quel qualcuno sia proprio tu ". Lui, mi guarda perplesso e mi risponde che gli sembro ebete o forse arrabbiato. Replico affermando che ebete forse non lo sono, ma che arrabbiato lo ero di sicuro, dato che avevo appena finito di litigare, si fa per dire, con mio padre. Così, comincio a raccontargli che ho trovato un tipo strano su all'eremo e che nonostante abbia tentato l'approccio, non mi ha minimamente degnato di un solo sguardo. Antonio, dice sorridendo, che cosa me ne poteva fregare, io, invece rispondo che m'interessa assai. "Non è da tutti i giorni trovare una persona così, non l'avevo mai notato prima", gli dico. "Anzi, sono sicuro di non averlo mai visto in precedenza, e che la sua figura mi è stata impressa dall'aspetto carismatico e solitario". Antonio ribatte che a lui del tipo non interessa un gran che, e che se sono venuto al fiume per rompergli con sta storia posso anche andarmene. Mi giro dall'altra parte per attutire quello che mi sta dicendo Antonio, poi lo scruto negli occhi. "Antò, ma quanto hai fumato oggi?". Si mette a ridere come un pazzo privo di cure, si sbilancia dalla sedia cadendo all'indietro, nella caduta si rompe la canna da pesca ed anche la sedia, mi metto anch'io a sganasciare, mentre lui impreca a gran voce tutto quello che gli passa per la testa, tante bestemmie e molte parolacce che addirittura non n'avevo sentite mai prima. Mi siedo vicino a lui, sull'erba, dato che il posto lo permette, è carino, c'è un prato molto verde punteggiato dai colori dell'arcobaleno, lo scrosciare del fiume sembra una canzone per bambini, come la ninna nanna, il vento mi accarezza leggermente i capelli e si ode il canticchiare degli uccelli che risvegliatosi dall'inverno anche loro contribuiscono al sorgere della nuova stagione. Guardo Antonio in modo ansioso e noto che ammicca un leggero sorriso da folletto, tipico del fuori di testa, ora, ripresosi, mi chiede spiegazioni più dettagliate a riguardo. Gli assicuro che appunto sono venuto al fiume per sentire se ne sa qualcosa, ma già mi accorgo dal suo gesto negativo che non ne ha la più pallida idea, quindi lascio perdere e mi metto d'accordo per uscire la sera. Lo saluto con una pacca amichevole sulla spalla e lo lascio al fiume con un; " A più tardi ". Torno a casa, e mi accorgo che la giornata oramai è andata, il sole sta scomparendo all'orizzonte, la luce, fiacca, minaccia già l'avvicinarsi dell'oscurità, ma nonostante tutto e tutti sono contento, non so precisamente perché, ma la domenica trascorsa mi è stata utile, mi sento diverso, forse ho notato qualcosa che stuzzica il mio interesse, ho qualcosa cui pensare d'importante, mi pare aver conquistato e conosciuto qualcosa d'identificabile, qualcosa che vale la pena essere conosciuto e approfondito. Arrivato a casa, subito mi viene incontro il mio carissimo lupo, lo faccio giocare come il solito per un po' con la pallina di gomma, comprata apposta per non rovinargli i denti, così mi ha sempre detto il veterinario di fiducia, poi entro in casa tutto raggiante per la gioia che ogni volta il mio cane mi trasmette. In casa, saluto mio padre e mio fratello, mi rallegra notare mio padre già rilassato. Vado subito a farmi una bella e rilassante doccia, quella doccia che speri di farti quando ne senti quel bisogno assoluto, quando appiccichi tutto e non vedi l'ora di assaporare l'acqua sulla pelle, quando senti che scorre dalla testa ai piedi donandoti la sensazione di una scossa elettrica, come se l'acqua fosse folgorante. Dopo aver fatto la doccia, mi vesto a puntino per uscire, camicia bianca con jeans e scarpe nere lucide, un po' fighetto e un po' sportivo, vado in cucina, mi preparo un'insalata mista e un petto di pollo sulla griglia, ceno, e parlo con mio padre delle cose che mi sono successe al fiume, fortunatamente senza nessun litigio ed esco in preda ad un entusiasmo colmo di frenesia per l'incalzare della serata. Trovo Antonio, che si sta facendo una superba cannozza di marijuana, gli chiedo dove siamo diretti, lui, mi risponde che intanto finisce di farsi la canna e che poi si vedrà. Finita l'opera d'arte, Antonio accende la canna e comincia a fumare come volesse mangiarla, fuma in modo nevrotico e frenetico, con bramosia, quasi fosse un gelato al limone che rinfresca il palato in una giornata afosa di prima estate, mi chiede se voglio fare un tiro, io, d'impulso, faccio un paio di tiri abbondanti e subito sento l'effetto che invade la mia testa, come lo scoppio della granata al tocco del suolo. Ora tutto mi passa davanti in maniera veloce e confusa, vedo Antonio che mi osserva con disinvoltura, d'altronde per lui è normale, ci mettiamo a ridere come due bambini appena compiuta la marachella, poi Antonio mi esclama; "Ehi Ocram, tutto a posto?, sei già andato mi sembra è? ". Ed io. "Ti sbagli di grosso, se ho appena che fatto un tiretto". Subito dopo mi gira e rigira la testa in modo vorticoso, ho strane sensazioni, sembra di essere in possesso delle mie capacità sensoriali e allo stesso tempo non lo sono, tutto va e viene come un'onda del maremoto, tutto precipitoso e incasinato da non capirne più il senso. Mi siedo su di un sasso e Antonio mi fa; "Mi avevi assicurato che non sentivi nulla, e adesso devi addirittura sederti, con quella faccia stravolta che ti ritrovi ad avere, a chi la vuoi dar da bere? ". Lo guardo e faccio segno che si sieda anche lui un attimo, il tempo per ritornare un po' all'origine. "Senti Antonio, in queste condizioni possiamo andare solamente a divertirci in qualche locale o in qualche discoteca, tu che ne dici?", gli esclamo scoppiettante. "Per me fa lo stesso, dove vuoi tu ", risponde a tono Antonio. "Cosa ne dici se intanto che mi passa un po' ce n'andiamo in una birreria?". "Va benissimo", dice Antonio, così ci dirigiamo alla macchina. Saliti in macchina, accendo il motore della mia golf sgangherata e mi metto in strada, accendo la radio e metto un cd dei Pink Floyd. Antonio mi da l'ok con il pollice e ci mettiamo a ridere da scemi. Ad una curva, quasi esco da strada, ma la buona sorte m'impedisce di andare a sbattere su di un muretto. In macchina cominciano a farsi strada discorsi assurdi, io, in preda a non so quale ragione, comincio dare in escandescenza. I discorsi che ora mi ritrovo a fare non hanno alcun significato, comincio a dire ad Antonio che potrei diventare un ottimo meccanico di Ferrari, addirittura che potrei essere anche un ottimo pilota. Antonio mi ride addosso in maniera convulsa e balbettando dalla spasmodica risata ribatte che al massimo posso fare il meccanico si, ma di biciclette. Canticchiando la canzone The Wall, replico che lui non sa niente delle mie qualità meccaniche. In questo preciso momento posso essere qualsiasi cosa tanto sono fuori, tutto mi sembra facile, le cose mi appaiono così semplici, da non capire come mai ci vuole tanto a farle. Arriviamo ad un American Pub e c'infiliamo dentro come cani randagi, sembriamo due depravati in cerca di lussureggianti femmine in calore, abbiamo tutti e due gli occhi sparuti all'infuori, camminiamo in modo irregolare e tastoni, la gente affollata nel pub, ci guarda quasi a cacciarci via al primo acuto. Ci sediamo ad un tavolino appartato e da lontano scorgo una faccia che non mi è nuova. Passato l'attimo in cui lo sguardo lascia posto al pensiero, una tipa, si avvicina e mi chiede se sono un certo Davide. Rispondo a malapena che sicuramente ha sbagliato persona, lei, continua nella sua pantomina con un atteggiamento disinvolto e sicuro. Dopo un po', Antonio esce dal guscio e si mette in luce dicendo; "Ma tu, sei la gioconda? ". Si capisce che la domanda è più scema di stupida, ma lei infischiandosene palesemente risponde; "Certo che lo sono, non te n'eri accorto subito?". "Come no, aspettavo solamente una conferma ", gli replica Antonio perso come non mai. Guardo Antonio perplesso e penso che è tutto matto, continua a sparlare di cazzate, ma noto che la tipa non è da meno. A questo punto mi estraneo dai loro discorsi, anche perché le cazzate che continuano a dirsi mi danno la nausea, quindi, rotti gli indugi mi espongo e dico; "Scusa Antò, mi sono rotto le balle con sta conversazione, cosa dici, ordiniamo da bere, oppure pensi di dover passare tutta la sera con sta lagna?". I due si guardano negli occhi e si mettono a ridere, Antonio mi parla ad un orecchio e si rigira.

Sono in macchina da solo, sto guidando velocemente giù per una stradina e non ricordo più dove va a finire, mi guardo attorno per cercare un punto di riferimento e trovo quasi per caso un incrocio che sembra familiare. Svolto a destra e proseguo per una strada che porta ad un laghetto, fermo l'auto e la spengo. Alzo il volume della radio, chiudo gli occhi per un istante, sento girare la testa, tutto quello che volevo fare con Antonio in serata è andato, è sparito con la tipa chissà dove, mi ritrovo da solo ad ascoltare la radio della mia auto in un clima surreale. Guardo l'orologio e faccio un balzo, sono già le tre di notte, mi sembra di essere rimasto appena un po', invece sono già passate due ore. Accendo la macchina e me ne torno a casa. Il giorno seguente vado a casa di Antonio, è ancora a letto alle undici, sua madre incazzata mi dice che ha già provato a svegliarlo più di una volta, senza risultato. Insisto che devo assolutamente parlargli, lei, riprova con fare svogliato a richiamarlo fuori dal letto. Passati un paio di minuti, si presenta a me con tutta la sua spossatezza, fa cenno con la mano di seguirlo in salotto tanto per restare per i fatti nostri. Si scusa immediatamente per quello che è successo la sera prima, ribatto che non importa, anche se il pensiero non è quello. "Antonio, voglio parlarti del tipo, ricordi?". "Certamente che ricordo, ma si da il caso che non m'interessi affatto. Ocram, è solamente uno che suona un bongo tanto per farsela passare ". Ed io. "Se ti dicessi che non è solamente strano, cioè che ha tutta l'aria d'essere qualcuno d'importante, che ne so, un mistico, uno di quei tipi che la sanno lunga?, cosa ne penseresti? ". Lui. "Ti pare il caso di pensare a ste stronzate?, il mistico, uno che la sa lunga, per me è uno che si sbronza e si fuma l'impossibile e poi si fa i cazzi suoi, ecco tutto". Resto perplesso dalle parole di Antonio, ma dentro di me, s'insinua una strana idea. Antonio, ora più tranquillo della sera precedente, mi convince a restarne fuori. "Non è che sia pericoloso", mi dice. "E' solo che non ti devi rompere troppo con sta storia tutto qui". Lo ascolto, ma le parole entrano ed escono simultaneamente, quasi fossi privo di orecchie. Neanche il tempo di restare tranquilli, che Antonio comincia a rullare un'altra canna, gli dico di metterla via, ma insiste e in un minuto ce la già in mano accesa. Se in questo preciso istante fosse entrata sua madre, ci avrebbe sgammato di brutto, faccio notare, ma lui, incurante dell'avvertimento ribatte che non ce nessun problema, tanto sua madre è al corrente di tutto. Faccio un paio di tiri e me ne torno a casa. La sera mi telefona un'amica, una certa Alessandra, ci mettiamo d'accordo per uscire assieme a mangiare un boccone. Andiamo in una pizzeria fuori mano, per strada mi racconta entusiasta delle vacanze trascorse ai tropici, vinte per l'occasione dalla continuità nel lavoro. Racconta inoltre di aver conosciuto un tipo e che probabilmente riesce a vederlo ancora. Perplesso e curioso gli chiedo; "Scusa se ti disturbo un attimo, ma tu non sei assieme a Massimo da ormai tre anni? ". E lei. "Ci sono ancora assieme, ma sai siamo in rotta e capisci no? ". Ed io, impaziente. " Non ho capito bene, stai con Massimo e te ne porti a letto un altro?, ma sei scema e ti droghi?. Non ti ci vedo proprio, fino a ieri mi parlavi tanto bene del rapporto con il tuo fidanzato, tu che a spada tratta difendevi i rapporti duraturi nati con spirito amorevole e innata intelligenza". "Sai Ocram, in certi momenti ti senti diversa, tutto quello pensavi fosse, dopo un attimo non lo è più, trovi una persona e pensi sia l'unico a capirti, che ti sa dare quello che vuoi veramente, almeno questo lo pensi subito, perché poi va a finire che è solamente una tua proiezione, un tuo ricorrente sogno. Tutto all'inizio sembra combaciare come un mosaico, poi man mano che il tempo passa ti accorgi che la persona che hai davanti torna quello di prima, se stesso, non ha più la vitalità. L'energia che aleggiava attorno ora è svanita nel nulla, tutto quello che avevi visto e che avevi trovato di buono resta solamente un altro sogno, più angoscioso". "Alessandra, non riesco ancora a capire come hai fatto a cornificare Massimo, anche tu, come tutti ". "Una persona ", dico. "Vive una storia d'amore e cosa fa nella maggior parte dei casi, prima o poi la cornifica. Dov'è il rispetto, dov'è il sentimento d'amore che li unisce, dove sono le persone con un senso logico di ciò che fanno?, poi sento dire di quelle stronzate, tipo, che il furbo o la furba sono quelli che li fanno, ma secondo te ", gli dico ad Alessandra. "Ti sembrano più furbi o intelligenti quelli che li mettono?, a me in tutta sincerità, sono proprio loro i perdenti e stupidi. Come si fa ad essere furbi quando con le tue stesse mani ti torci il collo?, se hai una relazione con un/a tipo/a e lo cornifichi, non ti sembra sia una cosa da bambini?. Solamente un'inconsapevole può pensare di essere più tosto, più furbo ". Lei, restata ad ascoltare muta come un pesce esclama; "Ma tu gli hai mai fatti i corni? ". "No mai, perché, non ti sembra vero, oppure pensi che non abbia il coraggio d'ammetterlo? ". Gli rispondo a modo. E lei. "A sentire come parli posso anche credere in fiducia, sai però com'è". " Resta sempre solamente una stronzata ", gli ripeto. "Se uno è libero può fare ciò che vuole, ma se è fidanzato e per fidanzato intendo che la persona che hai davanti a te e quella che più ti piace, non solamente per il suo aspetto fisico e basta, ma nell'insieme, così come l'hai vista/o la prima volta, da come l'hai conosciuta, da come te ne sei innamorato, da come l'ami, con la A maiuscola, allora non capisco perché si debba rovinare tutto con una semplice storia occasionale, se veramente hai rispetto per te e per la tua amata, devi avere il coraggio di fermarti e di dire basta. Lo so che può ed è difficile, ma li sta il punto", ribatto convinto. "Sai quanti ragazzi/e conosco che al ritorno dalle/dai proprie fidanzate/i si uniscono in compagnia e vengono in discoteca o in qualche altro posto a provare di rimorchiare qualche altra/o ragazza/i?, mi domando come fanno ad amare una persona ed andare con un'altra. O si ama totalmente e quindi non hai bisogno di altro, oppure non l'ami semplicemente", replico. Alessandra mi guarda perplessa e un po' sbigottita, neanche si è accorta di aver mangiato tutta la pizza, tanta era l'attenzione. Rimango lì in disparte con i miei pensieri, mi trovo vuoto e ricolmo d'aria fresca, come se avessi tolto un peso, un macigno, ora sto divinamente meglio. Ora tutto è semplice e gradevole, muovo le mani con cura. Ogni movimento è dettato da una grazia sorprendente, perfino quello che mangio è diventato di colpo più saporito, più gustoso, sembra aver cambiato marcia, vado a mille. Alessandra, ricomposta la sua mente, mi chiede se ho voglia di accompagnarla al cinema. Spontaneamente dico di si, così ci dirigiamo alla cassa, pago, ed usciamo. Saliti in macchina, ci mettiamo d'accordo per la scelta del film, tutti e due optiamo per un film d'azione, quei film fatti di sparatorie e sangue. In macchina, le faccio cenno del giorno prima, del vecchio, lei mi ascolta incuriosita e distante, ne parlo vantando di averlo conosciuto su all'eremo. "Sembra uno che ha vissuto, che ha qualcosa da esprimere", gli dico contento e divertito. Lei, visto che non le importa molto, mi domanda se può accendere una sigaretta, la vedo nervosa e tesa, le do il consenso, poi, precipitosa, si gira, mi guarda e mi mette una mano sull'inguine. Gliela tolgo immediatamente. "Sei matta?, cosa fai, ci provi anche con me?", gli urlo nelle orecchie. "Pensavo lo volessi pure tu, mi sembrava aver capito che ci stavi". Ed io. "Ma secondo te, qual è il motivo che ti ha fatto credere tanto?". "Pensavo mi avessi invitata a cena anche per questo, che avessi un debole per me", si scusa lei. Non riesco a credere alle mie orecchie, ma guarda un po' questa che ti va a inscenare, per giunta dopo tutto quello che le avevo detto sulle coppie e sulle relazioni. La guardo ridendo e le rinfaccio; "Dovrei pure far finta di nulla, assecondandoti, e limonarti senza ritegno?". "Scusa", dice lei. "Ritiro tutto quello che ho fatto ". "Scusa un cazzo, non te ne frega un accidente delle relazioni e dei sentimenti, tu guardi con un solo occhio, ci vedi benissimo ma solamente da una parte". Divento rigido, fermo l'auto a destra e scendo a prendere una boccata d'aria. Resto cinque minuti sul bordo di un fiumiciattolo, ascolto l'acqua scorrere e zampillare, tutto è calmo li sotto, nulla è fuori posto, le alghe si piegano a destra e a sinistra senza costrizione, semplicemente si lasciano trasportare dalla corrente. I sassi ben levigati e rotondeggianti sembrano non far caso all'incessante passaggio dell'acqua, sono ritornato calmo e sereno, quel piccolo break mi fa tornare nei binari. Torno alla macchina, ingrano la marcia e porto a casa Alessandra. Nel tragitto, si scusa e fa capire che non voleva rovinarmi la serata. Impassibile, arrivo sotto casa sua, mi espongo dicendole che dopotutto forse ho esagerato, convinto comunque della mia idea, la saluto e riparto. Per strada tutto ritorna alla memoria, i discorsi sulla coppia, sull'amore, tornano risucchiati e nuovamente il mio essere, la mia anima s'imbatte nell'amore. Amore, una parola così piccola ma con un significato così grande, impercettibile, infinito, ti da e ti toglie allo stesso modo. Amare, non vuol forse dire amare incondizionatamente una persona?, non vuol dire semplicemente, apprezzare tutto di una persona, della persona che tu ami?. Se si ama, perché tutte queste storie?. Chiudo la riflessione arrivando nel garage di casa e m'infilo dopo un attimo in casa.

Passo la settimana a farfugliare con dei libri rintanato in casa, sto studiando, o così si può dire. Mi ritrovo la domenica mattina con il cane sul sentiero che porta all'eremo, incontro altra gente con altri cani, il mio si mette in luce per la sua non tolleranza nei confronti dei suoi simili, passo l'ostacolo ed assaporo tutto quello che la natura mi offre senza chiedere nulla in cambio. Da lontano sento uno strano rumore, tendo l'orecchio per sentir meglio, man mano che mi avvicino lo distinguo sempre più fino ad assaporare con meraviglia l'armonia e il battito già conosciuto in precedenza. Mi trovo a pochi passi dal vecchio, sta rullando sul bongo in modo frenetico, allo stesso tempo quello che ne esce è di una melodia primordiale, entra nel mio sangue come un ago gigante invisibile, penetra dappertutto, sono inghiottito da tanto stupore. Mi avvicino curioso e ansimante, non so come fare a fraternizzare, tento qualcosa per incuriosirlo, ma non ci riesco, allora mi siedo a pochi passi da lui e lo scruto. Ad un certo punto, si ferma e mi guarda diritto negli occhi, sono disarmato come non mai, manda una specie di fluido con gli occhi, non lo si vede, lo si percepisce. La sensazione allevia l'angoscia, ora il corpo è più tranquillo, il tempo mi è amico, non riesco a pronunciare però nessuna parola, non un gesto, un cenno, lui, apre finalmente bocca e mi chiede il nome. "Ocram", gli sussurro, poi non dico altro, niente di più. Il vecchio invece si avvicina e mi tranquillizza dicendomi di non preoccuparmi. Sono li da mezz'ora e incomincio a farmi un po' di coraggio, non è che il vecchio non me lo dia, anzi vicino a lui mi sento più forte, privo di paura, è semmai lo stato mentale che è incredulo di tutto ciò, che rinuncia ad uscire da quella strana sensazione. Apro bocca per la prima volta e quello che esce è chiedere chi è a lui. Dice di chiamarsi Josuè. Incuriosito dal nome riesco a formulare una nuova domanda. "Josuè, è da tanto tempo che frequento questo posto, ma non ti ho mai visto prima, da dove sbuchi?". E Josuè. "Sono sempre stato qui, ma tu probabilmente non ci hai mai fatto caso". Resto sbalordito. Spiego che sono anni che vengo all'eremo, che lo ho girato in lungo e in largo, ma mai un solo avvistamento, non una se pur piccola vista, di questo ne sono sicuro e convinto, posso mettere le mani sul fuoco. Il vecchio, prima che finisca di parlare mi ferma a modo e mi dice che non è questione di occhi. Più incuriosito che mai, domando che cosa intende dire per " Non averlo visto". Si mette a ridere e dice che faccio già troppe domande. "Tutto ha il suo tempo, un giorno capirai e allora non ci sarà più nulla da chiedere". Con questo, lui, mi chiude la bocca, si fa per dire, e rimango sulle mie mentre Josuè assume la posizione del loto e resta in silenzio. Il suo silenzio si protrae per molto tempo, tanto che non so se ricominciare a parlare oppure per paura di disturbarlo, di lasciarlo in pace nella sua silenziosità. Fatto sta che lo lascio dispiaciuto con un saluto e me ne torno giù in paese. Al bar del paese trovo il mio amico, Antonio, ed entusiasta gli racconto la novità, ma lui se ne frega, lascio perdere, lo saluto e torno a casa spedito. Do da mangiare al cane, ci gioco per una decina di minuti, ed entro in casa a farmi un bel panino con la cioccolata, visto che era da un pezzo che non lo mangiavo. La sera, esco dopo aver cenato e cerco di convincere Antonio ad ascoltare quello che ho da dire, per un attimo. Fa cenno con la testa di aspettare un momento, si sta facendo una canna, Poco più tardi, mentre fumiamo, Antonio chiede di quale novità sto parlando. Raggiante e malinconico gli riporto quello che ho visto su all'eremo, anzi, forse è più giusto dire quello che è successo. "E' successa una grande cosa", gli dico. "L'aver scambiato solamente due parole, ha fatto scatenare in me un'estasi di pace, tanta era la voglia di conoscerlo", replico. Antonio esclama; "Ascolta Ocram, di tutta la storia cosa pensi di ricavarne?". "Non voglio ricavarci nulla, sono già fin troppo contento di avergli parlato e di averlo rivisto, non avrei mai immaginato potesse capitare proprio a me'", gli rispondo. Allora, Antonio, dato che la storia si fa interessante, entra nei particolari e mi chiede quanti anni ha il tipo, dove abita, se so come si chiama e che cosa ci faceva su all'eremo. Io, incredulo di tale interesse, rispondo; "Antò, so solo che si fa chiamare Josuè, ma non so, né quanti anni abbia, né cosa faccia, so solamente che è un tipo dall'aria strana. La prima volta che lo vedi, può incutere un po' di paura, ma fatta conoscenza, è come averlo tutto attorno, ti penetra perfino all'interno del corpo, lo percepisci dappertutto, nel sangue, nel respiro, addirittura se sei presente spiritualmente, nel tuo battito del cuore, insomma è qualcosa di veramente unico". Antonio, sbigottito mi dice; "Ma va, Ocram, ora stai esagerando, stai montando un po' la storia, per incuriosirmi di più, faresti bene a riguardare la tua posizione, di tutta questa storia". Mi prendo un attimo per riflettere, giusto a riordinare i miei pensieri e lo attacco dicendo ad Antonio che è tutto reale, che non ce nulla di falso e di illusorio, che quello che ha appena sentito è pura e semplice realtà. Poi, Antonio mi chiede che cosa penso di fare la sera, rispondo che non mi va di fare assolutamente nulla. Tenta di convincermi ad uscire con due sue amiche, quasi ci riesce, se non per un impegno che mi torna a mente dover fare il mattino seguente, lui, insistente più che mai, arriva a convincermi nonostante le mie continue negazioni, e salgo in macchina con lui.

Siamo davanti alla casa di una delle due ragazze, con la mano mi fa cenno di attendere, mentre lo vedo dileguarsi, per una stradina molto stretta e ripida. Girando le frequenze della radio, trovo una stazione di musica afro, alzo il volume a manetta e ascolto a tutte orecchie la musica dei vecchi tempi. Girano come in un film, le scene degli anni passati, tutto è confuso, belle cose si mescolano a cattive, come a formare un unico quadro, come, quando ci si mette a ridere e a piangere nello stesso istante. "Hai presente la risata strappa lacrime? ", ecco, in quel modo. Sento aprire la portiera della macchina, mi giro, e vedo una tipa, carina, alta e mora, dagli occhi di colore azzurro che m'invita a scendere e a presentarmi. Dice di chiamarsi Elena, le stringo la mano calda e mi presento. Lei, si mette a ridere, dice che ho un nome buffo, la guardo e rido anch'io. Antonio, avvicinatosi, m'invita tutti e due a dare un taglio al nostro primo approccio. "Dobbiamo andare", esclama. Fatti circa una ventina di chilometri, mette la freccia e si ferma vicino ad una casa in strada, scende e scompare. Guardo Elena dallo specchietto retrovisore, si sta mordendo il labbro inferiore, le chiedo se è preoccupata, ma lei, mi assicura subito dicendomi che non lo è affatto. "Anzi", risponde in modo gentile. Devo ridiscendere dall'auto, per presentarmi all'altra amica di Antonio, anche lei è molto graziosa, noto. Ci presentiamo entrambi con mano forte e decisa e risaliamo in macchina velocemente. "Be' ", sbraita Antonio. "Che si fa ora?, andiamo in disco, o avete qualche altro posto dove andare a sbattere le nostre chiappe?". Lo guardo e penso a quanti altri modi ci sono per dire ciò, mi espongo e dico che si può andare pure in un pub, le ragazze ci danno l'occhei e ripartiamo. Ci sediamo ad un tavolino un po' soffuso all'angolo del pub, c'è poca gente, ma l'atmosfera è giusta. Ordiniamo da bere quattro birre da mezzo. Elena comincia a parlare, da subito capisco di non essere attento, sono immerso in un altro mondo. Non ricordo esattamente di aver bevuto, ma mi ritrovo con il bicchiere in mano vuoto, penso mi abbiano fatto uno scherzo, ne ordiniamo altre quattro. La tipa mora, la Elena, mi da un colpetto sulla spalla e quasi tossisco tanto è forte, però mi serve ad uscire dal sogno. Comincio a dialogare con la Elena del più e del meno, poi, per coincidenza, arriviamo a parlare tutti e quattro della stessa identica cosa, ci scambiamo le nostre opinioni a proposito. La Elena, mi accorgo, sembra essere la più intelligente, tutte e due sono studenti universitarie mi dicono, una, la Elena, studia biologia, l'altra, dice di studiare medicina. Bevute le altre quattro birre, l'alcol comincia a sortire i primi effetti, cominciamo a sparare cazzate a tutta volontà, Antonio crede d'essere un Latin Lover, gli dico ridendo che più che un Latin Lover, sembra uno fattone, un rottame. Le ragazze si mettono a ridere, e una di loro, la Elena, mi fa l'occhiolino. Subito non ci faccio caso, ma l'insistere della Elena conferma la sua disponibilità, così sgattaioliamo in macchina tutti e quattro. Io, dietro con la Elena, comincio a baciarla sul collo, lei mi sbottona la camicia e me la toglie. Davanti, qualche volta, quando punto l'occhio, vedo Antonio arruffarsi con la Chiara, tanto è scattoso e spavaldo, ogni tanto si odono dei mugolii. La Elena si toglie la maglietta ed il reggiseno e scopro con stupore che ha due enormi tette, mi si parano davanti al naso con fierezza. Comincio a baciarle con ardore, mi viene pure il singhiozzo e devo fermarmi per non soffocare. Passato l'attimo, mi slaccio i pantaloni, lei, mi prende tra le mani il Gigio e ci gioca. Mi sussurra ad un orecchio che ha voglia di fare l'amore ed acconsento immediatamente tanto sono eccitato, non posso più farne a meno, mi rendo conto, il cervello, oramai in panne, non ragiona più o così sembra sia. All'improvviso, lei dice che ha il ragazzo, e che le piace da morire farlo con uno sconosciuto. Mi ritraggo subito, tutte le sensazioni che stavo provando svaniscono immediatamente nel nulla, come risucchiate da un buco nero, pensavo di essere in balia del mio già eccitato sesso, ma ecco che lontanamente, nel mio intimo, nella più profonda e remota anima, tutto è ancora veglio e vigile. La Elena mi guarda sbigottita, apre bocca ma la fermo subito e mi rivesto. Davanti sento ancora delle risatine, ma non ci faccio caso, apro la portiera della macchina ed esco a prendere una boccata d'aria. Di lì a poco, esce anche la Elena a chiedere spiegazioni, non la bado, è troppo forte il disgusto, mi si contorce anche l'intestino, quello che la Elena stava per fare era assolutamente al di fuori del mio più remoto pensiero. Esce anche Antonio, pure lui a chiedere spiegazioni, gli dico di lasciare perdere. "Forse un giorno te lo spiegherò", replico. Ora non so più cosa fare, non capisco se ho voglia di andarmene a piedi, oppure di farmi accompagnare a casa, per fortuna ad Antonio viene voglia di andare così colgo l'occasione e salgo davanti con lui. Nella corsa verso casa, nessun dialogo, non una sola parola, io, sulle mie, non considero più gli altri, non per mancanza di rispetto, perché sono troppo preso dai pensieri che affollano in testa. Arrivato a casa di Antonio, dopo aver accompagnato a casa le due ragazze, Antò, chiede spiegazioni insistentemente. Riferisco, già più tranquillo, che con una ragazza fidanzata non mi va di farlo, per principio, e che non l'avrei mai fatto e che se a lui andava bene così, da parte mia no. "A questo gioco non ci sto", gli dico. Antonio mi dice che sono uno stupido, che, vista l'occasione, dovevo farmela e che per i ripensamenti avevo tutto il tempo. Gli ringhio; "Ascoltami bene, per me tu puoi farti tutte le ragazze che ti pare, ma sai una cosa?, tutte le tue scopate non ne valgono una sola, ho reso l'idea? ". E lui. "Ma sei proprio scemo allora, cosa ti costava farti una bella chiavata in santa pace e per giunta poi non avevi neanche la briga di raccontarle chissà quale storia dato che era già fidanzata?, non ti pare? ". Ancora più nervoso, gli rispondo; "Antonio, vai a cagare sopra ad un prato di ortiche, forse ti faranno sentire un po' di prurito, visto che con la testa di sentire non ne provi proprio". Si mette a ridere come un allocco, dice che sono tutto matto, nel frattempo, parlando, tira fuori dalla tasca del giubbotto una canna e l'accende, se la fuma di gusto, poi me la passa, la prendo e la butto dentro alla feritoia di un tombino. M'inveisce contro che sono un deficiente, gli dico che semmai il deficiente sarà lui, che con quella merda in testa, oramai non funzionava più niente. "Questa roba ti ha bruciato il cervello, non te ne rendi conto? , fai cose che non hanno senso, ti stai tagliando le vene un po' alla volta e ci stai anche li a guardare ". Detto questo, me ne vado sconsolato, non mi è neanche piaciuto fargli la romanzina, però, penso, se lo merita, visto anche il modo stupido che ha di fare con le ragazze.

Passo le mie giornate a leggere e a studiare. Studio veterinaria, mi piace perché adoro gli animali, con una particolare attenzione al settore canino, anche se comunque non disdegno neppure gli altri. Le settimane passano veloci, mi rendo conto, tra un esame e l'altro trovo sempre il tempo di fare una passeggiata su all'eremo, ma di Josuè nessuna traccia, ormai sono un paio di anni che ci vado e non lo trovo più. Ho provato ad andare anche a orari differenti per cambiare, ma senza essere fortunato. Mi rattrista il fatto di non avergli chiesto qualcosa di più, la speranza è comunque presente, so che prima o poi lo rivedrò, allora esaudirò tutti i miei dubbi.

Nel frattempo, mi sono trovato più volte con Antonio, abbiamo risolto alcune questioni rimaste sospese, ci siamo fatti anche delle ferie assieme. Siamo andati, spinti da avventura, in posti tropicali e ce la siamo spassata alla grande, abbiamo trascorso una settimana in barca a vela intorno ad alcuni favolosi e invitanti atolli, ci siamo abbuffati di ogni tipo di pesce, siamo stati presenti al migrare delle balene, abbiamo visto alcuni squali girare attorno alla nostra barca, quasi a farci capire che il mare era la loro casa. Siamo stati una decina di giorni in un appartamento vicino al mare, custodito da un giovane italiano maestro di surf e di sub. Il giovane, ma già robusto ragazzo, lo abbiamo conosciuto in corriera, mentre eravamo diretti a nord dell'isola di cuba. Il ragazzo, seduto davanti a noi, sembra essere un tedesco, tanto i capelli sono biondi, invece d'un tratto ci chiede in italiano se per favore può abbassare lo schienale. Sbalorditi, facciamo segno di si con la testa. "E' il primo italiano che troviamo", dice Antonio esclamando. "Da quando siamo partiti". "Per forza", ribatto. "Non ci siamo mai avvicinati a zone popolate", rispondo sorridente ed euforico. Il ragazzo come si accorge della nostra italiana nazionalità ci chiede per primo un favore, anzi per lui, più che un favore sembra essere di più e con fare deciso ma a modo, ci chiede la gazzetta dello sport. "E' una vita che non la sfoglio ", mi dice contento. "Vi faccio da cicerone se me la fate vedere un attimo", ci dice. "Eccola, prendi pure", gli dico con il sorriso stampato sulle labbra, e ci mettiamo a ridere tutti e tre senza motivo. Dato che il tipo è anche simpatico, gli faccio vedere che con noi abbiamo tre bottiglie di vino bianco, lui, con un euforia straripante ci invita a cena senza pensarci due volte. Accettiamo volentieri e gli diamo due bottiglie in fiducia. La sera, ci prepara una spaghettata di frutti di mare e tre aragoste a testa, comperate da un pescatore appena arrivato dalla spiaggia ci dice, restiamo allibiti della sua gentilezza. Ha già trovato pure un appartamento tutto arredato a nuovo, di li a poco nasce un sodalizio che si protrae per tutte le restanti ferie. Una sera, mentre Antonio sta parlando con un altro italiano conosciuto pochi giorni dopo, il ragazzo mi fa un discorso e rimango di sasso. Comincia ad assicurarmi che sono pochi i tipi come noi, che siamo rari, e data la nostra rarità siamo anche i più sfigati, nel senso che siamo soli contro di tutti. "Perché abbiamo una visione totale e reale della vita", dice sicuro delle affermazioni fatte. "Non ce' di che preoccuparsi, siamo abituati a tutto e a tutti", continua. "Non saremo certo noi quelli che si tirano indietro, anzi, siamo tipi con un'alta spiccata voglia di crescere, di cercare. La verità è la nostra meta e ricerca, intessiamo la ricerca dell'assoluto e dell'equilibrio con lo scopo di arrivare al vero", replica di slancio tutto d'un fiato.

Resto ad ascoltare per più di un'ora quello che ha da dire il ragazzo, che si chiama Elio, e quando apro bocca mi scivola fuori del profondo un sonoro sì. "Sì", è tutto quello che mi viene da dire in quel preciso istante, ha un significato così grande da non essere equiparato a nient'altro. Sì, è l'insieme di tutto quello che ho da dire, che posso elencare, tanto è esatto quello che ho appena udito. Elio, mi viene da pensare, ha elencato tutte le cose che anch'io desidero e che amo. "Solo noi", dice. "Guardiamo il tramonto fino al crescere della luna, solo chi ha una certa sensibilità osserva con gli occhi di un bambino ciò che per gli altri è normale, ci sono poche persone che si meravigliano ancora di quello che la vita, la natura, ci offre, E noi ne facciamo parte", replica di slancio.

Elio da allora non l'ho più rivisto, è sempre comunque presente dentro di me. I tipi come lui non si dimenticano di certo, è un lusso aver a che fare con tali persone. E' quando trovi persone come queste che ti si riempie il cuore di gioia, sono come la casa dei desideri, dei nostri desideri, il fortino che ti dona la sua sicurezza.

In quel periodo Ocram vive momenti di malinconia miscelata a nostalgia. La nostalgia, lo assale soprattutto in presenza di vecchi ricordi amorosi, ricorda perfettamente le giornate trascorse con la fidanzata che più ha amato, almeno fino a quel momento. Si ricorda benissimo delle serate passate assieme in macchina, anche solamente a parlare, l'importante era stargli vicino, annusare la pelle profumata, guardarla negli occhi e sentire il suo respiro ansimante nella bocca, quella bocca che affamata di baci e d'amore, si donava con ardore alle provocanti avance. Ricorda specialmente dei momenti estatici passati in ferie, dove tutto sembrava non avere fine, dove il tempo non passava mai tanto era l'amore che scaturivano i loro corpi, dove il tempo non trovava spazio, tutto era una bolla d'amore, un contenitore riempito di promesse, desideri, e sogni. La nostalgia però sa bene Ocram è una brutta gatta da pelare, lascia strascichi insormontabili e invalicabili, ti rende schiavo del tempo, non ti lascia pace, tutto quello che è già passato per Ocram può non aver più alcun significato, ma come si può non ricordare i momenti passati con la propria fidanzata?, come si può far finta di niente?. Ocram passa le giornate, il periodo, in modo intenso, si tuffa a capofitto in qualsiasi cosa gli passi per la testa.

Un'estate, decide di andare in un maneggio a provare ad andare a cavallo e ci riesce, ma non è nel tentativo che sta l'unicità, ma nel modo in cui effettua il tirocinio.

Sono davanti ad una bella ragazza dai capelli lunghi e biondi, ci diamo una stretta di mano e ci presentiamo. La tipa, alta non più di un nano, mi chiede quando penso di incominciare. Le affermo che avrei voglia di farlo al più presto, anche subito. Mi guarda sorridente e assicura che non è possibile. Un po' sgomento chiedo il motivo, lei, mi risponde subito dopo affermandomi che non è possibile perché già tutto prenotato, la guardo e non so che fare, per giunta non ho neanche voglia di cedere così facilmente le armi. Chiedo insistentemente ma gentilmente se può farmi un favore, ma la richiesta trova fine con la parola, con la testa fa segno di no. Aspetto un attimo e nel frattempo faccio un giretto per il maneggio. Osservo con cura i cavalli dentro ai rispettivi box, ne vedo di tutti i tipi e razze m'impressiona la loro mole dal fatto di non averli mai visti da tanto vicino. Mentre guardo uno stallone più alto di me, arriva da dietro l'istruttrice e mi fa motto di andare nel suo piccolo e confortevole ufficio. Ci scambiamo un'occhiata amichevole e prende lo spunto per chiedermi cosa possa fare per me. "M'interessa imparare velocemente ad andare a cavallo", gli dico subito, con delicatezza e un minimo d'intraprendenza. "La sua collega prima assicurava che oggi non è possibile", continuo. E lei. "Non è assolutamente vero", risponde cortese e sorridente. "Mi è appena giunta una telefonata di un tipo che per ragioni personali, oggi non può proprio venire", ribatte lei. "Quindi se vuoi puoi cominciare tra pochi minuti". Salto dalla gioia, le sorrido e ci scambiamo un paio di battute ironiche.

Sono vicino al cavallo di nome Alvin, Carla, l'istruttrice, mi fa vedere come si sella un cavallo e mi ritrovo a guardare fermo come un palo. Dopo avermi fatto vedere le nozioni più importanti, l'istruttrice, mi accompagna nel recinto, mi fa salire in sella e posta le staffe. Datomi le istruzioni per tenere un minimo le redini, parto al passo e comincio il giro del campo. Dopo un paio di giri al passo tutto entusiasta, succede il caos. Dall'altra parte del recinto, vicino ad un campo coltivato a mais, tutto ad un tratto, sento uno sparo. Ad un cacciatore gli parte accidentalmente un colpo di fucile. Nello stesso preciso istante, mi ritrovo al galoppo sfrenato, senza rendermene conto. L'istruttrice, che è piazzata in mezzo al campo, si mette ad urlare per la paura, io, vado a mille, come sopra ad una Ferrari, per giunta senza volante e freni, non riesco più a fermarlo tanta è la paura che il cavallo ha preso. Ad un certo punto, dopo svariati giri, il cavallo, da solo, mi grazia e si ferma a bere. Scendo e la prima cosa che mi viene da fare è il segno della croce. Carla, l'istruttrice, mi guarda e dice; "Volevi imparare subito no, eccoti servito".

Un giorno, dopo una ventina di lezioni, mi fa provare un cavallo di nome Sulfur. E' fermo dentro al box da otto mesi, per giunta il cavallo ha solamente un occhio, nonostante tutto, accetto e salgo. Subito il cavallo non conoscendomi, si trattiene dal fare cose strane, ma poi, quando si rende conto che a cavalcarlo ce uno che non sa andare, si dà alla pazza gioia. Sono suo ospite per circa venticinque interminabili minuti, va a destra e a sinistra a piacimento, si ferma e parte al galoppo sfrenato, va diritto verso lo steccato e gira di scatto, arriva in un punto e si ferma di colpo. Carla, continua ad urlarmi di fermarlo, ma mi diverte troppo, anche se da qualche parte, inconsciamente, mi balena un po' di paura.

Torno a casa, dopo aver passato il pomeriggio in biblioteca, ciò che trovo ad accogliermi mi lascia senza parole. Mio padre è steso sul divano privo di vita. C'è un po' di confusione, nessuno però mi rivolge la parola, cerco di ordinare i movimenti, tutto è stupido, banale, i pochi parenti che vedo, non mi degnano di uno sguardo, poi trovo mio fratello che con le lacrime agli occhi mi sussurra ad un orecchio che non c'era stato nulla da fare, che quando era arrivato a casa il padre era già a terra privo di vita. In quel preciso istante ho uno strano modo di apprendere la realtà, vedo tutti i parenti preoccupati di fare e non fare, io, me ne sto in disparte, come un testimone sconosciuto che si è trovato lì per caso, come se quella fosse stata una scena di un film già visto molte volte, ed io fossi stato l'unico spettatore, uno spettatore speciale. La prima cosa che mi balena in testa, e che non riesco a scrollarmi di dosso, è il fatto di non essere riuscito in tutta la mia vita ad avere un rapporto più sincero e amorevole con mio padre. Quello che mi da più fastidio è che ho avuto tutto il tempo necessario per ottenere tanto, e non ci sono riuscito. Ho fatto fiasco, quante volte avrei potuto farlo e per orgoglio non lo avevo mai fatto?. Certo mi dicevo, questo è un sogno che prima o poi penso di realizzare, ed ora che ho la certezza del mio fallimento mi sento perso, privo di linfa, perché in questo momento tutto posso pensare tranne che ad una cosa; mio padre non saprà mai quanto mi sarebbe piaciuto abbracciarlo, stringerlo tra le mie braccia, tutto quello che volevo e che ho tentato di fargli capire era stata solo una scusa o un modo per tenerlo più vicino, per avvicinarlo sempre più, che quel che m'interessava alla fine era solamente di riuscire ad amarlo in tutto, per tutto e con tutto. E' il solo pensiero che assilla la testa, il mio strano essere, tutti i giorni, tutte le notti, l'unica cosa che riesco a pensare, tranne a questo, e che non sarei andato avanti tanto in questo stato, sono troppo esausto da quel pensare, da tutte le immagini che penetrano la mente. Il film che ne vedo oramai l'ho visto centinaia di volte, spero mi si rompa la cinepresa, il mio stesso cervello, spero che in fondo anche il mio pensare abbia una fine, almeno questo ritengo sia l'unico sistema per porre fine a quest'assurdità. Il giorno del funerale mi presento vestito di nero, ma non il solito vestito da cerimonia funebre, anzi, è più un vestito da ballerino di tango, camicia a punte larghe e pantaloni con pens stretti al ginocchio, come quelli da cavallerizzo. Della cerimonia non m'interessa molto, quello che m'interessa di più è il sentire all'interno una calma serenità, come il mare dopo una tempesta, come fossi entrato all'improvviso in una foresta piena di cinguettii e ululati ed all'improvviso tutto si fosse zittito. Noto che la sensazione che ora provo mi rende tranquillo, non l'avevo mai provata. So bene cosa la gente pensi di me, ma non m'importa un gran che. Tutti ora mi guardano con compassione, in quel modo che ti fa sentire tutti gli occhi addosso come a darti un po' di coraggio, di rifocillarti della loro comprensione e della loro disponibilità. Io, invece, non dispenso nessun saluto, non un solo cenno, non una sola parola, neanche con il fratello, niente è più prezioso del silenzio che m'avvolge, solo la silenziosità mi dona serenità e amore. Ho capito che la vita è solamente un sogno, nulla di tutto quello che sento e percepisco l'ho avvicinato in tutta la mia vita, la morte ha bussato ed io gli ho aperto, senza paura. Tutto quello che è successo nella vita non è niente davanti alla morte, mi viene da pensare, solo lei in questo momento appare avere un senso, certo, lei che è arrivata senza preavviso, senza un segnale, che davanti a tutto è la vincitrice, niente è più grande. Solo lei in questo momento può godere delle facce ammutolite della gente, priva di gioia. Solo lei è l'ospite di questo banchetto. Da quel giorno mi sento rinato, più forte, la vita ha voluto donarmi anche quest'esperienza, nonostante mi sia mancata la persona più vicina, sono più vitale, la morte ha confermato quello che già so. La vita, è come un sogno, penso, bisogna viverla intensamente, bisogna tuffarcisi dentro senza paura, perché solo la paura, la paura di morire non ti fa vivere completamente.

Una mattina, sento squillare il telefono, m'alzo dal letto e vado a rispondere barcollando in qua e in là, dovuto al mio stato di coma. Al telefono, con sorpresa, sento la voce d'Antonio squillare come quella di un bimbo quando ha fame, lui, ridendo come un matto, mi chiede se durante la mattinata vado a farmi il solito giretto su all'eremo, di rimando gli dico che non lo so ancora. "Se ne ho voglia", gli ribatto subito dopo. Non sono ancora pronto per ragionarci su, comunque lo informo che se cambio idea, passando per casa sua lo chiamo, lui, ridendo, mi dice che è contento, e che ha proprio voglia d'andare e di parlarmi. Lo assicuro e gli prometto che si può già definire la partenza. Messo giù il telefono, penso per un po' al modo in cui Antonio ha parlato, ma il pensiero resta nell'aria perché il corpo si è già mosso verso la cucina. Fatta la colazione, esco. Il mio cane come mi vede, capisce subito che si va a fare un giretto, lo faccio giocare un attimo e parto. Arrivo a casa d'Antonio, suono il campanello invano, mi sbuca da dietro facendomi saltare dalla paura, mentre il mio cane già tenta d'aggredirlo per difendermi. Antonio, ripresosi dallo spavento, mi dice; "Ocram, non mi hai mai detto che il tuo cane è anche aggressivo". Ed io. "Secondo te, un cane che vede aggredire il suo padrone cosa deve fare se non difenderlo?". E lui. "Hai ragione, ma pensavo mi conoscesse, è da un bel po' di tempo che mi vede con te". "Guarda che i cani non sono come noi", gli ribatto senza batter ciglio. "Loro sono tuoi amici, ma se ti comporti in modo sbagliato sono anche i tuoi peggiori nemici". A quel punto, dopo aver chiarito il fatto, c'incamminiamo verso il sentiero. Il giorno mi sembra già un po' speciale, vista anche la presenza di un ospite. Mentre c'incamminiamo sul sentiero, chiedo ad Antonio come mai è contento e qual è il motivo di tutta quella pazza voglia di vedermi, lui, borbottando fra se, fa capire che ha una sorpresa ma che la dice su all'eremo. Mentre saliamo all'eremo, noto in Antonio qualcosa di strano, di familiare, sembra abbia ricevuto una benedizione di fiducia. Ora ho la sensazione che anche lui si accorga di quanto bella sia la natura, non l'ho mai visto guardare con occhi pieni di gioia il paesaggio, un semplice fiore. In un'occasione lo vedo fermarsi a guardare un tronco d'albero rinsecchito e parlargli con amore, sembra tutto così strano e allo stesso tempo incantevole. Mi rende felice. Arriviamo all'eremo e ci sediamo sopra ad un sasso dal quale sono stati ricavati un paio di posti a sedere, sistemiamo i nostri zaini a terra e ci rilassiamo un attimo. Sento un rumore provenire dalla grotta in cui ho conosciuto Josuè, corro a vedere se c'è, ma ritorno sconsolato al mio posto. Probabilmente è stato un sasso, che rotolando addosso alla roccia mi ha dato la sensazione d'udire il suono che provoca il bongo del vecchio. Antonio, visto che sono sparito via di corsa, al ritorno mi chiede dove sono andato. Rispondo che mi sembrava avere udito qualcosa di familiare, chiede se penso ancora di trovare il tipo, il Josuè tanto famoso di cui parlo spesso, gli replico che è esatto. A quel punto, prendo lo spunto per chiedere ad Antonio il motivo di tanta voglia di parlarmi. Mi fa; " Ocram, mi sono innamorato di una ragazza e siccome sei il mio miglior amico, te ne voglio parlare, anche perché vorrei sapere il tuo parere". Resto stupefatto, penso per un attimo a com'era Antonio prima di conoscere la tipa, penso a come sia cambiato in questo periodo, almeno in questo momento, dato che è da tanto tempo che non lo vedo. Mi passa per la mente tutto quello che Antonio è, o è stato, uno come lui, sempre pronto a fumare canne, sempre pronto a sballare e a mettersi nei guai. Antonio, il classico tipo che della vita non gl'importa assolutamente niente, o poco, tanto è andare in un posto o nell'altro, lui, che con le ragazze si è sempre comportato male, che le ragazze gli servono soltanto per svuotare il seme in eccesso, che le usa senza ritegno come fossero altro che contenitori vuoti da riempire e da buttare, come il sacco delle immondizie quando è pieno e lo devi buttare nel cassonetto. Un giorno addirittura mi assicura che ad una tipa gli ha perfino vomitato addosso dopo averla portata in macchina a fare sesso, ed io, mi ricordo, stavo ad ascoltare, mi faceva schifo, mi sentivo male per lei. Ho cercato di farlo anche ragionare, una volta addirittura a casa sua l'ho pure sentito dire alla madre che poteva andare a fare la puttana e non la santarellina in chiesa, ed ora mi vene a dire che si è innamorato di una ragazza, mi chiedo nell'intimo se veramente l'amore può trasformare una persona così, dato che ci credo in modo religioso. Ora che il mio amico mi parla in questo modo, sembra che bestemmi cose che a lui non passano nemmeno per l'anticamera del cervello, del cuore. Mi sveglio dal burrascoso vortice di pensieri, guardo Antonio e sorridendogli faccio segno di continuare a parlare della tipa. Comincia a dirmi che è da un paio di mesi che la frequenta, che è innamoratissimo, e che non si è mai sentito così bene. Nell'ascoltare le sue parole, osservo la sua bocca, il modo con cui gesticola con le mani, guardo nei suoi occhi se ce veramente quello che sta dicendo, voglio scoprire se i suoi sentimenti hanno a che fare con le parole. Intanto continua a parlarmi in modo strano, sento uscire dalla sua bocca parole piene di significato, piene di vitalità quasi incompressibili alle mie orecchie. Dopo avere parlato della fidanzata, e dei suoi desideri, mi chiede cosa ne penso, ed io con fare tranquillo. "Sono contento che tu abbia conosciuto la persona giusta, spero, anzi sono certo che questa ragazza ti farà scoprire cose nuove, sensazioni forti. Ti auguro di essere sempre così vitale e gioioso, di godere fino in fondo l'amore che scaturisce il vostro stare insieme, che tutto proceda secondo le tue aspettative e quelle della tua ragazza". Antonio, dopo avere ascoltato con entusiasmo le mie parole, mi dice; " Ocram, ma tu non sei mai stato innamorato veramente di una ragazza?". "Certo che lo sono stato", gli replico compiaciuto. Comincio a raccontare tutto quello che mi passa per la testa, ripercorro i sentimenti ancora vividi che mi ribollano nell'intimo fino a raccontare anche le cose più segrete, allora, incuriosito da tanto ardore, Antonio mi chiede; " Ma perché l'hai lasciata se eri così tanto innamorato?. Io esclamo con trasporto. "Il perché non te lo posso dire, però ti posso affermare che l'essere innamorati è una cosa sconvolgente, ti fa pensare e fare cose che non hai mai pensato prima". Mi guarda con occhi innocenti, come a chiedere di spiegare meglio il concetto. Lo capisco perché la strada lo già percorsa, ma faccio finta di non accorgermene, taglio così la conversazione e dico ad Antonio di andare. Nel tornare giù, noto che Antonio non è del tutto soddisfatto della mia considerazione, ne sono anche un po' contento, penso a quante storie deve ancora passare per riuscire a capire quello che gli ho appena detto, ammesso ci arrivi. Arriviamo giù in paese e troviamo ad aspettarci la mia amica Alessandra. Mi strizza l'occhio sorridente e mi torna alla mente quello che è successo l'ultima volta che ci siamo visti. Dentro di me nasce una sottile risata, ci chiede dove siamo diretti, gli rispondo subito che stiamo andando a casa. Colgo l'occasione e le presento Antonio, lui si espone e ci chiede se abbiamo voglia di andare a casa sua, così, a bere una birra. Faccio segno di sì, Alessandra ci da l'okay. "Porto a casa il cane", dico proseguendo. Nel frattempo vedo loro due allontanarsi in direzione opposta. Arrivo a casa d'Antonio, suono il campanello, mi apre la porta Alessandra. Ne esce un alone di fumo già conosciuto. Entro e trovo Antonio che si sta fumando l'erba con un arnese mai visto prima. Capisco subito che l'atmosfera è da scoppiati di testa. Antonio continua a fissarmi con gli occhi da pesce lesso, sorride quasi convulsamente, resto ad osservarli per pochi secondi e dico ad Antonio; " Senti Antonio, non puoi smettere di fare tutto quest'odore? ". "Quale odore, questo è profumo", mi risponde con occhi lucidi. "Antò, per favore, mi hai invitato a bere qualcosa ed ora che sono qui non voglio restare a guardare due che si tirano", gli ribatto un po' seccato. Alessandra, per rompere il discorso, chiede come va. Rispondo che va bene, ma che sono in un periodo di transizione, mi sembra di essere in attesa di qualcosa ma non so cosa, dichiaro allora in tono fermo ed eloquente. Poi, le chiedo come va la storia con il suo fidanzato. Ribatte che l'ha mollato, così senza tante storie. Non un gesto di stizza o malinconia, io, mi sento estraneo a tutta questa storia, non so se ridere per la faccia tosta d'Alessandra, o se prenderla a schiaffi per tutte le cazzate che stava combinando. Antonio nel frattempo, versa da bere su tre bicchieri ricavati da dei vasetti di nutella, faccio segno ad Antonio se è possibile andare in bagno, mi indica che si trova in fondo al corridoio. Nel percorrere lo stesso, vedo che alle pareti ha alcune foto che lo ritraggono da bambino. Su una, è in seggiolone con la faccia paffutella e innocente, diverte vederlo in quel modo, visto com'è ora. Vado in bagno e un attimo dopo sono già di ritorno. Apro la porta del salotto e trovo i due che si stanno baciando appassionatamente, mentre dallo stereo, acceso da poco, esce la canzone dei Doors, The end. Resto scioccato e distaccato, ricordo ancora vivamente quello che mi ha detto su all'eremo Antonio, mi sembra di essere uno stupido spettatore, non so se scappare oppure fare finta di niente, tutto quello che riesco a fare è di restare immobile. Ho la testa che comincia a girarmi, non so se per il fumo inalato o per la situazione. Mi siedo a fianco di loro due, che non si sono accorti nemmeno del mio ritorno. Li osservo con spirito staccato, sembra una cosa illogica e allo stesso tempo logica, tutto si mescola ad una vorticosa sensazione d'asfissia. Sento mancare il respiro, mi alzo di scatto e vado di nuovo in bagno. Resto per un po' davanti allo specchio. Mi domando se sono io quello sbagliato o se tutto è sbagliato. Nasce dall'anima un istinto d'amore, si trasforma in beatitudine, sembra quasi che il mio stesso essere dia dei segnali precisi al riguardo. Data l'esperienza che mi trovo a vivere in quel frangente, il mio corpo sembra lanciarmi in un mondo completamente diverso, più familiare, quasi in un'estasi fanciullesca.

Sono a casa ad accarezzare il cane, ma non ricordo come ho fatto ad uscire dalla casa d'Antonio, non ricordo nemmeno se ho salutato oppure se sono uscito senza degnarli di uno sguardo, comunque stare li vicino al mio cane scodinzolante mi procura felicità, mi dà gioia, anche se nell'angolo più remoto di me, sento un po' di tristezza.

Alla sera mi telefona Antonio, lo sto solo ad ascoltare. Fa dei discorsi vaghi e privi di significato. Si sente che ha un po' di timore nei miei confronti, ma noto, che nonostante tutto, non sembra tanto dispiaciuto. Quando apro bocca la prima volta, mi viene da vomitargli addosso tutto quello che mi passa per la testa, però mi trattengo e gli dico solamente che non mi è ancora andato giù quello che lui ha fatto con Alessandra, dopo tutto quello che mi ha raccontato su all'eremo. Per non peggiorare le cose, lo assecondo e annuisco, se pur con fatica, a tutto quello che spara dalla bocca. Si capisce che ha voglia di chiedere scusa, ma l'orgoglio è troppo forte. Messo giù il telefono, mi rifugio in camera ad ascoltare un po' di musica. Mi tornano alla mente gli anni passati, ricordo particolarmente bene gli anni dell'infanzia. Ricordo con nostalgia che passavo delle giornate semplici ma concitate. Andavo a scuola con la cartella a valigia, con due o tre libri. La merendina, la prendevo al negozio in centro paese. L'unico. Quello era uno dei momenti più belli perché, varcata la soglia di quella porta, tutto diventava così diverso, così speciale, era un universo a parte, tutte quelle caramelle, tutte quelle stecche di cioccolata, la zona giocattoli che ci rapiva gli occhi, e poi, si doveva scegliere come ogni mattina, la merendina giusta, c'era chi prendeva un panino e chi solamente una brioche. Nel negozio, avveniva il primo contatto con gli altri, con gli amici e conoscenti. Mi ricordo che noi non guardavamo mai com'eravamo vestiti, però, quello che saltava subito agli occhi erano i capelli. Si perché quelli erano ogni volta un motivo valido per gli sfottò. Si faceva il coro degli indiani, oppure si faceva il tipico gesto con la mano alla bocca. Quando noi tutti eravamo pronti a partire, uscivamo dal negoziante con un po' di nostalgia per quei cinque minuti passati in quell'ambiente così profumato di spezie e di bellezze. Poi, al proseguire verso la scuola, ci si raccontava le cose che erano successe il giorno prima, si perché non tutti si potevano vedere dopo la scuola. Quello che veniva detto tra di noi in quel piccolo tratto di strada e di tempo, era di un'assurdità e semplicità unica. Si rideva per cinque minuti solo perché ad uno di noi gli si era slacciata una scarpa e di lì era quasi inciampato. Eravamo leggeri da qualsiasi pensiero. Mi ricordo che a quell'età, tutto era spensierato, si poteva giocare a nascondino per un intero pomeriggio, o a calcio senza nemmeno rendercene conto. Nulla era pesante, tetro, tutto era cristallino, alla luce del sole. L'unica cosa che ci poteva impensierire era quella di fare i compiti. Quelli di solito si facevano o subito dopo mangiato o alla sera al rientro, tutto dipendeva dalla precedenza che si dava alle cose. Ad esempio, io, mangiavo poco per fare subito i compiti, infatti, mi chiamavano stecchino, data la mia corporatura esile, quindi dopo i compiti ero libero di fare tutto il pomeriggio. Finito di mangiare quel poco che mi serviva per tenermi alla lontana dall'anoressia, partivo per le mie gite quotidiane nel bosco. Il gioco mio preferito era andare nel bosco vicino a costruirmi il capanno sopra agli alberi, come il leggendario Robinson Crusuè. Il bosco, per me, era, ed è, il posto più bello che potessi conoscere, mi piaceva da pazzi poter essere nella natura, dentro nell'intimo suo, mi sembrava di essere un amico, un tutt'uno con essa. Ricordo perfettamente che quell'ambiente mi metteva paura e allo stesso modo mi faceva sentire parte di sé, come penso si senta un qualunque animale nel suo habitat. E' nel suo profondo silenzio, che sentivo la voce dell'insieme, quel nulla, mi sembrava di capirlo così bene che non avevo bisogno alcuno di traduzione. "Avete mai sentito, voi, la voce che viene dal nulla?. Ecco, quella voce è la vostra, la mia, quella che si può udire soltanto con il silenzio, con l'assoluto silenzio. E' quella voce che arriva da dentro, dal mio, dal vostro, dal nostro cuore. Quando si ode, non ha nessun ostacolo, può, e anzi, non è una voce forte, non è aggressiva, non è arrogante, ma è una voce leggera, semplice, può essere udita da qualsiasi posto, si può girare su se stessi, si può tapparsi anche le orecchie ma lei sarà ed " E' "sempre li che ti chiama, che ti aspetta. E' una voce così limpida e invitante che non possiede bisogno d'auto parlanti per trovare la sua via, la strada. "Ecco quella voce è sempre stata il mio punto di riferimento, anche se devo assicurare che non l'ho sempre ascoltata. Penso e spero che quella voce la sentano tutti prima o poi ".

Fin da ragazzino sento di non essere come gli altri, perlomeno ho qualcosa dentro che mi fa credere di essere un po' diverso. Già dall'infanzia mi rendo conto che non mi comporto come gli altri, come i miei coetanei. Ad esempio, tengo molto all'amicizia, quella con l'A maiuscola, ma non ho mai conseguito a tale. Quella che per me si chiamava e si chiama amicizia, si potrebbe chiamare amore, perché l'amicizia è tutto, è integrità, spontaneità, altruismo, bontà, generosità, tutto quello che può far piacere a chi ne riceve. Da ragazzino ero un selvaggio privo di disciplina. Secondo la gente, non mi fermavo ad un semplice rimprovero, conseguivo la mia meta a qualsiasi costo. Andare a giocare era ed è di vitale importanza, non m'importava a che costo, l'importante era ed è essere libero, l'importante era sentirsi vivi, selvaggi, privi d'alcun condizionamento. La paura non la conoscevo, facevo tutto ciò con grande coraggio, forse con un po' di leggerezza, ma tutto quello che passava per la testa lo facevo. L'esperienza me la dava il mio modo di fare, non sperimentando le cose per sentito dire, con tutto il mio essere, a costo di sgradevoli inconvenienti. Ho capito fin da ragazzino che bisognava viverla la vita, pericolosamente, solo così riuscivo ad ottenere una vita piena di emozioni, piena del tutto, nell'insieme. Quello che però è sempre stato di estrema importanza, era di fare le cose consapevolmente, coraggiosamente e detestavo la falsità. Quando tornavo a casa dopo ore di vagabondaggio, se mio padre mi chiedeva dove fossi stato tutto il tempo, glielo dicevo senza nessun problema, anche a costo di qualche sgridata da megafono. Per me la verità in ogni situazione, e non la verità falsata, era ed è l'unica via da percorrere anche oggi, a costo di grandi sacrifici e negazioni. Mi ricordo ancora oggi di aver rubato delle caramelle dal negoziante. La vergogna che portavo appresso tutti i santi giorni, per quella stupida bravata, non lo avevo fatto perché mi mancavano dei soldi, no, per puro scopo, solo per vedere e sentire come ci si stava. Dopo quell'esperienza, non lo feci più, lo spirito di verità e di lealtà, cominciò ad impossessarsi di me ancora di più, quel gesto stupido mi faceva sentire sporco, mi faceva sprofondare nel baratro dei bastardi, dei pochi di buono, mi sentivo mancare dentro, non potevo far finta di niente. Ero perseguitato. Fu questo gesto che esaltò le mie qualità. Rubare, mi ricordo, sarebbe stata l'ultima cosa che avrei rifiutato di fare a qualsiasi costo. Tutto questo mi aveva, e mi ha, fatto capire che la verità si trova all'interno di noi, tutto quello che c'è all'esterno è soltanto superficiale. Tutto quello che si deve capire è lì, nel tuo intimo, nella parte più nascosta di noi, nell'ascoltarsi. Come quando si parla con la propria fidanzata senza neppur aprire bocca, solamente con lo sguardo, con i movimenti del corpo, con sensazioni che arrivano dal nulla. Sensazioni che anche se sono descritte non possono mai toccarci allo stesso modo, no perché è quello il vero miracolo, che non possono essere ne descritte ne vendute. I sentimenti e l'amore possono essere solo vissuti. Questo è il più grande dono che la natura ci ha fatto, e chi non n'è mai venuto a conoscenza non saprà mai qual è la sua forza.

Ritorno in me dopo una buona mezz'ora perso nei sogni. Mi alzo dal letto indolenzito dovuto alla posizione fetale che il corpo ha assunto, mi stiracchio un po' facendo attenzione ai movimenti bruschi, il mio corpo ora riprende le sue normali funzioni, lo sento flessibile, caldo, piacevole, tutto, ora è più familiare. Sento il sangue scorrere in tutto il mio corpo, sembro rinato. Questo piccolo riposo mi dona un'energia fresca, mi si sono rifocillati tutti i tessuti, tutte le cellule, vibro di salute. Mi alzo gioioso e spumeggiante e vado in cucina. C'è mio fratello che sta guardando la tv, ci salutiamo solamente, poi, visto che lui non parla, apro bocca per primo dicendo; " Beppe, che hai fatto oggi di bello? ". E lui, si limita a rispondermi. "Sono andato con un mio amico allo stadio, poi mi sono fermato al bar, e sai chi ho trovato al bar?". Mi dice con sorpresa. "Chi ". Dico io. "Ho trovato il tuo amico Antonio con una ragazza, pare abbia detto si chiamasse Alessandra ". "Ti hanno detto qualcosa? ", replico incredulo. "No, no, Antonio mi ha solo salutato e mi ha detto appunto che era con sta tipa, Alessandra, poi basta, sono tornato a casa ". Resto un po' sulle mie, alla tv danno un film d'azione che ora non mi va di vedere, riattacco e chiedo a mio fratello se allo stadio si è divertito. Lui, risponde con tono asciutto che non è stata una bella partita, però, tutto sommato, ha passato un buon pomeriggio. Si è divertito a vedere le cariche dei celerini addetti alla sicurezza, me lo sta dicendo in un modo così divertito che ad un certo punto m'irretisco e gli chiedo; " Senti Beppe, ma come fai a divertirti quando succedono questi incidenti? ". E lui, mi replica in modo educato. "Mi divertono perché c'è tutta questa tensione no, senti che sta per esplodere da un momento all'altro, poi vedi che tutto si concentra in pochi minuti. Botte a destra e a sinistra, tutti che scappano o rincorrono, ognuno al suo posto, c'è chi riceve e chi dà. E' come andare all'arena se ci fossero ancora i gladiatori, non ti pare? ", dice scherzando ma in modo formale. Resto lì, come un ebete ad ascoltare i suoi miseri discorsi. "Non mi sembra che tutto questo abbia senso ", gli dico dopo un attimo di smarrimento. "Sembra piuttosto stupido andare allo stadio solo per quello, che ne dici? ". "No, che non lo è, è anzi bello soprattutto per quello, almeno così ti estranei un attimo dal solito tram tram", replica mio fratello. Sentito questo, mi viene voglia d'impartirgli una sonata verbale. Incomincio ad elencare tutti i motivi che secondo il mio punto di vista sono validi per non accettare questo verdetto, questi futili episodi. Gli ricordo che non è così che va interpretato il gioco del calcio, e non solo quello, gli chiarisco espressamente che non è quello il modo d'interpretare lo sport, tutti quei casini non succederebbero se la gente che li provoca fosse più corretta, più consapevole. "Solo una testa vuota, può andare allo stadio per provocare risse", gli dico un po' irrigidito. "Dov'è il senso di giusto in tutto questo?, dov'è andata la gente con l'animo buono e la gente con sensato modo di fare? ", ribatto teso. Mio fratello dice che è tutto lo stesso, vuole farmi credere che c'era e non c'è niente da fare. "Così stanno le cose". M'irretisco ancora di più, comincio ad urlargli addosso. "Ma come fai a affermare che è tutto lo stesso, non ti rendi conto che quello che fai tu, quello che non fai tu, è la stessa cosa che fanno i facinorosi? ". Mi guarda un po' di traverso e pensieroso, poi. "Ma Ocram, come fai a classificarmi uguale ai facinorosi?, non mi sembra di averti assicurato che ho partecipato, sono solo stato un testimone dell'evento e mi sono divertito un po'". Lo guardo con compassione. Certo, capisco che non tutti sanno di essere responsabili delle proprie azioni, ma come si fa a non rendersene conto in certe circostanze?. Comunque obietto. "Beppe, tu sei uguale se non peggio di coloro che hanno acceso tutti i casini, non ti rendi conto che sei stato presente a disordini con spargimento di sangue e ne sei anche felice?, come puoi esserne felice? ". E lui. "Non penso di essere l'unico responsabile di tutto ciò, non ti pare? ", ribatte ansioso. "Certo che lo sei, tutti quelli che erano li allo stadio ne sono. Tu, voi, avete contribuito in modo passivo all'evento e non avete fatto niente per evitarlo. Lo sai che tu puoi fare qualcosa e non lo fai?", continuo. "Guarda che non sono uno che fa i miracoli, non sono Ghandi che metto tutti in sit-in a terra e fermo quello che tu chiami coinvolgimento. Cosa credi, che mi entusiasmi in maniera così spudorata quello che è successo oggi? ", mi ribatte Beppe seccato. Ed io. "Ti assicuro che tu, voi, potete fare qualcosa, solo che non lo volete fare, tutto qua. Vai a vedere gente che tira calci ad un pallone, che guadagna miliardi e vi riempite anche di botte, ti sembra normale?. Perché non lo guardi sotto un altro aspetto?. E' normale secondo te, che un giocatore di calcio guadagni suon di miliardi e un dottore, che ha studiato per trent'anni e salva vite di umani, prenda si e no un decimo di stipendio, ammesso che lo prenda?. Non ti rendi conto che contribuisci a tutto questo?. Tu che vai allo stadio, paghi queste cose, evolvi lo star sistem, contribuendo a ciò, non fai che rafforzare tutto quello di cui è, non è vero? ", gli ribatto con forza. Lui ora un po' più ansioso. "Senti Ocram, per me quello che dici mi va bene, però non penso che tutte le colpe siano mie o di quelli che erano allo stadio, ora mi sa che stai esagerando". Ancora più seccato. "Ha sì, ti sembra che esageri, lo sai almeno perché succedono tute queste cose?, perché la gente è stufa, non ne può più, trova una scusante per esplodere. E' normale no. Uno arriva alla domenica stressato dal lavoro e cosa fa se non sfogarsi?, come può trovare pace secondo te una persona in un mondo come questo?. Se un praticante di fumo, di quei tipi che prendono soldi a palate per le cazzate che fanno, è più stimato, più lodato di coloro i quali donano solidarietà, come fai a non sentirti colpevole di tutto questo?. Non sarebbe più giusto pagare di più quelle persone che dopo otto, nove ore di lavoro, fanno anche servizio di volontariato?. Quelle persone che donano la loro vita per gli altri, il loro amore, la loro esperienza, la loro anima. Ti rendi conto che la gente bisognosa E' sempre esistita e che se andremo avanti di questo passo lo saranno sempre?. Non vedi che il povero E' sempre stato POVERO, il ricco, RICCO, che quello povero ha solo doveri e non diritti, che tocca sempre a lui pagare. Come mai secondo te, quelli che dovrebbero pagare di persona, SONO SEMPRE FUORI?. Ti sembra giustizia questa?, ti pare che lo stato abbia sentimento in quello che fa. "Per il popolo, a vantaggio del popolo". Non hai mai visto un governo in tutto il mondo che abbia fatto qualcosa per cambiare tutto questo casino?, MAI, non ci sarà mai se le persone si comportano sempre allo stesso modo. Come si fa a affermare che è tutto lo stesso, non ha senso. E' dall'individuo che la società deve cambiare, nel singolo, non nella massa. La massa è quello che fanno tutti, tutti sono coinvolti e inconsapevoli. L'individuo E' quello che può e che deve trasformare tutto questo in modo diverso, cominciando dalle piccole cose, ad esempio, dall'amare tutto quello che ti è donato dalla vita, dall'esistenza. Come puoi predicare di fare del bene agli altri, se tu sei il primo a non volertene?. Tu credi di volertene, ma non lo fai. La gente crede di volersi bene, ma non lo fa. Non puoi nasconderti dietro ad un vaglia postale per l'aiuto umanitario, quando non ti saluti nemmeno con i tuoi vicini, quando per un pezzo di terra, che non è tuo. "Ti è stato donato". Ti scontri con i vicini a suon di insulti se non peggio. Ti sembra sia servito a qualcosa mandare tutti quei soldi giù in Africa, ammesso che siano arrivati?. Oppure, sono serviti ad ingrassare i soliti maiali che se potessero ti ruberebbero anche l'anima?. Certo ora possono prenderti gli organi, perché con i soldi possono farlo giusto?; mandano qualcuno a sequestrare un bambino o un ragazzo, si prendono quello che serve e tutto va a posto, giusto?. Ma questo è solo futile quando si rendono conto che ciò non è tutto. Possono portarti via anche il rene, il fegato, ma l'anima no', quella è sacra per qualsiasi essere vivente, gli puoi prendere tutto ma non quella. Questa è la vera risorsa di ogni individuo, questo è il vero miracolo, il tuo patrimonio, non ha eguali, non può essere toccata. Non una lama di coltello può intaccare ciò che tu sei, che tu hai per dono della vita stessa, dall'esistenza stessa. Vedi Beppe, quando siamo nati, eravamo tutti buoni, eravamo ricchi di tutte le qualità donateci dalla natura, dall'amore. Poi la nostra società ci ha messo davanti ad un bivio, c'è chi è restato umile e virtuoso, e c'è chi è diventato egoista, ipocrita, e tutte quelle cose che hanno portato a questo oggi. Noi siamo nati puri come l'acqua di sorgente, limpida, fresca, viva. Puri come l'aria. Trasparenti come un raggio di sole caldo e libero. Il bambino, noi tutti, siamo verità assoluta. I bambini non si nascondono dietro falsi pregiudizi o ipocrisie, diventano impuri, privi di vitalità e di freschezza, pieni di maschere, gli è imposto dalla nostra società. E' da bambini che bisogna insegnare loro cos'è la bontà, cos'è l'amore, cos'è l'umiltà. E' da piccoli che apprendono le cose sia buone che cattive, quindi è colpa soprattutto degli stessi genitori, che a loro volta hanno ricevuto lo stesso trattamento, e per questo dovevano cambiare consapevolmente ciò. E' dalle scuole, dal lavoro, dalla società stessa, la stessa religione, se poi da grandi sono quel che sono. Sono in balia. C'è comunque una minoranza che fortunatamente non è così, perché sono nati con cromosomi diversi, con cromosomi puri, intoccabili dall'esterno, alcuni di noi hanno delle proprietà che nel tempo si distinguono e questo mi rende felice, entusiasta".

Detto questo, mio fratello resta di stucco, non sa più cosa fare e dire, si gira e rigira nel divano, lo vedo farfugliare qualcosa ma è del tutto inutile, forse ho esagerato ma si meritava una lezione, penso. Lo guardo ancora per un attimo, lo saluto. Lui, mi fa cenno di aspettare. Mi fermo e resto immobile, come una statua che aspetta che qualcuno si accorga di lei. Beppe, mi si avvicina e mi dà una pacca sulla spalla, gli rimando un sorriso amichevole, assicura che è tutto vero quello che gli ho appena detto, ma lui non sa come comportarsi per cambiare le cose. Lo guardo con compassione e lo conforto, gli affermo che è tutto apposto lo stesso. "L'importante è che capisci il messaggio", gli confermo calorosamente

 

Fine prima parte

 

Seconda parte

In settimana mi diverto a giocare con il computer regalatomi da mio fratello, un maniaco in grado di fare qualsiasi cosa, addirittura, una volta l'avevano pure chiamato a lavorare in una azienda di livello internazionale. Ha risposto picche, ci gioca e basta, non gl'interessa passarci una vita sopra a lavorare. Mentre sto giocando, mi viene in mente di scrivere qualcosa. Comincio a scrivere di cose passate, di quello che è successo nella mia pur breve vita. Ad un certo punto mi torna alla mente che non ho più visto Josuè. Il semplice fatto di scrivere qualcosa della mia infanzia, di cose accadutemi, mi porta in modo spontaneo a ricordare Josuè. Come sembra lontano il ricordo del tipo, e come ora lo senta presente, all'interno del mio stesso essere, non so come spiegarmi questa sensazione. Viene quasi da pensare che sia proprio lui a scatenare in me tanta voglia di ricordarlo, forse viene in mente perché non l'ho più rivisto o forse è la mia immaginazione a creare questa sensazione. Fatto sta, che entro in uno stato comatoso. Tutto si ferma. Vedo e non vedo ciò che è all'infuori di me, sembra di essere all'infuori delle cose materiali che mi circondano, compreso il mio corpo, sono catapultato in una dimensione che non ho mai sperimentato prima, tutto è così tranquillo. Anche il mio stesso respiro si è calmato di colpo, ho amplificato il modo di sentire, di udire, percepisco cose che sono al di fuori della mia percezione, tutto è così strano ma invitante. Ricordo non aver mai provato questa strana ma bellissima sensazione. Una sensazione nuova e fresca, simile all'innamoramento, come quando t'innamori e ti è tutto così leggero, spontaneo. Sto nuotando in un lago, ma il mio nuotare non è uno sforzo fisico, ma piuttosto un volare a pelo sull'acqua. Questo ricordarmi le cose accadutemi, conduce sempre più il mio essere alla ricerca dell'equilibrio interiore, non ho mai fatto caso a questo, ma ora mi è chiaro. Sembra che tutto quello che è successo nella vita non sia altro che materiale per espandermi interiormente. Ho fatto un balzo in avanti dell'essere, ho riscoperto l'interiorità, mi sono risvegliato da un lungo letargo. Quasi non credo ai miei occhi, aver scoperto tutto questo grazie al semplice fatto di aver conosciuto per pochi attimi Josuè. E' lui che ora sta sussurrando all'interno del mio essere. Ed è lui, Josuè, che capitò davanti un giorno mentre stavo passeggiando con il mio fido cane lungo l'argine di un fiumiciattolo, il posto in cui avevo trovato Antonio a pescare. Con mia grande sorpresa ora non incute più timore. Sento salire un'emozione straripante, mi sento euforico, è oramai da circa cinque anni che non lo vedo, ed ora è li a pochi passi, come un fantasma. Lo posso sentire in tutta la sua fragranza, certo sembra sia anche un qualcosa di gustoso da assaporare, da annusare.

Riesco subito a rompere il ghiaccio e a chiedere come mai non l'ho più rivisto su all'eremo. Ma Josuè è impassibile. Non una piega o un cenno al mio indirizzo. Continuo a chiedere e più chiedo più Josuè sembra impassibile. Non gl'importa. Svanisce sotto i colpi incessanti della mia lingua, fino al punto di esaurire tutte le forze, però, ecco che all'improvviso Josuè si affaccia per la prima volta al cospetto e saluta in modo molto naturale e semplice. Resto lì disorientato. Non riesco a capire come mai ora mi si affaccia davanti in questo modo, il suo modo di fare mi manda in tilt, rende le cose ancora più difficili, almeno secondo la mia osservazione. Fa cenno di sedermi vicino e di restare in silenzio per un paio di minuti.

Sono passati venti minuti e sono ancora li seduto a gustarmi il momento delizioso che sento nascere dentro di me. Mi sento come un bambino, fresco, pieno di energia e di serenità. Ora tutto sembra avere un significato diverso, l'essere in semplice silenzio accanto a Josuè, mi riempie d'amore, si amore, penso sia solo questa la parola da esprimere, ammesso si possa. Una sola parola per dare il senso di totalità che sto provando. Josuè, mi chiede incuriosito della risposta, se sono contento di averlo rivisto. Gli rispondo che non l'ho più dimenticato dal primo giorno che l'ho visto, non so, è come se non fosse mai mancato all'interno del mio essere. Forse è una cosa che porto appresso fin dall'infanzia. E' ancora avvolto in un mistero il fatto che da bambino provassi le stesse emozioni che ora provo dinanzi a Josuè. Questo non è che un motivo di discussione appassionante e di estremo interesse. Gli chiedo, sostenendo il suo sguardo penetrante. "Josuè, mi puoi dare delle risposte a tutto questo?, ti sembra che stia esagerando o c'è un nesso in tutto questo?". E lui, allentando le difese. "Certo che c'è un nesso in tutto questo, quando eri bambino tutto era chiaro e limpido, perché eri pura essenza. Eri innocente come il cucciolo che succhia il latte alla madre. Tutta l'esistenza si riversava in te e tu ricevevi energia vitale data la tua trasparenza, dalla tua aperta disponibilità ad essa. Eri semplicemente un vaso vuoto da riempire d'amore, tutti i bambini nascono con queste qualità. Poi succede la vita. La vita è quella che ti si pone davanti per farti capire qual è la tua natura. Ti può togliere la fragranza, l'amore, la bontà, ma questo è solo un pretesto per farti ritornare bambino consapevole delle sue qualità. Quando le persone si ritrovano, ritrovano la loro anima, il loro centro, si catapultano di conseguenza nell'amore universale, tutto ciò che erano all'inizio del viaggio, lo ritrovano con fanciullesca consapevolezza durante la loro vita. E questa che tu chiami mistero non è altro che l'amore". Sentite queste dolci e fragili parole pronunciate da Josuè, m'intenerisco e quasi mi metto a piangere dalla felicità. Quello che ha detto è sempre stato all'interno di me, ed ora che ho udito ciò, ne sono ancora più felice. Sembra che tutto quello che ho appena sentito sia uscito dalla mia bocca, tanto è universale il linguaggio che parla Josuè. Continuo a massacrare Josuè con domande a ripetizione, lo incalzo a tutto campo. Lui, come prima, si ritrae e non apre più bocca. L'ascia che parli per dieci buoni minuti. Fa cenno mormorando divertito che se ne deve andare. Io, mi blocco di colpo e gli dico di restare ancora per un attimo. Mi assicura che non ha voglia di ascoltare tutte le domande e che non servono a niente. "Sono solo pattume", risponde in modo sbrigativo. Lo guardo un po' divertito e gli dico. "Come sono tutte pattume, cosa vorresti insinuare?, non ti sto chiedendo delle stupidaggini". E Josuè. "Certo che lo sono, ma non nel senso che lo intendi tu. Non sto dicendo che le tue domande non siano precise o che non abbiano senso è solo che sono solamente parole, parole, parole, e tutte queste parole non servono assolutamente a nulla. Tu non sei quelle parole, sei di più, sei..." e resta zitto. Gli chiedo cosa sono. Risponde che non sono, cioè che sono tutto e niente, vuoto o colmo d'amore, universalmente amore.

Vedo svanire Josuè in lontananza. Raccapriccia il fatto che forse non lo rincontrerò più per diverso tempo. Quei pochi istanti passati assieme, donano la forza e l'energia al corpo di continuare il cammino verso casa. Mi tornano alla memoria le belle parole pronunciate da Josuè, sono estatico e ansioso di raccontarlo ad Antonio, sicuro che ora s'incuriosisca e stia ad ascoltare.

La sera, dopo aver cenato con mio fratello e aver parlato di scuola e libri, dato che lui doveva uscire con una ragazza, telefono ad Antonio e lo invito a bere una birra a casa mia. Arrivato, mi presto tutto euforico e colmo di energia. Lui, subito, non sembra molto interessato a quello che gli sto a dire, poi, man mano che parlo di Josuè e delle sue splendide parole, vedo crescere ad Antonio un misto di curiosità e coinvolgimento. Si vede che fa effetto, almeno così sembro aver capito in quei pochi minuti di conversazione, poi, scopro sconsolato che il tutto non è una curiosità tipica di chi sta ad ascoltare, ma è bensì il suo stato d'animo che ha cambiato tono ed effetto. Si è appena fatto una canna ed è arrivato a casa mia ancora un attimo prima di andare fuori di testa. Constatato che è proprio così, dico ad Antonio quando pensa di smettere con il fumo. Lui, incurante delle parole, canticchia fra se' una canzone familiare, non sembra dar peso ai miei avvertimenti. Visto che non ottengo nulla di buono, mi metto a ridere come un matto, tanto ho capito, non c'è niente da fare, è fatto così. Gli piace troppo farsi le canne e non posso certo farlo uscire da qualcosa che gli va di fare. Oramai è da anni che si fa e sono altrettanti anni che cerco di farlo smettere senza successo, ho capito che è tutto inutile. E' lui che deve sentirsi in grado di farlo se ne ha voglia. La serata che volevo trascorrere si tramuta in un casino. Antonio, comincia a tenere discorsi assurdi sulle ragazze; afferma che vuole scoparsele tutte, anche quelle con i peli sulle gambe. Addirittura continua a ripetere che per soldi scoperebbe anche sua madre. Io, non riesco più a trattenermi dalle risate. Mi viene perfino il mal di pancia da quanto forzo la risata, fa male addirittura la bocca da quanto la tengo aperta. E' come se un dentista si fosse dimenticato il divaricatore per qualche ora e che nel toglierlo si fosse bloccata da un crampo. Tutto quello che volevo dire ad Antonio, si trasforma in una serata all'insegna della pazzia, ora ne sono coinvolto anch'io. Antonio, vedo, fa un'altra canna, e così vado anch'io fuori di testa. Cominciano a venirmi i primi sintomi di pazzia allorché mi metto in piedi sopra la tavola con una scopa in mano, nudo, a schitarrare come un pazzo schizofrenico. Antonio, visto l'andazzo si lascia andare ad uno strip esagerato che finisce sul divano e con fare da porno attore si esprime in una vistosa e sonora smanettata. Se in quel momento fosse entrato mio fratello, avrebbe sicuramente fatto il 113, o addirittura il 118, servizio psichiatrico.

La serata fu unica. Dopo aver consumato un paio di birre a testa, ad Antonio viene la strana e pazza idea di andare a fare un giro in un locale sexy. Presa la macchina dal garage e salutato il mio cane, che peraltro ci guarda esterrefatto, c'immettiamo in strada, insicuri del nostro andare, non sappiamo bene cosa stiamo facendo, però ormai è fatta, si deve concludere con il botto. Arriviamo ad un toples-bar nel centro città, dopo aver fumato un'altra canna. Entriamo e non riusciamo neppure a conoscerci a vicenda. Ci prendiamo due ragazze e le accompagniamo ad un divanetto, parliamo un po' del più e del meno. Nel frattempo le tocchiamo a vicenda senza disturbarle. Loro, si lasciano fare senza nessun ritegno. E' da tanto che non tocco una ragazza, e in queste condizioni tutto è così semplice. Questa sera, ho voglia di fare sesso e dato che dobbiamo finire con il botto le portiamo a casa mia. Antonio, lo parcheggio in camera mia, io, mi metto sul divano. Mentre faccio sesso, passano davanti ai miei occhi come in un film, tutte le scene che ho fatto prima di uscire, mi viene anche da ridere, ma oramai l'eccitazione è troppo alta e nel momento del piacere più intimo mi trapassa davanti un'altra figura. Questa la conosco molto bene, è la figura di Josuè. Rimasto in comune silenzio per un paio di minuti, torna sempre più insistente il volto di Josuè. Non fa che procurarmi strane sensazioni, non riesco a capire se è frutto della mia esperienza diretta, o se è una fantasia creata dal troppo fumo o dalle birre che ho bevuto. Nello stesso istante tutto questo appare logico, è nata in me' una nuova sensazione. L'aver approfittato seppur consensualmente, di fare del sesso con una prostituta, fa nascere in me una nuova consapevolezza. Come posso sentirmi in pace e sereno avendo tratto piacere da una persona costretta dal lavoro e dai soldi, a fare tutto ciò?, se lei non capisce che sta sbagliando, come posso approfittarne senza sentirmi in colpa?. Scomparso il volto di Josuè, mi ritrovo la ragazza tra le braccia. Non capisco come faccio a trovarmi in questa situazione, sono sorpreso. La tipa, una certa Gessi, mi si accoccola abbracciandomi sul collo e sostiene che starmi vicino la fa sentire a casa. Le do la sensazione di essere nel suo rifugio, mi dice contenta, ed io, che non riesco a capacitarmi di tutto questo, ne resto contento e divertito. Forse comincio a capire qual è il significato di tutto ciò. Il mio stato di quiete, il mio semplice essere, da sensazioni esterne che sono captate solo da persone che sono più sensibili. Si affacciano dinanzi nuove esperienze. Ora posso capire come mai i miei atteggiamenti sono diversi da così tanta gente, il solo fatto di aver compreso la mia natura, mi fa danzare in un vortice di colore e luce. Come mai non ne ero venuto a conoscenza prima, mi chiedo senza sosta, tutto quello che ho fatto e provato è forse la via per il raggiungimento del mio potenziale spirituale?, o questo è soltanto un piccolo tratto di strada che devo percorrere?. E' chiaro perché il dubbio mi perseguiti da tutta una vita, ho già intuito qualcosa e quel qualcosa mi dà la sensazione che sia reale. Solo quello che proviene dal mio essere è reale, tutto il resto è solo il desiderio di conquista. Come ho fatto a non capire che tutto lo sforzo fatto in tutti questi anni non è servito a nulla, che è tutto fumo quello che ho sempre desiderato?. Ho capito, finalmente, perché l'amore è l'unico nome che si può dare al tutto, tutti i problemi che di solito intrecciano la mia vita, non sono altro che una mancanza d'amore per il tutto, per tutte le cose che esistono. L'amore ho capito, è luce, e dato che è tale t'inonda, ti rende gioioso. E' talmente forte la luce che emana l'essere in amore, che tutto quello che ti circonda cambia aspetto. Tutto diventa speciale, sublime. E' talmente forte la luce che emana che ti abbaglia. Ti abbaglia così intensamente che diventi cieco, è così intensa che ci vedi solamente con il cuore. Solo con il cuore ci può essere visione amorevole, ed è per quello che nulla più ti preoccupa. Tutti i problemi che prima mi affliggevano, ora svaniscono, sono insignificanti. La gioia che scaturisce l'amore, sfocia in una fioritura che ha per fine la fragranza, la divinità. Tutto questo però lo si capisce vivendolo, assaporandolo. Per scoprire tutte le sue sfumature, devi entrarci con tutto l'essere, con tutta la forza che hai. Quando tutto questo ti accade, arrivi a comprendere che sei anche vulnerabile. Sei talmente vulnerabile, che puoi essere ferito in qualsiasi momento, perché ti esponi e nell'esporti ti apri, non hai più la corazza che ti fa da scudo. Questa è la paura che hanno le persone mediocri, le persone che non sanno vivere totalmente. Si nascondono dietro false ipocrisie. Il vero innamorato si lascia trasportare dal flusso di energia che lo ha invaso, che lo rende inerme. Il vero innamorato non conosce la paura, perché è cieco, è luce, amore. Il vero innamorato, lascia alla persona che ama, il sacrosanto diritto di realizzare i propri sogni, le proprie speranze, senza intralciare o infrangere i suoi desideri. Se manchi di rispetto, manchi d'amore. Se la persona che ami, entra nel tuo silenzio, distruggendolo e contaminandolo, non ti ama. Se vuole il tuo possesso, infrange la legge dell'amore, perché l'amore è libertà. Ora ho capito che quando mi ero innamorato, mi ero innamorato della sua bellezza, e lei era bella perché era libera. E' la libertà che dona la grazia e la bellezza alla persona che ami. Anche in natura, è la libertà che dona la bellezza. Guarda gli animali, sono belli se sono liberi. La loro bellezza è scaturita dalla libertà, perché è lei che t'incanta. Se rinchiudi o metti in gabbia un qualsiasi animale, lo uccidi. Non lo uccidi fisicamente, lo uccidi come essere. La forza scaturita da una rondine in volo, è la vera bellezza. Prova a rinchiuderla, sarà tua, è tua, ma l'avrai uccisa dentro. Guarda un cane alla catena, ti sembra contento?. Se potesse parlare cosa ti direbbe?. La libertà porta con se una bellezza unica, e l'unica cosa che ti porta felicità, come puoi toglierla alla persona che ami?. Se l'amore non vi rende liberi, quello non è vero amore, è solo un falso modo di viverlo. Tutte le cose che non ti danno il senso di libertà sono false, sbagliate. Vivi libero e sarai sempre in amore. L'amore vissuto in libertà, è l'unico metro di misura che la natura conosce. Ed ora che tutto questo esce chiaramente dal mio cuore, non mi resta che trasmetterlo, diffonderlo. Solo trasmettendo questo stesso sentimento mi torna centuplicato. Solo donando può esistere uno scambio con l'esistenza stessa. Solo donando amore ricevo amore, il contrario non è possibile. L'amore genera amore. Non guardo più cosa fanno e cosa dicono gli altri nei miei confronti, solo il mio agire con semplicità, con passione, con consapevolezza dona amore alle cose che faccio. Mi sembra sempre più chiaro che qualsiasi cosa uno faccia, se non lo fa con amore, con il cuore, non riceve altro che amarezza e frustrazione. Anche il semplice calpestare un fiore senza un motivo valido, è un atto di non amore. Certo questo non è tutto, ma è sicuramente la strada da seguire, ed è l'unica via da percorrere.

Al ritorno dal topless bar, dove abbiamo riaccompagnato le due ragazze, siamo ancora su di giri per la serata trascorsa. Guardo Antonio per un attimo per cercare qualche segnale, qualche cosa che mi dia la sensazione di veridicità, visto che sono ancora sospeso nei miei sogni, nelle mie fantasie peraltro veritiere. Chiedo se va tutto bene. Mi risponde che è un po' sotto sopra, che non gli è chiara una cosa. Da un po' di tempo sente uno strano malessere al torace e in confidenza, mi dice sconsolato, si sente una gran fitta sopra la punta dello stomaco. Lo ascolto con apprensione. Mi rattrista il fatto di sentire Antonio lamentarsi per la salute, io, che l'ho sempre esortato a trascorrere una vita più sana, più regolare ed ora, visto che mi sta parlando in un modo sconosciuto e peraltro di una cosa che può essere anche di vitale importanza, sento di donargli tutto il mio affetto, tutta la mia comprensione. Ora sembra che il tempo si sia fermato o accelerato, non posso capire qual è la sensazione che il mio corpo sta provando, si mescolano dei tremolii a delle improvvise scariche di adrenalina che paiono incendiare il corpo. Arrivato a casa di Antonio, lo accompagno e lo conforto, gli dico che probabilmente ha esagerato con il fumo e che l'indomani mattina si sentirà molto meglio.

La mattina seguente, vado subito a casa di Antonio, ne esce sua madre piangendo, capisco che è successo qualcosa, lei, mi fa cenno di entrare. Entro e mi accomodo in salotto, il solito salotto dove tante volte ha annusato tutto quell'odore di erba, quel salotto, che se potesse dire la sua, sicuramente contesterebbe ad Antonio l'uso indiscriminato di esso. Sua madre mi si avvicina con una tazza di tè, la bevo, anche se non è quella la sostanza di cui ho bisogno. Si siede a fianco e mi dice; " Antonio è ricoverato al centro tumori dell'ospedale di Bologna". Resto di sasso al sentire queste parole. Nasce in me un profondo sgomento, a stento non si tramuta in lacrime. La madre di Antonio mi prende una mano e me la stringe in modo umano, quel modo che ti riempie di calore, di speranza, mi si stringe il cuore, non avrei mai immaginato che Antonio si trovasse ora in questo stato. La madre cerca di spiegarmi con parole dolci la situazione, io, nervoso, cerco di nascondere la mia impazienza facendo domande un po' vaghe e senza grandi pretese. E' una commedia recitata ad arte quella che stiamo tenendo io e la madre di Antonio, oramai è palpabile che i nostri discorsi servono solamente da anestetico. Per tagliare corto dico a sua madre che nel pomeriggio vado a trovarlo, lei, con un gesto semplice di consenso sprofonda in un disperato pianto da madre, quei pianti che ti tolgono anche il più piccolo appiglio che resta, forse la speranza è la sola cosa che nel mio intimo fa ancora restare fiducioso, così esco e m'incammino verso casa. Dopo avere pranzato, svogliatamente, parto con l'auto verso Bologna. Strada facendo, mentre sto ascoltando alla radio una canzone melodica, New-Age, mi appare come un lampo, il volto di Josuè. Quasi sbando andando a sfiorare il guardrail. La figura di Josuè compare e scompare a seconda degli eventi, viene in mente, forse il richiamo del vecchio è scaturito dalla mia predisposizione o forse dalla disponibilità meditativa, fatto sta che fino all'ospedale non appare più. Nell'abitacolo aleggia una calma serenità, sembra che ogni volta che appare, scaturisca un po' d'amore nel mio essere, mi riempie d'una fresca brezza.

Entro in ospedale senza chiedere indicazioni per trovare il reparto, data la semplicità con cui posso girare in questo labirinto di corridoi e stanze. Trovo Antonio intento a guardare la tv, un po' stanco e nervoso, lo saluto e lo abbraccio, lui, sorride svogliatamente. Ci sediamo nel letto. Antonio, animatosi della mia presenza, assicura che se lo immaginava, lo sentiva, che prima o poi doveva succedere qualcosa. Comincia ad assicurare che in tutta la vita non ha ottenuto niente altro che tristezza e amarezza. Lo seguo con apprensione, so di cosa sta parlando e annuisco facendolo continuare. Ripete continuamente che il suo sogno era di essere una persona tranquilla, con uno scopo nella vita, ed ora che si trova a pochi passi dalla morte, tutte queste cose gli rimbalzano in testa come palline da ping-pong. Lo ascolto senza commentare, senza interromperlo, capisco il suo stato d'animo ma non riesco a formulare all'interno della testa un motivo valido per incoraggiarlo, noto, però, la presenza lo rasserena, gli da conforto. Forse non è tutto, la mia semplicità, la comprensione, allevia almeno in apparenza il suo stato d'animo, stargli vicino lo rivitalizza e lo rende più allegro. Ogni tanto ci raccontiamo quello che abbiamo combinato assieme in passato, lo assecondo in ogni sua dichiarazione, gli do, la possibilità di esternare tutti i dubbi, tutte le ansie, le paure. Raccapriccia il cuore sentire Antonio parlare in questo modo, oltretutto al passato, sembra sia al corrente sia al capolinea. Ancora una volta la morte bussa alla porta, questa volta tocca a quella di un carissimo amico, accetto con amore ciò che l'esistenza riserva, anche questo mi rende più forte, si schiude un nuovo spiraglio, costato che la vita riserva molte sorprese alcune delle quali spiacevoli e prendo atto che tutto questo non è altro che la vita stessa, ciò che è. Noto con amarezza che i condannati a morire, accettano a malapena il verdetto. Nei loro occhi leggo chiaramente che hanno paura. La luce che splendeva nel loro viso, ora si è tramutata in un più cupo raggio ombroso. Mi chiedo dov'è finito lo sguardo scintillante delle persone che accettano senza rimorso, come mai la morte porta tanto buio e così tanta tristezza dato che fa parte della vita stessa, come mai le persone non accettano tutto questo senza paura, ma solamente come un puro fatto naturale. Tornato a concentrarmi su Antonio, noto che anche il suo viso è tormentato da bagliori di tristezza. L'Antonio che conoscevo fino al giorno prima è scomparso, la paura della morte ha preso in ostaggio anche il suo carisma. Il corpo ora dà segnali negativi. Fintanto che Antonio resta muto, il pensiero corre come un cavallo impazzito in una prateria estesa all'infinito, in cerca di una verità, in cerca di un perché, la speranza, vedo, è l'unica scappatoia. Comincio a pensare a come ci si può sentire negli ultimi giorni di vita, provo ad immedesimarmi nella parte, ma evidentemente lo sforzo non fa altro che confermare la solita schiacciante realtà, che comunque uno si senta in quel momento, la morte resta l'unica verità. Antonio mi guarda come a chiedere delle spiegazioni, si vede che lo sguardo gli comunica qualcosa, quel qualcosa che vedevi negli occhi di tua madre quando eri piccolo, quando cercavi il latte nel suo seno materno. Dal mio cuore mando segnali criptati d'amore, di compassione, questo è ciò che dono in questo momento. Lui, ancora immobile come un ragazzo davanti alla sua innamorata, fissa per scrutare al mio interno, sento che lo sguardo entra ed esce dalla mia anima in cerca di un appiglio, ma oramai anche lo spirito ha levato l'ancora, l'essenza è già in partenza, tutto il suo corpo, sento, non fa che elemosinare pietà. Capisco che staccarsi dal proprio corpo è dura, ed Antonio conferma tutto questo in modo spontaneo, anche uno sciocco ora l'avrebbe compreso, non so come arginare il mare di dolore che provo guardandolo. Mi viene spontaneo poggiargli una mano al cuore, forse è l'unica cosa che dà serenità e ci fondiamo entrambi formando un'unità, sembra di essere un'essenza, non esisto più corporalmente e nemmeno il corpo di Antonio, siamo uniti da un centro, da una consapevolezza. Noto che anche Antonio è estatico, privo di paura e tensione, tutto quello che ho notato e sentito fino a questo momento, è sparito, spazzato via da un vento d'estasi, da una forza che non conosce confini, che non conosce ostacoli. Resto allibito. Non c'è più corpo e mente, tutto questo è sostituito da un cielo azzurro, da un silenzio che riconosco, certo è il silenzio che nasce all'interno di noi, quello che da ragazzo sentivo nascere quando andavo da solo nel bosco, quel silenzio che tanto bramavo ritrovare. "Ocra", dice Antonio ancora scioccato dalla sensazione che fino a poco tempo prima ha provato. "Sei una persona unica, fino a questo momento ho sempre pensato che tu fossi strano, ma non avrei mai pensato che mi facessi provare tanta gioia. Con il semplice tocco della tua mano, con la tua semplice presenza". Lo ascolto compiaciuto. Neanch'io non mi sarei mai immaginato di dargli così tanta serenità, forse Antonio non ha mai provato quel senso di vuoto, un vuoto ricolmo di luce, gli rispondo che tutto quello che ha appena provato, non è altro che una splendida esperienza. Ancora in preda a spasmi di serenità, afferma che ha voglia di chiarire alcune cose che sono rimaste in sospeso; soprattutto della volta che siamo andati all'eremo e che ha tanto parlato della innamorata. Lo esorto a lasciare perdere, ma insiste, vuole mettere a posto le cose incompiute si vede. L'assecondo pensando che forse è meglio se ne parla, dopotutto, da come risulta il suo aspetto fisico, sono pochi ancora i giorni che lo separa da una morte certa. Così, con un po' d'apprensione e un'aria abbattuta, comincia a scusarsi per tutte le volte che ha esagerato nei miei confronti, che la storia che ha raccontato su all'eremo, è una invenzione, è un bluff. Io, inebetito ma divertito, ascolto senza fare obiezione, sembra stia confessandosi per la prima volta, tale è l'aria che si respira. "Antonio". Lo fermo per un attimo. "Mi spieghi per che' quella volta hai bluffato con la storia?", gli sussurro piano per non disturbare gli altri pazienti, visto che si è fatto tardi. "Volevo provare a sentire come si stava da innamorati e così ho inscenato tutto, tanto per vedere come ti comportavi al riguardo". "Hai tratto vantaggio da tutto questo?", gli dico senza premura. "Certo, ho capito com'eri tu, come prima cosa, volevo sentire la tua opinione, tanto per spassarmela", dice ridendo, con la sua solita risata da birichino che si trova ad avere per natura. "Visto che assecondavi, ho continuato la commedia e ti giuro che non mi sono mai divertito tanto, ci credevi talmente, che fermarmi rovinava tutto". Lo ascolto divertito ed anche un po' seccato. Dentro di me, nasce una risata che esplode con tutta la sua forza. Devo tapparmi la bocca per non disturbare, mi pianto l'angolo del lenzuolo fino in gola ed ancora ne esce un suono cupo ma sonoro, guardo in giro e per fortuna scopro che i pazienti sdraiati nei rispettivi letti, non sembrano ricevere alcun disturbo. Dopo pochi attimi tolgo dalla bocca il posticcio tappo di lenzuolo e mi riassesto. Torno alla normalità, almeno esteriormente e dico ad Antonio che devo rientrare per sera. Lui, mi guarda disorientato e impaurito, non so cosa fare, ma devo proprio andare. " Ocra", sussurra ad un orecchio Antonio. "Vorrei ti ricordassi di me'". Lo guardo a fondo, fino nel suo profondo. I miei pensieri mandano parole dolci e serene, il sangue sembra addensarsi sempre più. "Certo che ricorderò di te, ma sembra prematuro per darci un addio, non ti pare?", dico un po' freddamente per non dare l'impressione di essere in apprensione. Si distende, noto. Lo esorto a mettersi la mano al cuore e a stare tranquillo, poi, con fare naturale e gioioso, lo stuzzico assicurando che con la pellaccia che si ritrova può stare tranquillo. "Tanto sei forte come l'erba cattiva", ribatto ironicamente. Prima di andare mi chiede un'altra cosa. "Ocra, quello che ho sentito prima con te, ricordi?, quella bellissima sensazione di calore, di luce. Ha qualcosa a vedere con la nostra persona, oppure è solamente una sensazione che ci proiettavamo a vicenda?". Non so cosa rispondere, vorrei assicurargli che quello che abbiamo provato è la realtà, il nostro spirito interno, ma non ne sono convinto pure io. So che la sensazione lo già provata da bambino, ma non so se anche lui ha capito il messaggio, così, per farlo rasserenare, sostengo che è la nostra anima che si è fusa in un tutt'uno con l'esistenza, con l'esistenza divina. Dai suoi occhi, escono lacrime dalla gioia, si vede dallo scintillio che emanano. Sono contento di avere dato la risposta giusta, gli stringo la mano con forza e lo saluto. Passando per i rispettivi reparti, noto con amarezza che sono stracolmi di degenti. Il cuore sembra stretto da una morsa, tanto è sconvolgente la realtà. M'imbatto per caso nel reparto di chirurgia infantile, i bambini ignari del loro destino, sembrano non accorgersi del loro stato. Dal loro sguardo esce un fluido allegro ma con un pizzico di malinconia. Solo guardando attentamente le loro madri si capisce chi è più sofferente, nonostante tutto riescono a tenere lontana l'angoscia e la paura. Mi domando se qualche madre accetta con serenità ciò che l'esistenza dona, anche questo fa parte della vita, mi viene da pensare. Allora come mai tanta sofferenza e ansia se poi alla fine l'unica santa verità è che tutti dobbiamo morire?. Non c'è farfalla o leone, non c'è povero o ricco davanti all'unica verità.

Torno al paese e mi fermo un attimo dalla madre di Antonio. Le assicuro che Antonio è tranquillo e in pace, lei, con sussulto, mi bacia sulla guancia e ringrazia per tutto quello che ho fatto. Resto immobile e contento. Fa piacere avere sollevato anche se pur in maniera leggera, lo stato d'animo della madre, così la saluto e m'incammino alla macchina e torno a casa. Dopo tre giorni, Antonio perde il corpo. Dà fastidio solamente sapere la madre disperata, non è che a me faccia piacere, però, sapere che Antonio ha condiviso la propria vita con me, mi fa sentire in pace, non dico sereno, ma allevia il dolore.

Al funerale, che si è compiuto con il solito rito funebre, non ci vado. Preferisco ricordarlo in partenza per un viaggio di piacere, questa è la sensazione che provo. I pensieri formulano un posto in cui Antonio non deve fare altro che danzare e divertirsi, mangiare e dormire, amare e dispensare allegria, cantare e suonare. Un paradiso dei sensi, un giardino sempre in fiore, con profumi esotici, con profumo di pino e muschio selvatico, con tutti i colori dell'arcobaleno, con fiumi d'acqua spumeggianti, con una leggera brezza che fa arruffare i capelli, con tutti i tipi d'animali, da quello più piccolo e gracile, a quello più robusto e forte, da un cielo azzurro che più azzurro non si può, e in fine, da un buio che più buio non si può, che solo la luna riesce a farsi notare e di tutte le cose che abbiamo in dono, se solo ci accorgiamo, qualche volta. Oggi, per ricordarlo con più ardore e sentimento, faccio la solita passeggiata con il cane su all'eremo, nel posto in cui quella volta raccontò la storia della tipa, la storia fasulla. Al pensiero mi viene da ridere e rido. Rido così di gusto che se qualcuno in questo momento mi vedesse, sicuramente penserebbe che sono tutto matto. Ridere, è così liberatorio che è una preghiera, sono in pace, sereno, anche il cane ne è contagiato, abbaia senza motivo, è il suo modo di ridere. La luce, che entra negli occhi, frastorna tutti i sensi, l'olfatto capta ogni piccolo profumo, l'udito ogni più piccolo suono, cinguettio. I colombi che aleggiano in aria, formano delle figure, danzano spensierati, le piante si lasciano andare ad una ola naturale, semplicemente vanno a destra e a sinistra per come il vento le spinge, anche le foglie secche si perdono in vortici di allegria e formano nuvole di coriandoli. All'improvviso, senza rendermene conto, sento il bongo di Josuè. Fa straripare dall'emozione il bisogno di vederlo, è da tempo che non lo sento. Ora lo percepisco. Entra scuassandomi il cuore, tutto l'essere ne è stregato, in preda ad un rapimento. Mi avvicino al punto dal quale è scandito il battito, è il solito posto dentro alla grotta, lui, José, guarda sorridente il mio arrivo, anche a lui fa piacere rivedermi, me lo assicura la disponibilità. Mi avvicino e lo saluto, quasi svengo dall'emozione, sorride e fa segno di sedere vicino. "Ocram, amico mio". Esordisce in modo spontaneo e allegro. "Da quanto non ci vediamo. Dove sei stato in tutto questo tempo?", dice con un pizzico di spiritosaggine. Resto ad osservarlo ancora un attimo prima di aprire bocca, sembra un sogno quello che sto provando. "Dove sei stato tu", gli dico anch'io sorridente. "Mi sembra di averti già ricordato che sono sempre qui. Sei tu che non mi vedi", dice sempre con il suo modo spiritoso e provocatorio. Turba un pochino il fatto di non comprendere come mai Josuè lo veda solamente rare volte e che si ostini ad assicurarmi che è sempre presente, che solo io, non lo veda sempre, comunque, sono contento lo stesso, averlo vicino rasserena. Josuè, porta sempre felicità e spensieratezza, saperlo vicino, presente, fa scaturire sensazioni uniche, quasi magiche. Mi domando come mai lo riveda il giorno del funerale del mio migliore amico, forse è il destino, oppure come ho già sperimentato, la sua presenza è scaturita dal mio stato d'animo. Josuè, chiede come mai mi trovo all'eremo un giorno qualsiasi della settimana e non alla solita passeggiata domenicale. Lo informo subito della morte del mio amico, e che preferisco restare per conto mio in disparte, non m'interessa andare al solito rito funebre come tanti. Ho la sensazione che la presenza dei partecipanti, non sia altro, la logica conseguenza di un meccanismo, un meccanismo dal quale se non ne fai parte, non sei normale. Josuè mi guarda con occhi scintillanti, noto con stupore che quello che ho appena detto in qualche modo ha in lui un interesse particolare, a questo punto, chiede se ho paura della morte. Lo ascolto con osservazione, m'interessa sapere cosa ne pensa lui e con modo serio ma spontaneo, lo esorto a darmi spiegazioni. Si mette a ridere. Ride per quasi cinque minuti, non capisco il motivo ma la risata contagia anche me, così ci mettiamo a ridere tutti e due come bambini. Lo esorto a spiegare il motivo della domanda e a darmi delucidazioni. Lui, si riassesta e riprende la normale posa, si vede che normalmente sta seduto in posizione da Buddha. Comincia a parlare di essa e mi chiede di essere aperto e ricettivo, di non fare commenti e di trarre conclusioni affrettate. "La morte", dice Josuè con semplicità e serenità. "E' la conclusione della vita del corpo. Non è altro che una tappa nel mondo materiale. La gente ne ha paura perché non sa cosa sia. Ne ha paura perché le stesse religioni né danno un senso sbagliato, hanno contorto la sua vera venuta, e la gente, cieca e sorda, non vede che paura e sofferenza in essa, non si accorge". Dice Josuè in modo quieto. " Fa parte della vita stessa, non si rendono conto che fanno tutto in funzione della morte, la paura della stessa condiziona in modo sbagliato le loro scelte". Guardo Josuè con occhi ammirevoli e attenti. Quell'udito, si convoglia come per incanto nel centro del mio cuore, le parole sono trasportate da un fluido dolce, da un venticello di primavera, poi, Josuè ricomincia a parlare. "La morte è come l'onda, l'oceano è la vita. La vastità del cielo è la vita, il temporale, la morte". "La gente", dice. "Non è consapevole del loro modo d'identificarsi, si identificano con le cose materiali, pensano di essere ciò che hanno, e non ciò che sono, la paura della morte, nasce dentro di loro perché non sanno di essere consapevolezza, pura consapevolezza. La paura, della morte, nasce dalla loro avidità, dalla loro voglia di avere a tutti i costi, a costo del proprio corpo, della propria anima. Certo, perché non sono consapevoli che la ricchezza esteriore non è altro che futile, è futile quando si rendono conto che tutto quello che è in loro possesso, un domani, alla venuta della stessa, "Morte", non sarà più loro, non potranno portare con loro niente di tutto quello che hanno ricevuto per dono della natura". "Quando si nasce", dice Josuè con fare a modo. "Si entra nella vita con nulla. Nulla di tutto quello che trovi quando nasci lo porti con te alla morte. Con mani nude entri e con mani nude esci, te ne vai. Questo dovrebbe fare capire alla gente che avere sempre la bramosia di ottenere, di avere, non è altro che un modo per sfuggire alla propria consapevolezza. La gente, ne ha paura perché in tutta la loro vita, non hanno fatto altro che arricchirsi e a bearsi di cose materiali, ma non si rendono conto che per ottenere tutto questo, hanno sacrificato la propria esistenza. L'avidità è entrata nel loro corpo come una scure e soffiano sul fuoco della stessa, senza rendersi conto che porta inevitabilmente alla gelosia, alla sofferenza, perché chiunque sia afflitto da ansia di bramosia, inevitabilmente non sarà circondato nient'altro che da odio e paura. Se seppellisci un morto e vicino ad esso ci metti una manciata di denaro", dice Josuè. "Noterai un giorno che non sono altro che cose materiali, tutte e due diventano polvere. La polvere genera polvere e l'avidità genera avidità. Come può una persona avida essere in pace, essere serena con il proprio corpo, l'avidità, crea l'ansia della competizione e la competizione crea l'insofferenza, l'insofferenza di non riuscire ad essere come gli altri, come il tuo amico, il tuo vicino di casa. Se ti senti insofferente perché vedi che non riesci ad ottenere quello che vuoi, cominci a diventare distruttivo, cominci ad essere intollerante nei confronti degli altri. Se non puoi ottenere, almeno puoi non fare ottenere agli altri, in te si crea una gelosia talmente grande che si tramuta in non amore. La gelosia è amica del desiderio e il desiderio di avere, di possedere, crea in te la sofferenza. Un giorno, qualcuno che raggiungerà la consapevolezza, entrerà in sintonia con il proprio essere e allora dentro di lui, nascerà la vera felicità. Allora si renderà conto che dall'esterno del suo stesso essere, non è possibile cercare tale felicità, ma capirà che la vera felicità non può essere conseguita dalla bellezza delle cose esteriori, non può trarne nessun vantaggio perché comunque uno abbia raggiunto tanti agi, non ne è trasformato". Chiedo a Josuè come mai nessuno fino ad oggi non ne ha mai parlato, come mai le persone competenti, religiose, non diffondono queste bellissime parole. Lui, mi osserva con amore, si mette a ridere. Adesso è lui che ride a crepapelle, ride così forte che la risata provoca l'eco nella valle, è una risata che nasce da dentro, si sente, fa cenno di lasciare perdere. "Forse te lo dico un'altra volta", dice sogghignando. Torna sul discorso ammonendomi di averlo interrotto. "Perciò, Ocram caro, dobbiamo vivere la nostra vita in modo da conseguire alla meta, cioè alla nostra realizzazione, alla conoscenza della nostra consapevolezza, solo questo è reale e vero, il resto è materiale futile". "Con questo", afferma Josuè con voce più amorevole. "Non voglio sostenere che avere gli agi necessari per vivere non sia importante, però, se la gente comincia a capire che la vita non è solo questo, ma parte anche di questo, allora in loro nasce anche la felicità interiore, e da questa felicità scaturisce come per incanto un istinto amorevole per tutte le cose e per tutta la gente, non ci saranno più violenze e guerre, distruzioni e malvagità, a questo punto anche la morte sarà una certezza che si può ricevere e vivere in modo allegro, questo solo la consapevolezza del proprio sé, te lo può donare". Resto esterrefatto dalle parole fuoriuscite dalla bocca di Josuè. Il corpo sprizza gioia da tutti i pori. L'aver sentito Josuè parlare in quel modo così profondo e allo stesso semplice, mi fa rabbrividire di felicità, non ho mai sentito nessuno esprimere tale argomento con tanta energia. Guardo Josuè allontanarsi. I pensieri che formula la mente rotolano come macigni schiantandosi nella consapevolezza, ora è chiaro che tutto quello che ho udito è anche dentro di me, tutto è familiare. Al ritorno, Josuè., ha una mano ricolma di terra, mi indica con un cenno di osservarla, la osservo divertito e attento. "Vedi questa terra", dice Josuè sorridente. "Questa è terra, polvere, noi siamo tutto ciò. Tutto quello che vedi tutt'intorno fa parte di noi e noi di essa, siamo in simbiosi con il tutto. Quello che c'è all'infuori di noi, c'è anche dentro di noi", dice guardandomi fisso, forse per scrutare nei miei occhi se c'è attenzione. L'osservo sempre con un po' d'apprensione, ma non è data dalla paura, bensì dal mio stato febbrile, una febbre di meraviglia. "Vedi", dice. "Guardiamo e vediamo le cose attraverso gli occhi, siamo identificati con quel modo solamente perché siamo consapevoli solo di quello. Se tutti noi fossimo un po' più attenti, noteremo che anche guardando all'interno del nostro essere le cose sono uguali, sono esattamente come le vediamo esteriormente" "E' per quello", dice Josuè. "Che voi vi sentite sempre ansiosi e privi di felicità. Non riuscite a comprendere che tutto quello che vedete non è altro che il tesoro che avete all'interno del vostro stesso essere. Non vi rendete conto che la bellezza, le cose che voi date per belle all'esterno, non sono altro che voi stessi. Tutto quello che esiste, che è vivo è tale anche all'interno del vostro essere". E' bello che le parole di Josuè entrino fino giù, nel profondo, lasciandomi sulla lingua un sapore dolce, quasi mieloso. Come se un raggio di sole penetrasse il buio di una cantina e desse per la prima volta la luce all'unica ragnatela ignara del suo splendore. Come posso sentirmi se non un fascio di luce ricoperto dai colori dell'arcobaleno in cui il suo unico scopo non fosse altro che il raggiungimento della vastità di un oceano di pace e amore. Guardo ancora meravigliato Josuè. Lui, seduto in posizione del loto resta impassibile. Gli chiedo come mai lo veda rare e sporadiche volte. Mi ripete che sono io il problema, cioè, sono io che non riesco a vederlo sempre chiaramente. Saperlo presente solamente in qualche frangente della mia vita, mi tortura un angolo remoto del pensiero. E' come se in un cesto di mele, ce ne fosse una diversa, più bella, più colorata, ma allo stesso tempo intoccabile, sfuggevole. "Cosa pensi di fare? ", dice Josuè. " Ora che il tuo amico se né andato? ". "Ancora non lo so", rispondo semplicemente. "Non mi par vero che Antonio se ne sia andato così velocemente". Mi accorgo quasi subito di non aver più pensato a lui. E' strano che mi sia semplicemente lasciato andare senza pensarlo più, comunque piacevole di sentirmi leggero e frizzante. Sono vicino Josuè. E' di un piacere unico, stare qui anche solamente per poche ore, riempie di felicità. La sua presenza mi rende schiavo di allegria, è come se sentissi di essere libero dal tutto. E' cosi tranquillo, privo di sforzo, la quiete che né ricavo è profonda quanto un abisso, solo il pensiero di tornare giù, mi rende un po' triste, questo però scompare nell'incontro con lo sguardo di Josuè, dà fiducia, dà serenità, ora è lui che m'invita ad andare, se né accorto dai movimenti ritornati rigidi, il corpo lo comunica si vede. Saluto Josuè, il vecchio. Lui, sempre impassibile mi guarda fugacemente quasi a confondermi, so per certo che non lo fa apposta, è il suo modo. Nel ritornare giù, ancora il bongo sento rimbalzare nelle pareti rocciose, anche le piante vanno a ritmo, il dolce fruscio ne risalta la sonata. Il cane rimasto impassibile per tutto il tempo, ora è euforico, anche lui sembra sgranchire la sua felicità, saltella davanti a destra e a sinistra, è lampante. Arrivo giù in paese e noto la gente ritornare dal cimitero irrigidita e priva di parola. E' brutto ammettere tale negatività, io, pieno di entusiasmo sono l'unico anormale, quello fuori dell'ordinario. Mi chiedo se sia meglio esserlo o no. Nasce in me un profondo sentimento d'amore per tutti quelli che sono rattristati dal fatto. Scorgo in loro un senso di vuoto, di nullità di fronte al potere della morte, sempre e solo lei, ed io, che all'infuori da tutti i soliti schemi sono in pace e sereno. Per strada solo saluti formali. Niente fa pensare a qualcosa di diverso da un funerale, i soliti fiori lasciati davanti alla chiesa. Qua e là, alcuni gruppetti di donne anziane che per l'occasione si raccontano fatti e misfatti del giorno, quasi a spettegolare per passione, per maestria. I bambini, anche loro torturati dall'evento, si dimostrano più veritieri, scherzano, però con una specie di freno inibitore, quasi fosse sbagliato, da non fare. Penso a tutti loro, a tutte le loro regole e mi rendo conto di essere solo nella mia disobbedienza.

A casa, do da mangiare al cane e rientro per preparare la tavola. Mio fratello, noto, ancora non è tornato dal lavoro e così ascolto la radio ad alto volume. I pensieri tornano a pochi mesi prima, quando, io e Antonio, ci divertivamo a fare casino, a passare serate all'insegna della trasgressione. Tutto passa davanti come la velocità di un aereo, la musica è il carburante di tale velocità. E' ancora più vivo di prima il ricordo, dato che ora sono a casa nella mia solitudine a pensare e a ripensare.

Dopo la morte di Antonio, la mia vita, l'esperienza, mi rende più vivo. Passo le giornate a studiare e a passeggiare con il fido cane "Maciste". Così si chiama il pastore regalatomi da un conoscente, regalatomi in extremis, dato che la figlia lo voleva per se, ma fortunatamente destinato si vede portarmelo a casa. "Maciste ", il nome dato dalla figlia del proprietario, nome di battesimo che ho dovuto fermamente assegnarli tale era l'insistenza della ragazza per cederlo. La figlia aveva voluto darmi il cane solamente se mantenevo il nome. Era fermamente convinta che il cane più grande della cucciolata, il capo branco per intenderci, doveva portare un nome degno di prestigio, e non mi era sembrato il caso di discutere data l'insistenza. Maciste, un pastore dal pelo folto e lungo, un po' grande e giocherellone, cattivo solamente con i suoi simili, dalla troppa gelosia, dalla paura di non essere l'unico e il solo ad essere coccolato. Un giorno diventato quasi omicida per amore del padrone. Omicida di un cucciolo indifeso e peraltro solo, portato a casa dopo averlo trovato per strada abbandonato. Un cucciolo paffutello, nato da un incrocio tra un San Bernardo e un terranova, già grande ma indifeso. Certo, anche un cane adulto ne avrebbe avuta davanti a Maciste, visto che normalmente i cani per lui non sono altro che simili a gatti, tutti da abbattere. Ogni tanto trovo la madre di Antonio per strada. I discorsi che volteggiano nell'aria sono sempre inevitabilmente i soliti. Le lacrime che perturbano le guance rossastre della madre sembrano uscite da una fabbrica di oggetti falsi, tanto sono inutili. Hanno la stessa forza espressiva dei fiori di plastica. Questo non fa che rattristarmi. Per me, è sempre la verità il sentiero dominante, quello da percorrere. Dà fastidio notare la gente, in questo caso la madre di Antonio, falsare i modi di fare per fare posto a innaturali emozioni, per farsi compiacere e notare. Questa è l'impressione che la madre di Antonio mi ha dato. Avevo l'impressione che a lei del figlio non interessasse poi tanto prima di morire, dato che fino il giorno della malattia, del figlio drogato non gliene fregava proprio un bel niente.

Dopo un paio di mesi a districarmi tra libri e studio, nasce un'idea che nel volgere di poco tempo si materializza. L'idea nasce da una curiosità interiore, nasce una voglia assoluta di sapere, di conoscere. Quello che mi sembra essere di massima importanza in questo periodo per la crescita interiore, è di andare a scoprire le varie metodologie religiose, la loro psicologia. Andare a scoprire se da queste si può trovare beneficio, sapere se l'intimo mio può esserne trasformato o se quelle che secondo me sono solo propaganda di comodo non sono altro che utopie. Mi metto a studiare l'Induismo, a conoscerne la disciplina, i riti. Leggo e approfondisco il Chassidismo, la via della grazia, forse la più vicina alla verità assoluta. Leggo e m'informo del Giainismo, una delle più antiche religioni. Approfondisco il Buddismo, la religione Cristiana, quella Maomettana, Mussulmana, tutto questo però mi da un'unica verità. In ogni caso uno sia, più o meno religioso, non ne è trasformato. Le varie religioni non danno la sensazione di sviluppare la persona nella sua potenziale spiritualità, dunque se una religione non trasforma l'individuo rendendolo cosciente della propria spiritualità, non è vera religione, è solo un surrogato.

Così, dato che ho un amico che si è appena insediato in un monastero di frati, e secondo la mia opinione è la strada da percorrere, comincio proprio dal piccolo monastero situato in cima ad una collina.

La prima volta che vado a trovare il mio amico, resto stupito della strada che devo percorrere a piedi per raggiungere il posto. Non capisco come mai hanno scelto per le loro funzioni, un santuario dislocato a circa un'ora dal primo paese e che per giunta gli ultimi tre chilometri si debbano percorrere a piedi. Neanche fosse necessario nascondere le proprie necessità. Arrivo in cima ad una collina cosparsa di oliveti e radure. La prima cosa che mi stupisce è vedere i frati intenti a correre come disperati per la partitella quotidiana di calcio. L'allegria che trasmette tale partita si nota dalle facce sorridenti e dal modo d'interpretarla. Si vede benissimo che non è solamente una semplice partita di calcio, ma è bensì uno sfogo fisico, quasi a bilanciare le ore passate a pregare e a fare le proprie mansioni. Nel loro modo di giocare, di comunicare, si nota semplicemente che hanno un bisogno tremendo di allegria, di divertimento. Sembrano ragazzini indisciplinati alla prima sagra paesana, c'è chi sfotte l'amico, " In modo cortese, naturalmente", chi l'avversario di turno. I loro sfottò sono prevalentemente causati dalla diversità calcistica. C'è chi tifa per una squadra, chi per un'altra, chi pensa di passare la palla come Maradona e chi come Pelè e così via. Al finire della partita, fischiata da frate Nicolò, un tipo grasso con la barba folta e dai lineamenti chiaramente tedeschi, i giovani frati s'incamminano verso le rispettive stanze. Guardo se vedo il mio amico, ma non è in quel gruppetto. Mi avvicino a frate Nicolò e gli chiedo dove posso trovare fra Alberto, il mio amico. Sostiene che è in camera a studiare. Resto perplesso dal modo in cui lo dice, pare divertito di tale risposta. Così m'incammino verso il santuario. Arrivo all'entrata del santuario e trovo ad aspettarmi il frate più anziano, quello che porta avanti il tutto, penso. Chiedo gentilmente dove posso trovare frate Alberto, lui, cortesemente mi ci accompagna. Arrivati davanti alla porta, mi saluta con un inchino e se ne va'. Busso alla porta e pochi secondi dopo sono già dentro. La camera spoglia è semplice, il mio amico la divide con un altro frate, un certo Luigi, molto più anziano di lui e messogli appositamente per insegnare le varie mansioni. Abbraccio il mio amico Alberto con foga, lui, un po' sconvolto dalla visita resta fermo e ammutolito, non sembra essere contento di tale visita. Rompo il silenzio con una battuta. Gli assicuro che alla partita mancava il bomber, quello vero, lui, ammicca un sorriso poi esplode in una risata liberatoria, sonora. "Così mi piaci", dico. "Questo è Alberto che conosco e ricordo con piacere". Dopo aver parlato delle solite formalità, Alberto chiede il motivo della visita incuriosito. Spiego a grandi linee qual é, a lui però non interessa molto, si vede dall'espressione che il viso ora comunica. Trascorrono pochi minuti fintanto che Alberto rimette apposto i libri, poi, decidono di comune accordo di uscire a prendere una boccata d'aria fresca. La giornata, splendida per la solarità, richiama con diritto la presenza di persone in grado di accertare con meraviglia tutta la sua forza trascinante. Ci dirigiamo quasi senza accorgerci in un luogo appartato, poco distante dal santuario. Nel tragitto, Alberto, parla delle aspettative, dice con calore che da quando si è trasferito in questo posto, la sua vita è cambiata, si sente più tranquillo e sereno. Arriviamo vicino ad un pozzo dal quale gli è tolta l'acqua per irrigare i campi da coltivare, ci sediamo su una panca di legno, costruita da loro con tavole di ciliegio e decorata con disegni raffiguranti alcuni passi della Bibbia. Resto un attimo in silenzio a gustare il canto degli uccelli. L'aria che soffia contribuisce a rendere tale canto più sonoro. Gli olivi sparpagliati tutt'intorno, danno anche loro un contributo, fischiando leggermente, il tutto condito da una pace interiore che esplode rendendomi ancora più pacifico. La prima cosa che Alberto mi chiede è il motivo della visita, lo guardo negli occhi per accertare la disponibilità. Annuncio che voglio vedere personalmente la vita che si trascorre in un santuario, in un posto così detto religioso. Alberto indispettito ma divertito, sostiene che non c'è niente di cui preoccuparsi. La vita che è trascorsa all'interno dello stesso è semplice e serena, tutti hanno una loro mansione. C'è chi si prende cura dei campi, chi della cucina, chi delle cose religiose e cosi via, un po' come la vita di caserma. Parla apertamente. E' raggiante e contento di spiegare con cura i vari modi e metodi per stare in quel luogo. Chiedo a bruciapelo se è contento di essere qui, in questo posto isolato, a pregare e a fare questa vita privandosi di cose e di libertà per l'equilibrio dell'uomo. Ci pensa un attimo e mi assicura che la scelta che ha da poco effettuato è la sua vera via, la vera realizzazione, insomma si sente in pace e contento di tale scelta. "Allora", dice Alberto. "Che ne pensi del posto, ti piace?". Mi metto a ridere. Non è una risata che contagia Alberto, è solo mia, lui, impassibile, aspetta la risposta. "Certo che mi piace", dico. "E allora cosa c'è tanto da ridere?", dice Alberto a modo. "Rido perché la tua domanda sembra essere fatta apposta per ricevere una risposta piacevole". Mi osserva quasi impaurito. Forse aver detto tanto lo mette un po' in apprensione, gli faccio notare che il posto è splendido, meraviglioso. L'unico neo sembrano essere i tre chilometri che si devono percorrere a piedi per arrivarci, ma considerato l'aspetto ecologico, noto, ha le sue buone ragioni per essere così fuori portata. "Quello che m'interessa personalmente è sapere come vivete la vostra vicinanza alla religione, qual è il vostro approccio ad essa, gli dico. E lui. "Viviamo in povertà e in modo semplice. Tutto quello che vedi è frutto delle nostre azioni e dei nostri sacrifici, abbiamo i nostri doveri religiosi e lavorativi, come ti ho già detto prima", dice fra Alberto. "Ma con che criterio vi avvicinate alla religione e a Dio, se non sono troppo invadente", gli dico curioso della risposta. "Niente di particolare, lavoriamo tutto il giorno e per quanto riguarda il rivolgersi al signore abbiamo delle ore appositamente create per la preghiera e per le mansioni religiose. Per esempio in una giornata normale, feriale, noi dobbiamo adempiere a due sante messe e ad un incontro libero di preghiera", dice fra Alberto divertito e spensierato. Lo guardo e ascolto intensamente. Le parole escono fluide e facili. Saperlo dentro ad un santuario mi riesce difficile, lui, che a casa era tutt'altro, un tipo estroverso e pieno di iniziativa, non risulta abbia avuto problemi in famiglia o d'altro tipo. La riflessione apre così un altro interrogativo. "Posso farti una domanda personale, se non ti turba", gli dico amorevolmente. Lui, senza esitare fa cenno di proseguire. "Pensi di trovarti meglio qui dentro, rinchiuso per tutta la vita a pregare e a lavorare, senza per esempio costruirti una famiglia o essere libero di fare ciò che vuoi, o più semplicemente ti sembra la soluzione per il resto della vita, rintanarti qui dentro perché pensi la cosa più giusta da fare per il tuo bene?", dico forse un po' troppo energicamente, visto anche il viso tirato che ha Alberto ora. "La tua domanda non è solamente una freccia che trapassa, è anche una valida avversaria alla mia risposta", dice Alberto più distaccato. "Se sono qui è perché l'anima mi ha indicato la strada giusta da percorrere, e penso che continuerò fino alla morte". Sentito ciò, nasce un dubbio. Come può essere certo di restare in tale posto, se in qualsiasi momento può cambiare idea?. Certo, ora che è qui da poco tempo capisco che può anche esserne felice, e questo lo conferma chiaramente il viso, lo si percepisce, ma domani sarà lo stesso frate raggiante e felice che ho visto il giorno prima?. Come può pensare di restare in questo posto per tutta una vita?, non avendo più nessun dubbio della felicità e della sua vita?. "Non ti sembra", gli dico incuriosito. "Che privarti di cose naturali per la propria serenità psicho fisica e mentale, sia nocivo al fine del corpo stesso?". Mi guarda più perplesso di prima. Il suo sorriso lascia posto ad una smorfia, è tirato come la corda di violino. "Come ti ho detto prima, sto benissimo e sono in pace, cosa vuoi che ti dica di più, qui mi sento armonioso", risponde. Io, continuo a massacrarlo per tirare fuori tutto quello che par logico. "Voglio assicurarti che sembra strano che una persona si reprima fisicamente e mentalmente per voto al Signore, alla propria religione e questo, per come dite voi, per amore". Alberto con modo gentile e calmo, spiega che non reprime un bel niente, che la scelta non è altro che frutto della disponibilità al Signore. Secondo lui, è stato chiamato al voto di obbedienza, di povertà e di castità dal Signore stesso. L'anima lo ha esortato a percorrere tale sentiero e ha accondisceso alla chiamata. Non riesce a capire quale sia tutta questa repressione che gli sto a dire, non è repressione quella che lui e i suoi confratelli fanno religiosamente, ma semplicemente un voto alla religiosità stessa, per amore al Signore sono felici e disponibili ad accettare tutto questo senza nessuna repressione. "Tutto qui", dice Alberto. Chiamato in causa per le cosiddette ragioni e per curiosità, affondo e ribatto che secondo il mio modo di vedere sono assolutamente innaturali, che la condizione di vita lo fa notare chiaramente. "Non potete", gli obietto ad Alberto. "Reprimere l'istinto. Come potete reprimere la vostra stessa fonte di vita?. L'atto scaturito dall'amore vi ha donato la vita e voi non fate altro che reprimere tale. Come fai a non renderti conto che è una cosa innaturale?. Anche la vostra dissociale condizione di vita, il vostro stare in disparte è innaturale", esclamo in preda ad una fiamma lanciata dalla verità, la verità assoluta. Detto questo, noto fra Alberto rinchiudersi in se stesso. Le parole scagliate addosso sembrano aver trafitto la sua debole verità. "Non mi dire", chiedo cautamente. "Che tu non hai mai un sentimento d'amore verso l'altro sesso, che tutto il giorno non pensi ad altro che a pregare e a lavorare". Mi guarda impaurito. E' fermo come uno che ha appena preso uno schiaffo. Il suo stare zitto e fermo lo conferma, glielo leggo negli occhi, nel suo osservarmi. Per rompere la discussione, mormoro a fra Alberto che è ora di andare, lui, spontaneamente, mi chiede di restare ancora, m'invita a pranzare con loro nella mensa comune. Ascolto con piacere la benevola richiesta. Si percepisce che nell'intimo, è l'amore che sta parlando, Alberto sicuro delle parole, lascia spazio ad una nuova sensazione d'amore. Per non rattristarlo ancora di più, acconsento alla richiesta e ci dirigiamo verso la mensa.

Fra Vincenzo, il più anziano, fa cenno con un semplice gesto di chiedere la grazia e di rendere tale pranzo, la semplice comunione di pace e amore per tutti i presenti e per tutti coloro che ne traevano beneficio. Tutto questo restando in piedi davanti al proprio posto, con mani congiunte e con il capo chino. Anch'io mi ritrovo a far ciò per non essere diverso, per non suscitare scalpore, in fin dei conti sono un ospite e dato tale devo adeguarmi alla prassi. In me, nasce ancora una volta la sensazione di non verità. Il semplice fatto di sottostare a delle regole quotidiane, fa sorgere dubbi ancora più grandi. Come può essere religiosa una persona che sottostà a delle regole che possono in questo momento non essere gradite dallo stesso?. Qual è la religiosità in tutta questa prassi?, dato che in questo momento mi sarei seduto e avrei semplicemente ringraziato il tutto, mangiando e assaporando tutte le varie cibarie, senza essere ripetitivo nelle preghiere di ringraziamento scritte e trascritte da tanto tempo. Dov'è la sincerità della verità in tutta questa falsa preghiera?.

Mentre sto mangiando, ascolto senza entrare nelle discussioni. Il loro modo di comunicare è sempre seguito da un permesso superiore, sembrano militari che per parlare debbano avere il permesso. Non è un permesso dichiarato, parlato, è un permesso più fine, lo si legge nei modi di entrare nei discorsi. Forse loro non ne sono consapevoli, ma io che mi trovo lì a pranzare al di fuori delle loro regole, mi salta davanti come il riflesso di uno specchio. Non riesco a capire come mai anche all'interno di un posto religioso ci debba essere questa sorta di umiltà sottomissiva. Loro, che per primi predicano l'amore nella totalità, che lodano l'uguaglianza, che non hanno principi di superiorità e di supremazia. Come possono essere tutto ciò e assecondare il loro comportamento all'interno del proprio santuario?. Io, che nel mio semplice e pacato modo di comportarmi e di esistere metto tutti gli esseri umani sullo stesso piano, tratto tutti allo stesso modo, quel modo che nasce dall'amore verso il tutto, verso tutte le cose esistenti, ora mi trovo ad essere testimone di una condizione tutt'altro che religiosa. Non riesco a mettere a fuoco il loro modo di intendere tale religiosità. Tutto questo nasce forse da un modo sbagliato di percepire la preghiera, la vera preghiera?. In quel preciso istante i miei ricordi mi riportano ad un aneddoto che è stampato nella memoria. Ho letto da qualche parte che la preghiera non è la lettura che di solito è ripetuta, bensì, la preghiera, la vera preghiera, nasce dal momento. Non è una cosa scritta e riletta. Non sono le solite frasi fatte, ma trova la sua veridicità nel modo in cui è espressa. Non c'è nell'atto del pregare alcun segno di ripetizione, tutto nasce seconda del bisogno, dall'amore verso tutto. La preghiera è anche un modo di comunicare a se stessi, di riflettere. Quest'aneddoto dice inoltre che non è necessario pregare al Signore nel modo in cui insegna la religione, nel modo formale, come fosse una lettura giornaliera, ma trova la vera forza nel momento in cui tale preghiera è presente per tutto l'arco della giornata. La preghiera nasce dal ringraziamento a Dio per tutto quello che ci dona, non nasce dal desiderio, quello non è preghiera. Se tu desideri che Dio faccia per te quello che ti sembra più giusto, quella non è preghiera, è essere irreligiosi, perché sei ancora pieno di desideri e i desideri ti allontanano dal tuo centro, da te. Quando ti accorgi che quello che sei e che hai ti è donato, il semplice, grazie, all'esistenza, è preghiera. Ecco, questa è la vera preghiera, quella che anche l'intimo mi trasmette, quella che riempie di luce.

Fra Vincenzo m'invita a brindare in nome della pace e dell'amore. Alzo il calice di vetro divertito. Il brindisi sfocia in una risata generale. Anche i frati novelli si lasciano trasportare dall'euforia, da una logica conseguenza. Il mio amico Alberto, ripresosi dai discorsi precedenti, è lanciato da una liberatoria gioia, si divincola tra le tavole in cerca di qualcosa o qualcun che condivida. Vederlo allegro e contento nel suo mondo, m'intenerisce. Sono dispiaciuto solo per averlo rattristato fuori in cortile, ma dura pochi attimi. Fra Vincenzo frena la riflessione e mi chiede di restare anche per cena. "E' difficile negare la richiesta, ma non posso". Gli dico con rammarico che l'invito è alettante ma che per ragioni non mie devo rientrare per cena. Fra Vincenzo allora con fare scherzoso e bonario mi esorta a tornare prima possibile. La visita se pur breve, ha aperto in lui una simpatia sincera, onesta, il tutto mi rende felice. Nonostante le riflessioni e convinzioni sul loro modo di proseguire il cammino della vita, trovo in loro qualcosa che si avvicina sì alla verità assoluta, ma c'è qualcosa che non chiarisce definitivamente il dubbio. Bevuto il caffè circondato da fra Alberto, da fra Vincenzo e da alcuni frati novelli, usciamo dalla mensa in preda ad un bisogno d'aria fresca. La giornata frizzante e calda, si prostra ai nostri occhi nella sua totale bellezza. In lontananza s'intravedono gruppetti di case sparse ma meticolosamente appostate. I campi, coltivati a mais, rendono l'atmosfera un giardino. Un giardino che non ha confini. Come sarebbe stato bello se tutto fosse così, privo di barriere, libero nella sua infinita bellezza. Noto fra Alberto tornare cupo e pensante. E' strana la sua espressione, mi chiedo se quello che sta facendo è veramente la sua via. Ci sediamo ancora per pochi minuti sull'erba verde appena tagliata, il profumo conferma, la veridicità della falciatura. Io, di nuovo in preda a chiarimenti colgo di sorpresa con una domanda fra Vincenzo. Lui, con una risata smorzata dalla mancanza d'aria nei polmoni, risponde senza tanti sotterfugi. La risposta però è priva di energia. Forse anche tra loro la verità, quella che fa male, è difficile da affrontare. Il mio amico resta stupito dalla faccia di fra Vincenzo, lo nota. E' da tempo che tale domanda m'incuriosisce ed ora che ho l'opportunità per evocarla non ho il minimo dubbio a formularla. Sapere da un diretto interessato la risposta non fa che rallegrarmi e sincerarmi, anche questa è una cosa che mi porto appresso fin da bambino. Il semplice fatto di costatare di persona e con le mie orecchie ciò che voglio sapere è una verità sacrosanta. Qualche volta mi chiedo come la gente possa ascoltare certe discussioni per sentito dire, quando l'unica verità è data solamente dalla realtà del momento. Come può una persona estranea raccontare per propria esperienza ciò che non le è accaduto?. Sembra logico pensare che il riportare l'esperienza di qualcun altro non fosse altro che parole campate in aria, prive di significato. Fra Vincenzo, rivolgendomi la parola un po' più ridimensionato, commenta che sono un tipo strano. Quante volte ho sentito dire tale parola, oramai non mi ferisce più, è diventata un'amica, fa parte del modo di essere. Incuriosito dall'osservazione gli rispondo che non mi è nuova, che tutte le persone che mi conoscono non usano altro vocabolo. E' tanto che lo sento dire. Per rincuorarmi aggiunge che sono si un tipo strano, ma uno strano buono. Gli replico con voce serena che non è chiaro il sistema di classificare. Mi ritengo una persona normale, sicuramente con qualche difetto, ma non per questo strano, diverso. Non capisco qual è il criterio della parola strano. Sono consapevole che il mio modo di fare non è equiparabile a nessun altro, ma sono anche convinto che ognuno di noi ha le sue doti e le sue strane manie, non per questo si può dire ad una persona d'essere strana. Allora chiedo a fra Vincenzo se ci sono persone buone e normali, cattive e normali, o se ci sono persone buone e strane e persone cattive e strane. Non sembra essere il metro di misura per identificare il sentimento delle persone. L'esperienza dà che l'importante è avere a che fare con persone dall'animo buono, non racchiudo nel buono anche lo strano, non esiste, è stupido. Se nell'azione di tutti i giorni c'è l'amore a guidare le persone, non si può dare per strano ciò che esteriormente è percepito, ma nella mancanza dell'amore stesso si può dichiarare senza paura che le persone tali, non sono altro che cattive e prive di significato. Detto questo, con una sensazione di luce all'interno, noto fra Vincenzo che con i suoi settant'anni di vita, trequarti dei quali passati all'interno dell'eremo, mi sta scrutando come una tigre scruta la preda, con quel fare istintivo e fugace, con quella strana sensazione da felino. Rido nel vedere il vecchio farsi ancora dei problemi. Rincresce avergli aperto chissà quale altro cruccio. Le domande sono solamente tante curiosità ma evidentemente suscitano ancora molte perplessità, si vede. Dov'è la serenità tanto acclamata dalle persone religiose, dalle persone votate all'amore e alla comprensione?.

Saluto il mio amico fra Alberto con una stretta di mano forte e calorosa. Un attimo prima di partire gli prometto di tornare, e gli prometto anche di tornare con una sorpresa. Lui, divertito, strabuzza gli occhi e guarda a destra e a sinistra per vedere la reazione di fra Vincenzo e dei confratelli. Lo lascio salutando con la mano fra Vincenzo. Giù, per il sentiero, rimbalza nelle orecchie la campanella che richiama per dovere tutti i religiosi alla santa messa, io, libero da tale dovere, ringrazio tutto con semplicità e senza dovere. Osservo le cose e gli animali che mi circondano, liberi nelle loro funzioni. Le farfalle colorate di giallo e blu, volano a zigzag guidate dall'amore, dalla totale libertà. L'erba alta nei fossati, gioisce del suo splendido e forte arbusto dell'acqua che scorre portentosa verso valle, anch'essa inseguita da un'arietta tiepida di fine estate. Gli insetti rincorsi dalle rondini intente a cibarsi di tutto quello che l'esistenza offre, fanno pensare a quante altre opportunità sono in possesso, il solo pensarlo mette i brividi. Noi, gli unici animali dotati di cervello consapevole, ancora a soffrire dei nostri desideri, inconsapevoli della grandiosità e della generosità che l'esistenza ci dona senza chiedere alcunché, ancora dubbiosi e infelici di tanta beatificazione e di tanta prosperità. Il solo respirare mi fa sentire più vivo e partecipe di tanta creazione.

Arrivo a casa e trovo mio fratello intento a preparare la cena. Che bello vedere anche le mie posate, il mio piatto riposto con cura e amore sopra la tovaglia. Noto con felicità la pentola riempita di pasta per due. Costato che dall'animo di mio fratello Beppe, la bontà e il cuore sono di casa, che sensazione unica e coinvolgente tanta sensibilità. E come sarebbe invece stato brutto tornare e trovare mio fratello chiuso nel suo appetito, ingordo della sua sola pastasciutta, egoista al punto di non ricordare nemmeno di avere anche un fratello.

Saluto mio fratello simpaticamente, battendogli una mano sulla spalla e mi divincolo in camera. Cambiatomi degli abiti che mostrano i segni di una giornata passata all'aperto, torno in cucina e notato che la pasta è già fumante nel piatto, mi siedo a tavola con appetito. Beppe, intento a mangiare e a gustare la pasta condita a ragù, chiede d'istinto dove sono andato tutto il giorno. Allegramente, gli spiego che ho passato una giornata in visita ad un amico, in un santuario. Strabuzza gli occhi e balbettando chiede se per caso sto avviandomi al voto religioso. Incredulo ma compiaciuto, guardo Beppe, che nel frattempo sta per vomitare nel piatto tutto quello che ha mangiato dalle risate e rispondo. "Non credo. Come ti è saltata in mente una domanda così pessima e stupida?", dico curioso della risposta. "Pare logico, dato che ultimamente t'interessi tanto a tutto quello che riguarda la religione e la spiritualità". "Altro che", dico sorridente. "Era ora che ti si accorgessi, stupiva sempre più vedere che non lo capivi". "Non è vero", risponde lui con fare intimidatorio. "E' solo che non riuscivo a mettere a fuoco le tue iniziative, ma a parte tutto, non mi sosterrai che hai voglia di penetrare all'interno del sistema ecclesiastico", borbotta carico d'apprensione. "Ti sembro il tipo di frate moderno?, un frate eretico e peraltro scorbutico", esclamo divertito. "Guarda che se sono andato a trovare il mio amico fra Alberto, è solamente per vedere con i miei occhi quello che succede all'interno di un santuario, vedere qual è l'atmosfera che si respira". Mio fratello, più rilassato e calmo, m'invita piacevolmente a spiegare cosa mi fa avere tutta questa voglia di scoprire, d'interesse. Senza tanti preamboli, gli elenco i parametri che risultano incomprensibili e ingiustificabili per accettare tale sacrificio. Ascolta pazientemente e attentamente. Ora anche lui è preso dalle mie valide teorie. Si nota dallo stare proteso in avanti con tutto il busto, poggia il petto sulla tavola con la testa presa tra le mani, attento e concentrato. Ogni tanto qualche domanda d'accertamento. Le sue più che domande sono curiosità sulla validità dei miei interrogativi. Chiarito tutti i dubbi sulla ricerca di verità, Beppe mi esorta a continuare il cammino, ora anche lui è contento e convinto del modo di sperimentare. Godo pienamente nella fiducia ripostami. E' la prima persona che riconosce il mio modo di essere, fino ad ora avevo incontrato solamente persone che ascoltavano e annuivano senza però darmi la sensazione di verità. Nelle disparate esperienze non avevo trovato nient'altro che persone dalle orecchie perforate, pare che ogni qualvolta entrassi in certi argomenti, quelli che stavano a sentire non fossero altro che marionette. I loro modi di percepire erano talmente gelidi, che un iceberg a confronto era caldo. Giuseppe, non rendendosi conto dell'emozione che scaturisce in me dall'attenzione, percepisce finalmente la vera natura e la vera autenticità del mio comportamento. Un'altra persona ha capito ciò, ora risveglia la memoria, è Josuè. Già, anche lui è l'artefice di tanta gioia, benché torni alla memoria solamente per sporadiche manciate di secondi, mi esalta, rende ogni volta più splendido e sereno l'essere. A proposito non risulta aver fatto cenno a mio fratello, ora che ha capito posso sicuramente parlarne senza essere frainteso. Il solo pensiero torna come un boomerang carico di comprensione. "Fa piacere averti con me", dico a Beppe. "Posso contare sulla tua buona fede e lealtà. Mancava uno che capisse veramente le mie intenzioni, che guardasse al di là delle cose superficiali, cominciavo a sentirmi un po' solo". Lusingato da tanta esplicita bonarietà, mio fratello, mi sottopone ad una semplice ma accurata radiografia spirituale, si capisce oramai che l'interessamento è alquanto proteso a svilupparsi nel tempo. L'anima coperta da un dolce calore sembra splendere ancor di più, il sapere Beppe interessato non fa che alimentare la fiamma del cuore.

La serata si stava avviando ad un semplice e sereno clima pacifico, quando, ad un tratto, lo squillare del telefono taglia di netto i nostri intimi discorsi. Mio fratello, alzatosi per primo, risponde e stupito mi passa la cornetta. "C'è fra Alberto", dice. "Pronto, chi parla?". Azzardo come se non lo sapessi. "Sono fra Alberto ", risponde. "Come stai?", chiede. Ed io nel modo più spontaneo possibile, faccio eco che va tutto bene. Ma che cosa è successo mi chiedo, per ricevere la telefonata se sono appena tornato dal santuario?. "Senti Ocram, ma che casino hai combinato oggi con fra Vincenzo?". Ed io. "Ma quale casino, di che cosa stai parlando?", ribatto. E lui. "La domanda che hai fatto a fra Vincenzo non ti sembra sia stata fuori luogo e impertinente?", dice con voce imbarazzata. "Ho solo chiesto se è vero che all'interno del monastero c'è dell'omosessualità, cioè se è vero che ci sono frati gay, tutto qui". E lui. "E ti sembra una cosa normale da chiedere?. Guarda che hai fatto un casino. Fra Vincenzo continua a addossarmi la colpa della tua visita, io, che non sapevo neppure che venivi, cosa devo fare adesso?, mi ammonisce in tono minaccioso. Gli altri frati non mi guardano più allo stesso modo, ho la stessa fama di un Giuda", continua. Divertito da tanta preoccupazione, dico a fra Alberto. "Cerca di calmare un po' le acque". E lui. "Certo, ci proverò, ma sembra tutto troppo strano". "Stai pure tranquillo", replico con la voce che tradisce un po' un'aria divertita. "Ci vediamo domenica, a presto". E metto giù il telefono con una risatina che nasce e muore simultaneamente. Mio fratello, seduto a guardare la tv, resta stupito quando gli abbozzo un riassunto di quello che è successo, anche lui sorridente, assicura che sono tutto matto. "Ma perché vai a fare sti casini?". "Ma che casini", replico. "Sono loro che se la sono presa, ho fatto solamente una domanda come tante altre, non ti pare?". E lui. "Sicuramente hai fatto solo una domanda, ma l'hai fatta a casa loro. Perlomeno dovevi farla fuori del santuario, non so, al tuo amico caso mai, sembrava più corretto, o no?". Resto immobile nelle conclusioni, come ha fatto a prendersela così tanto fra Vincenzo?. Allora è vero che all'interno dei monasteri c'è questa strana ma veritiera realtà. Da tutto questo casino, quello che risulta essere semplice è il fatto che nessuno ne parla. Le cose apertamente discusse nelle varie trasmissioni televisive, danno falsati i modi e i metodi di vita degli stessi. Dov'è tutto questo parlare amichevole e sereno tanto dichiarato dalla tv e dai giornali?. Se loro sono al sicuro, reali, se non si sentono colpevoli del modo di vita, perché tutto sto baccano inutile?. So di essere un po' avventato nelle domande. Ma qual è, mi chiedo, la domanda più pertinente da fare se non quella di chiedere agli stessi il motivo di tanta falsità?. Risulta invece che la verità assoluta non sia altro se non qualcosa di oscuro, al massimo qualcosa di sporadico. La falsità può nascere solamente dalla paura, dalla paura di non essere come gli altri. Se sei reale, se sei tu stesso, nessuno ti può toccare, nessuna circostanza ti può rendere schiavo della tua stessa natura.

E' domenica mattina, sono in cammino verso il santuario tanto parlato. Arrivo alla porta e busso con disinvoltura. Perché preoccuparsene se sono nel giusto. Mi apre fra Celestino, un confratello appena arrivato, mi guarda. Non conoscendomi chiede in modo amichevole cosa voglio, gli rispondo che sono venuto a parlare con fra Vincenzo, il saggio e anziano della confraternita. Dice di aspettare e resto alla porta. Arriva dopo pochi secondi il mio amico fra Alberto, come mi vede, da cupo e pensieroso diventa tutto un tratto allegro e spensierato, la visita gli da conforto, si vede. Ci salutiamo come sempre e mi fa accomodare in un saletta adiacente alla sala mensa. All'interno della stessa, noto che è decorata con quadri dal valore inestimabile. La tavola centrale, accompagnata da splendide sedie di legno lavorato a mano, ne risalta la bellezza. Anche i tappeti, provenienti da chissà quale posto, fanno da spalla all'autenticità della sala, almeno così sembra. La figura di fra Vincenzo compare davanti ai miei occhi in tutta la sua forza ed espressività. Ci sediamo tutti e tre nel divano di pelle. "Come va", dico a fra Vincenzo semplicemente. "Come vuoi che vada", risponde categoricamente lui. "Hai messo un po' di pepe nelle nostre teste", replica seccato. Diverte sentire un anziano saggio prendersela tanto. Sono come il gatto che rincorre il topo, la mia corsa però è dettata solamente da una curiosità personale. Lo incalzo e gli dico; "Fra Vincenzo, come mai tanta rabbia nei miei confronti?, che cosa c'è che non va della mia domanda?", lo stuzzico incuriosito più che mai. E lui. "Ocram caro, tu non puoi venire qui a fare certe domande. Sono bestemmie. Hai insultato non solo me, ma anche i confratelli e questo non è giusto", mi risponde con occhi pieni di tensione. "A voi da fastidio che uno insinui che all'interno del vostro santuario ci siano, come dire, delle persone che hanno gusti sessuali identici, cioè, che ci siano gay giusto?. Ma allora, mi chiedo, se non ci sono, qual è il problema?. Mio padre ha sempre insegnato che se sono nel giusto, se non faccio niente che possa essere contro la natura o contro altro essere vitale, non c'è nessun problema, posso tranquillamente girare per la strada a testa alta. Non capisco il vostro comportamento, tutto qui", non manco di precisare. E lui. "Il punto è che tu non tieni conto dei vari problemi che ci sono all'interno della nostra casa. Noi viviamo in un mondo che è completamente diverso dal tuo, e quindi non ci può essere confronto. Poi, non è assolutamente vero che da noi ci sono gay, non sono mai esistiti e non ci saranno mai", mi risponde ancora più esplicitamente fra Vincenzo.

Il mio amico fra Alberto lo vedo di nuovo triste e cupo, lo lascio nella sua tristezza e continuo a parlare con fra Vincenzo. Arrivo al punto di chiedere come mai girassero così tante voci al riguardo. Replica che sono trovate della gente che è al di fuori dei luoghi religiosi. "Per infangare la chiesa ", dice più espressamente. Ed io replico. "Lo sai che tu vai contro la natura stessa?. Tu sei votato da spirito benevolo verso gli altri giusto?, ma non ti rendi conto che trascuri il tuo stesso essere. Come puoi essere religioso se sei il primo a non farti del bene?. Se ci fosse Gesù Cristo ora qui, ti direbbe sicuramente di lasciare andare tutte le tue stupide idee e le idee che ti hanno inculcato i tuoi superiori. A me non interessa che voi siate o non siate gay, se lo siete è solo un problema vostro, ed è vostro anche il problema di non sapere chi siete, perché non lo sapete. Se lo sapeste non condurreste una vita privandovi della forza che ha il vostro corpo per natura". Detto questo, fra Vincenzo è trascinato dalla semplice verità, in un vortice di paura, ma dura poco. Vedo che l'orgoglio s'impossessa ancora una volta del corpo e replica indignato. "Ocram, sei fuori del seminato. Come fai a dire che noi non siamo religiosi se abbiamo dedicato la nostra vita al voto di castità e di umiltà per farlo?. Da dove nasce la tua domanda se noi siamo gli unici, compresi preti e suore, a donare la nostra vita per amore al Signore?". Ed io. "Sei sicuro di donare al signore quello che secondo te e la vostra chiesa vuole?. Mi pare logico invece affermare che voi non siate altro che fissi nelle vostre idee. E' il vostro credo che non mi dà la sensazione di verità. Credete talmente tanto in quello che vi hanno insegnato che non avete nessun dubbio. E' il dubbio che ti fa ricercare la verità assoluta. Se uno crede, crede e basta, non vede le cose con altro occhio se non con quello stesso che crede. Il credo è la malattia di tutte le chiese, non sapete dire altro", dico ansioso di tappargli la bocca. Quello appena detto, esce dalla mia bocca dettata da una forza interiore. L'anima mi guida a parlare in questo modo, le parole che scivolano via, sono trasportate da un fluido magnetico. Viene da pensare che quello che sta accadendo, non è altro che un'apparizione di Jusuè. E' lui che mi trascina in questa valle oscura fiorita di peschi e ciliegi, lo sento crescere all'infinito, la sua potenza devasta il mio corpo con una luce accecante che risveglia la consapevolezza. Tutto esce con semplicità e naturalezza, pari al respiro, tutto è in sintonia con l'esistenza. "Perché c'è l'hai tanto con noi?", dice fra Vincenzo preoccupato. "Ma non c'è lo con voi, è che sono alla ricerca di una verità, la verità assoluta, e parto dalla prima logica cosa che deve essere in sintonia con la realtà. La religione. Se tutto quello che dite è vero, non vedo perché prendersela tanto. C'è qualcosa che non quadra, giusto?", replico con un lieve sorriso. E lui. "Non ho mai sentito niente di più stupido. Come fai a sostenere che non siamo religiosi e reali, quando, come già detto prima, siamo gli unici ad esserlo. La nostra vita si snoda in varie direzioni, quella fondamentale per la nostra chiesa è l'amore, e la religione è l'amore ". Resto un attimo a pensare. E' sfuggevole la sensazione di verità, questo è quello che dà fastidio. Sentire parlare una persona votata alla religione in questo modo è bello, ma quello che non convince è che in pratica tutto è falsato, tante belle parole e poi picche. E' da una vita che sento parlare bene tutti quelli che hanno il potere di farlo, lo fanno, ma nessuno non è mai stato di parola. Se Gesù predicava la povertà, l'umiltà e l'amore, come mai la chiesa è così tanto ricca?, mi chiedo sempre più insistentemente. Non dovrebbe essere la prima a donare tutto quello che ha?. Non diceva forse Gesù; "Donate ai poveri tutto quello che avete ed entrerete nel regno di Dio?". Ma allora, perché la chiesa non lo fa?. Sono già entrati loro nel regno di Dio, o hanno la stessa paura che hanno tutti, quella di lasciare tutto?. "Bevi qualcosa", mi chiede fra Alberto impaurito della conversazione. "No grazie, devo tornare presto, ho delle cosette da mettere a posto", gli rispondo.

Noto fra Vincenzo pensieroso e preoccupato. "Medita, medita", dico scherzando. "Vedrai che un giorno, forse, ti entrerà tutto chiaramente in testa, nella tua anima. Ti accorgerai che sei solamente fissato nel ruolo che tanto difendi. Un giorno, se arrivi alla consapevolezza, ti renderai conto di quanto stupido sia essere identificati con la propria persona. Tu non sei solamente un frate, sei principalmente un essere, una persona, quindi siamo uguali. Io e te non abbiamo nulla che non sia identico. I pensieri, le manie, le paure, sono tutte uguali, cambia solamente il gioco, tu stai giocando in un modo, io no, tutto qui, ma siamo due persone umane identiche. Se parti con il presupposto che due esseri umani hanno le stesse identiche caratteristiche sia fisiche sia mentali, devi anche renderti conto che le cose di cui ha bisogno il mio corpo, le ha anche il tuo. Se respiro, respiri anche tu, se mangio, mangi anche tu, se ho bisogno di dormire, l'hai anche tu, quindi dov'è la differenza tanto acclamata?. La sola differenza resta che tu, voi, siete rinchiusi in un santuario a pregare e a consumarvi nelle vostre stupide manie, non c'è niente di religioso in ciò che fate. Come può essere una preghiera diretta all'esistenza, una frase letta e riletta da tanti anni ?", gli dico. Anche le suore predicano l'amore, come dite voi, ma anche loro continuano ad essere ottuse nel credo. Credono che la fustigazione, una sorta d'autolesionismo che secondo le stesse dovrebbe assolvere le anime peccatrici davanti a Dio, non sia altro che un modo per arrivare a conseguire la realizzazione. E' altro che un farsi del male. Solo chi è masochista può farsi del male. Dov'è l'amore tanto espresso e dichiarato se poi sono le prime a non adottarlo?. Quelli che voi chiamate Santi martiri, non sono altro che pazzi schizofrenici. Il loro credo gli ha portati a fare cose disumane. Professare una vita di sopportazione e sacrifici e diventare Santi per questo, è solo andare contro l'amore proprio, come fate a volere del bene, se non amate nemmeno il vostro corpo, la vostra anima?", finisco di dire. "Anche le tue sono belle parole", dice fra Vincenzo. "Ma cosa fai oltre a parlare?, parli anche tu come noi perché hai la lingua", mi ammonisce minaccioso. Ed io. "Certo che parlo solamente, posso farlo. Non mi sono assunto nessuna responsabilità al riguardo. Non ho da fare niente che non faccio già, sei tu che hai scelto una via impegnativa, ma vedo che non è percorsa nel modo migliore. Siete tutti voi che avete scelto di aiutare la gente religiosamente. E' vostra la scelta ed è vostro anche il compito, io, mi limito a scoprire se quello che dite è anche portato a termine, per una mia curiosità". Resto zitto per pochi minuti. Fra Vincenzo, vedo, è cotto. Non è stato sconfitto con le parole, è sconfitto al di dentro. E' come la coca cola sgasata, manca di brio, di entusiasmo. Mi alzo in piedi con disinvoltura e saluto fra Vincenzo, il mio amico, fra Alberto coglie l'attimo per chiedermi della sorpresa, quella promessa la settimana prima. "E' questa", gli rispondo divertito. "Me lo immaginavo che ne usciva un casino, non ti sembra una buona sorpresa questa?". "Certo che sì, speravo però fosse qualcosa di diverso, non so, che volessi entrare a far parte della confraternita". Rispondo ridendo. "Sei proprio spiritoso, a proposito, pensa a quello che stai facendo, l'esistenza ti aspetta". Prima di andare, gli suggerisco a fra Vincenzo di meditare. "Meditare?", brontola lui. "Certo, meditare", gli rispondo, mentre sto per andare. "Che novità è questa", esclama allibito fra Vincenzo. Mi fermo ad ascoltarlo ancora un attimo, così, per divertimento. "Lo facciamo tutti i santi giorni", continua. Ed io, proseguo. "Si lo fate, lo so. Si dal caso però che la vostra meditazione non sia altro che un'altra tecnica mentale", ribatto precisando. Lo vedo più cupo del solito. "Vorresti sostenermi che anche la meditazione è una cosa sbagliata?", non manca di ribattere fra Vincenzo. "Non ho detto questo. Ho solo precisato che la vostra meditazione, è sbagliata". La fronte corrucciata di fra Vincenzo mi indica la sua perplessità. Poi lui, riesplode lamentandosi. "E da quando sono entrato a far parte della confraternita che faccio meditazione. L'ho studiata e provata in lungo e in largo e sono sicuro di aver conseguito il metodo più giusto", ribatte. Ora tu mi vieni a ricordare che devo meditare. Medita tu invece. Mi sa che ne hai più bisogno di me", insiste ora più arrogante che mai. Resto ad ascoltarlo divertito ancora di più. E proprio sereno e tranquillo, si nota. Messo vicino ad un neon, lo stesso si accenderebbe dalla elettricità che ora scaturisce. "Per voi la meditazione è un metodo da acquisire", replico sicuro. "Ma la vera meditazione non è un metodo, non ha bisogno di nessun metodo. La meditazione, accade. La meditazione è", rincaro allegramente. "Ho sentito tante persone parlare di meditazione. Tutte hanno una loro tecnica. C'è chi usa il metodo del pensiero, chi quello del focalizzare un qualcosa, chi quello di lasciar andare le cose brutte per sostituirle con parole dolci ed esatte, o quello di visualizzare d'essere in un posto pacifico e beato. Sono altro che tecniche, servono a poco. Ti fanno stare meglio, questo è vero, ma è solo un surrogato della vera meditazione. Fra Vincenzo, non sta più nella pelle. La sua voce, ora, è carica d'ira. "Non ti permetto di sostenere che la mia meditazione e quella che ci hanno tramandato i nostri avi, è sbagliata. Noi la conserviamo e la attuiamo ancora con meraviglia. Ci dà serenità e beatitudine", esclama allibito delle mie parole. "Vedi", ribatto amorevolmente. "Non sei così beato e sereno come dici". La sua arroganza lo conferma. "Prova a stare seduto o steso sul letto senza forzare i tuoi pensieri. Lascia che il tuo corpo e la tua mente agiscano da soli. Senti e vedi all'interno di te quello che succede stando semplicemente immobile, tranquillo. Non cercare di pensare a cose belle o a posti paradisiaci. Così, come fai tu e i tuoi confratelli, vi state solamente allontanando dalla vera meditazione. La vera meditazione accade come il respirare. Cosa fai per respirare?. Niente. Respiri semplicemente. Come fai a camminare?. Cammini semplicemente. Non stai li a provare e a riprovare. Questo lo fai solamente quando sei bambino, anche se non ti accorgi. Quando hai imparato, cammini e basta. Non pensi a come mettere il piede destro e quello sinistro. Prova per una volta. Ma stai attento bene alla mente. E' lei che ti svia, è lei che ti dice di non continuare, di non proseguire. Se stai bene attento, noterai che dopo un po' la mente vuole rimpossessarsi della sua funzione. Vuole ritornare a comandarti, ad ordinarti. E' lei che, senza consapevolezza, ti fa fare le cose che fai normalmente. Tutto quello che fai inconsapevolmente è opera della mente. Sei il suo schiavo. Se la meditazione arriverà, ed arriva, sarai trasformato", dico per finire.

Me ne vado guardandolo di striscio, quasi scoppio a ridere a vedere la faccia sbalordita e confusa di fra Vincenzo.

Sono da un paio di mesi immerso nella natura, voglio vivere a stretto contatto con lei, assaporarne tutte le forme e profumi, colori e vitalità. Voglio vivere da eremita. Mi cibo d'uva selvatica, di fragole, di mirtilli e more. Tutto quello che trovo e che mi dona la natura, mi basta. Ho preso questa decisione dopo avere costatato che la vita che trascorro giù in paese è priva di significato. L'aver parlato tanto, ha esaurito tutte le risorse. Ora, l'anima, vuole serenità e pace, non posso che accondiscendere. Che bello scoprire le varie forme di vita, e da queste che accolgo le intuizioni. Il semplice stare a guardare mi dà delle risposte mai esaudite prima d'ora. Ho esperienza diretta che la vita è in costante movimento e mutamento. Sto attento a non disturbare la creativa vitalità di tutti gli insetti che ne sono coinvolti. Si risveglia nel mio intimo un amore incontenibile, mai provato. Dio, l'esistenza, è questo. Tutto e tutti, facciamo parte di un unico sistema. Mi colpisce questa sintesi, è reale e veritiera, dà una sensazione di totale, universale. Dormo in un sacco a pelo. Di sera, prima di coricarmi, sto ad ascoltare i rumori che la natura produce. Questo stare fermo e in silenzio, crea in me una sensazione fantastica, magnetica. Il corpo sembra dissolversi e nel suo dissolversi compare una consapevolezza rispolverata. Sì, è proprio questa la sensazione, è come uno specchio lasciato in disparte per anni. Ora che lo rivedo e lo spolvero, ritorna a splendere e a riflettere tutto con chiarezza.

I pensieri formulano domande che evaporano come l'acqua a novanta gradi. Non c'è domanda alla consapevolezza. Tutto è chiaro e cristallino, è trasparente come il sorgere del sole che la natura ha le sue regole non scritte, ma dettate dall'esistenza stessa. Quello che ora assale la memoria, è il discorso tenuto al santuario, quello che ha dato tanto fastidio a fra Vincenzo, relativo alla presunta presenza di gay. Ricordo ancora vivamente di averne parlato a lungo una sera con Antonio. Anche lui era convinto che fossero esseri umani uguali a noi in tutto e per tutto, ma non era stato abbastanza chiaro da convincermi. Ora la natura, la verità, diffonde delle informazioni che non sono altro che l'assoluto, quello che è. Vedo che i fiori per fiorire, hanno bisogno del polline, che gli animali, per riprodursi, hanno bisogno di accoppiarsi con uno di sesso opposto. Il sole accarezza il fiore di loto, come l'ago di pino, riscalda il campo di mais, come il campo incolto. Il sole dà la luce al bisonte, come alla formica, dà luce all'oscurità, come l'oscurità toglie la luce. Il sole dà vita alla rosa, pari al semplice filo d'erba, dà la vita al ratto, pari alla colomba, dà vita al seme, pari all'albero. La luce crea l'ombra, l'ombra che tanto brami al caldo estivo, come il sole riscalda una giornata invernale. Il vento che tanto dà fastidio nelle fredde giornate invernali, tanto fa contenti i marinai che gonfiano le loro vele assopite. Il vento che fa scompigliare i capelli e ti fa arrabbiare, è lo stesso che rende felice una mandria di cavalli che sventolano la loro criniera con allegra libertà. Il vento che esplode la sua rabbia nella tempesta, è figlio di quello che ti fa udire il canto della foresta, è quello che porta il polline e che ti fa meravigliare lo sbocciare della primavera. L'acqua, tanto fa tremare la persona che annega, quanto fa cantare di gioia il contadino che irriga i campi, quanto fa paura e terrore alle persone alluvionate, pari alla gioia dei vacanzieri al mare. Dà la vita al germoglio indifeso, quanto al pianeta intero. Disseta la gola dopo una corsa, quanto lava via il sangue del bambino appena ucciso. E' potente nella sua foga, quanto dolce quando ti accarezza al lavarsi. Scende in profondità, quanto in altezza. La terra ci dà i frutti, tanto quanto ce li toglie. Si piantano i semi, come si seppelliscono i morti, dà la sensazione di compattezza, tanto quanto l'intensità di una frana. Crea montagne come voragini, è spessa come nella fragilità di un granello di sabbia. Noto che l'acqua scorre sempre verso il fondo valle, e so per certo che il giro che fa, non è mai lo stesso, tutto è in movimento. E' un ciclo vitale quello che compie. Parte dalle vette, arriva in pianura e si disperde in mare, poi le nuvole riportano la stessa ad alte quote e ricomincia il nuovo ciclo. Tutto è in relazione alla vita, alla crescita. Antonio, una volta, mi disse che in ogni modo i gay sono esseri umani e dato tale non possono non essere equiparati a tutti gli altri. Gli avevo risposto. "Sì, sono uguali fisicamente, ma mentalmente sono malati da una inconsapevolezza. Il loro essere omosessuali, non è altro che un gioco creato dal loro cervello e loro s'identificano con il gioco stesso. Anche i travestiti allora sono normali. Anche i viados, sono normali. Certo che lo sono, fisicamente. La natura ha donato loro delle caratteristiche, anche se non proprio uguali, in ogni caso fanno sempre parte dell'esistenza. Con questo non vuol dire, essere normali". Dicendo questo, Antonio era andato a raccogliere un semplice esempio in natura. Voleva farmi credere che siamo come gli animali. "Siamo animali". Gli avevo assicurato. "Solamente abbiamo un cervello per ragionare e una consapevolezza che è al di là del pensare. Arriva dall'intimo ed è intrinseca alla nostra natura, alla nostra persona". Quello che lui voleva farmi capire, era che tra animali esiste però l'omosessualità. "E' vero". Gli avevo ribattuto. "Quello che dici è verissimo, ma resta pur sempre il fatto che l'uomo si distingue per avere il cervello. L'uomo sa di essere tale e sa anche che deve morire, prima o poi. E' l'unico animale che sa per certo che deve morire, gli altri non lo sanno. "Se l'esistenza ci ha donato il cervello, perché non usarlo?. Qui nasce il malinteso, credono che quello che pensano sia tutto reale e veritiero. Non è assolutamente vero. E' il cervello che si è impossessato del loro spirito, della loro essenza. Noi comuni mortali, siamo nati puri, senza nessun pensiero rivolto alla perversione, quello arriva dopo, dopo aver vissuto in ambienti sbagliati, dopo aver vissuto il rapporto con il proprio corpo in maniera errata. Non è parte della nostra esistenza, è una nevrosi, una malattia che si sono creati loro". "A questo punto". Dicevo ad Antonio. "Anche chi lo fa con gli animali è normale, è una sua scelta. Il cane che si lascia fare non sa. Ho visto anch'io, con i miei occhi, cani in effusioni amorose, pur essendo entrambi maschi, ma non per questo si può dire che l'uomo è come un animale. E' chiamato appunto, uomo, perché ha un'intelligenza ed un cervello che lo eleva dal resto. Capisco che l'omosessuale c'è sempre stato, ma se guardi la storia dell'uomo, ti rendi conto che da quando esistiamo, fanno lo stesso sbaglio. Tutti quelli che pretendono di essere "normali", in realtà vogliono solo far credere di esserlo. Non lo sono. Non ho mai visto un branco di elefanti fare orge, non ho mai visto un leone farlo con un cucciolo, e anche se fosse, sono sempre e comunque animali. E' la mente che dà la perversione alle persone che si lasciano trasportare da questo stupido gioco. L'amore, quello vero, è dettato da un'armonia, da una comunione spirituale reciproca che sfocia nel più assoluto incontro. L'uomo e la donna si fondono in un tutt'uno solo la consapevolezza è la cosa reale e veritiera dell'atto, questa è religiosità. Ricordo perfettamente che Antonio non riusciva ad entrare nei parametri da me elencati. Mi stupivo che uno come lui, seppur un tipo sempre cannato e fuori di testa, non riuscisse a capire che comunque la normalità, era ed è dettata dalla natura stessa.

Poi, all'improvviso, dal nulla. "Josuè", esclamo urlando. "Mi hai fatto prendere una paura". "Ah sì, pensavo l'avessi già trascesa", dice ridendo a crepapelle. "Già trascesa?", gli rispondo. "Sei ancora fermo al primo gradino. Tutto quello che ti ho detto, non ti ha fatto fare un balzo qualitativo?", dice ancora con spasmi di risata. "Devo trascenderla?, pensavo fosse solo una cosa da sapere", dico spaventato. E lui. "Tutto è da trascendere, tutto quello che nasce dalla tua mente, quello che trovi pensante all'interno è da trascendere. Quando trascendi sai per certo che non è. Tu non sei paura, è solo una tua proiezione, tutti ne hanno, tutti sono in qualche modo cattivi e in qualche altro buoni. Guarda i tuoi pensieri, si snodano in mille direzioni diverse. Ora pensi all'amore, subito dopo sei odioso, pensi di voler del bene a te stesso e subito dopo non te ne vuoi, sei in amore con la fidanzata e subito dopo la maltratti. Tutto è da trascendere, quando trascendi sei religioso, non sei più ciò che la tua mente vuole farti credere, quello è un gioco, il gioco più stupido e pericoloso che ci sia. Ma ancora non lo sai, ed è per questo che ti dico tutto questo, voglio solamente aiutarti a percepire il vero significato. Se lo comprendi sarai per sempre allietato da una consapevolezza che è al di là della mente, sei trasceso, in perenne meditazione".

Quello sentito apre una finestra umana alla comprensione. Josuè, comparso all'improvviso, mette nelle mie vene un caldo e saporito nettare di essenza. Il suo modo di presentarsi non fa che aumentare la mia già acquisita potenziale spiritualità. "Senti Josuè, vorrei sapere come fai a presentarti dinanzi a me quando cavolo vuoi, non riesco a capire il tuo modo di agire, borbotto carico d'apprensione. Josuè. "Sei tu che mi chiami, non lo hai ancora capito?. Io non sono, oppure sono, dipende da come lo guardi. Non hai ancora capito che sono intrinseco a te, ne faccio parte. Quando entri in meditazione, quando lasci da parte la tua mente, compaio. Io sono te. Apri la luce della tua consapevolezza, ed io esco, come il genio della lampada di Aladino, solo che non sono estraneo al tuo essere, ne faccio parte, viviamo perennemente ed eternamente assieme". "Cosa stai a dire?", dico in preda ad una curiosità mai conosciuta. "Vorresti dirmi che ti fai vedere quando sono in silenzio con il mio corpo?, quando la mia mente è ferma?". Lui. "Certo, è proprio così. Sei tu che scateni la consapevolezza, io, sono ciò, la tua consapevolezza. La tua perenne ricerca interiore a fatto sì che succeda. Sei solo stato tanto testardo da non rinunciarci e ci sei riuscito. D'ora in poi non sarai più quello di prima, capirai cose che prima non riuscivi a comprendere pur essendo intelligente. Vedi Ocram, la mente non fa parte della consapevolezza, la mente serve a far posto alla cultura, alle parole, la tua mente, quello che immagazzini nel cervello non è altro che un ammasso di parole. Come un computer, solo che il tuo computer funziona per conto suo, e tu, voi, non ne siete al corrente. Ti ho sentito dire a qualcuno delle cose molto belle, questo è bello, è un aiuto, ma sono comunque solo parole, al di là delle parole, esiste il vero significato di tutto. E' il silenzio che scatena la vera gioia. Il silenzio che nasce dalla mancanza di confusione nella tua mente. Quello che sentivi da piccolo nel bosco, quello che tu chiamavi, "L'urlo del silenzio", non è altro che l'assoluto, è l'essenza del tuo essere. Quando trovi questa silenziosità dentro, sei arrivato a casa. Ora non ne sei ancora in possesso, ci vorrà ancora del tempo, ma ricorda che la strada è già fatta, il solo comprenderlo ti dà il buon uscita per il cammino. Non troverai più alcun ostacolo alla realizzazione, basterà seguire il sentiero. Nessun problema potrà fermarti o deviarti perché tu sai che il problema non esiste è qualcosa che ha a che fare con la mente, non con te, tu sei oltre. Hai trasceso il tutto".

"Ti racconto la storia delle due lucertole", dice scherzoso ma allo stesso tempo convinto. "Va bene, ti ascolto", gli rispondo curioso. "Una volta c'erano due lucertole, una buona e una cattiva. Quella cattiva era quella che faceva sempre i dispetti. Disprezzava e insultava ogni qualvolta c'era occasione. Quella buona invece restava sempre impassibile e cercava di accontentare in tutto e per tutto, anche, a volte, passando per stupida. Divenute grandi era stato loro ordinato di andare tutti i giorni a prendere dell'acqua per tutto il villaggio. Un giorno, quella cattiva, trovò una scorciatoia, però questa era irta di pericoli. La buona, visto la pericolosità, le disse che era troppo ardua, ma la cattiva, ignorando l'accortezza, non l'ascoltò e continuò a percorrerla. Dopo un po' di tempo la lucertola cattiva si ruppe una gamba e quella buona, sentite le lamentele, si accorse a vedere cosa le era successo. Nel vederla, dato che si era rotta una gamba, la portò al villaggio coricandosela in spalla. Mentre la lucertola cattiva aspettava la guarigione, quella buona continuò a lavorare facendo del suo meglio. Passati alcuni giorni, la lucertola cattiva ricominciò a lavorare. Un pomeriggio, la lucertola buona, consigliò per il bene dell'amica di tornare al vecchio sentiero. La cattiva arrabbiatasi per il consiglio datogli da quella buona, la insultò e la ridicolizzò. Poi non contenta la riempì anche di sonate botte. La sera, le lucertole anziane, riunitesi in consiglio, chiesero a quella buona cosa le era successo, lei, per non confessare l'accaduto, rispose che era caduta lungo il sentiero. Quella cattiva, che era presente al dialogo, rise e disse che l'aveva vista ruzzolare a terra e che era andata a soccorrerla. La buona non aprì bocca, poi, chiese alla cattiva come mai aveva detto quella bugia. Rispose che con le lucertole stupide e ignoranti non parlava. Ogni Santa domenica, le due lucertole si recavano come rito alla Santa Messa. Tutte e due professavano d'essere l'una più religiosa dell'altra. La lucertola prete, predicava che l'essere buoni e umili era una virtù che non conosceva limiti. La buona, finita la Santa Messa, si vantava d'essere quella più religiosa. La cattiva, nonostante la fama, si beava d'essere la più furba e così di ottenere più fama e denaro. Dopo alcuni giorni, la lucertola cattiva, considerando che percorreva molta meno strada, si vantava di potare molta più acqua al villaggio e quindi d'essere la più ammirata. La buona, ricordandogli che la scorciatoia non era altro che impervia, le disse che non era questione di tempo, ma di previdenza. Una sera, la cattiva, mentre tornava al villaggio con l'ultimo catino d'acqua, fu travolta da una frana e morì. Quella buona e umile, continuò a percorrere la strada più lunga e meno impervia".

"Quale pensi sia il significato della storia", dice Josuè con un pizzico di severità. Ed io. "La storiella, può mettere in condizione di dare per scontato che la lucertola buona sia quella più religiosa e veritiera, ma quello che balza di primo acchito, è che tutte e due hanno mancato il raggiungimento alla realizzazione. L'essere o non essere, non comporta necessariamente d'essere più religioso di altri, è solo un surrogato. La chiesa ha creato questo stratagemma. L'unico vero modo d'essere religiosi è quello di cercare all'interno di noi stessi il vero paradiso", gli rispondo convinto e fiducioso. "E' vero", assicura Josuè. "Il vero significato della vita è il raggiungimento della realizzazione. Se guardi bene, c'è tanta gente che fa del bene e altrettanta che non lo fa. Sono assolutamente identici, mancano tutti la realizzazione".

E' vero, osservando bene tutto il percorso fatto nella mia vita, trovo che la mancanza di comprensione e la non capacità di capire il meccanismo, era la mia e la vostra paura, la mia e la vostra ansia, tutto è in relazione. Ho capito che l'amore, la consapevolezza e la comprensione, non sono altro che un'unica cosa. Uno stato meditativo che porta la fiamma al centro, che nutre la fragranza della consapevolezza.

Visto che ho acquisito la consapevolezza, o più precisamente, che la consapevolezza è entrata dentro di me, me ne ritorno giù in paese. Neanche restare per pochi giorni da solo a meditare, dà la sensazione di unica realtà, anche quella sembra una fuga dal mondo. Così decido di sana pianta di tornare a vivere in paese. Da subito mi accorgo di quanto sia rumorosa la strada che conduce a casa, i camion, carichi fino all'inverosimile, spruzzano nuvole di smog ad ogni partenza. Le macchine accatastate in fila indiana sono come formiche in preda ad un attacco di fobia, sono impazzite. C'è chi suona ripetutamente il clacson senza rendersi conto del baccano che fa, chi parte a razzo per far vedere che ha la macchina più potente, più grossa. Tutto si riduce ad una competizione. Io, travolto da un'energia straripante, sono contento di sentirmi al di fuori del gioco, non ci trovo nulla di speciale. Più che speciale, è una mancanza di sentimento, di responsabilità. Gli unici ad essere sempre contenti e liberi, sono i cani randagi che trovo per strada. Anche i gatti, sembrano non fare caso al casino che l'uomo inscena tutti i giorni. Il loro modo di vita è semplice, libero. Forse la preoccupazione più grande per loro è di trovare qualcosa da mangiare, ma anche questo non traspare dagli occhi.

Arrivo a casa. Mi viene incontro abbaiando il cane, Maciste. E' contento di rivedermi, lo fa capire, anche un morto se ne sarebbe accorto. Entro in casa, saluto mio fratello e vado a dormire.

Questo è quello che successe ad Ocram. L'arrivare ad essere, era stato solo un processo, un processo voluto, voluto soprattutto dall'esistenza. Il seme di tale è una cosa che hanno tutti, aveva capito. Stava alle persone amplificarlo, annaffiarlo e diffonderlo fino a farlo nascere ed esplodere in tutta la sua vera forza. La sua ricerca interiore lo ha portato a capire che le persone sono come i fiori, la loro bellezza sta nell'esprimere tutta la forza, la fragranza, sta nel raggiungimento della fioritura, dall'aprirsi all'esistenza. Tutti abbiamo un seme, un germoglio pronto a svilupparsi, ma se restiamo tali non arriveremo mai ad espandere le nostre qualità. Solamente chi non ha paura di esprimere il suo vero potenziale n'esce fiorito, e solo chi è fiorito si distingue per unicità, per fragranza. Dopo aver conseguito tanto, ad Ocram, gli si sono aperti spazi e avvenimenti straordinari, tutta la sua vita ne ha tratto vantaggio, tutte le persone che lo circondano ne traggono vantaggio. Anche la sua amica Alessandra, dopo svariate disavventure e continui sbagli, aveva capito finalmente il vero significato della vita. Restando accanto ad Ocram, ha saputo riversare tutto il suo amore senza falsi pregiudizi e ipocrisie. Anche lei era caduta nella trappola dell'ego. Si era convertita alla religione, nel mondo monacale, ma non era stato altro che l'opposto di quel fatto in precedenza, non era consapevole del meccanismo che la mente portava a fare. Solo restando a fianco e in sintonia ad Ocram, aveva capito che il riversarsi all'opposto non era altro che un gioco creato dalla mente. Le persone vere, quelle religiose, non fuggono, sono reali in tutte le situazioni. Alessandra aveva capito che il rifiuto del mondo mondano, a sostegno di quello monacale, non era altro che una nuova scappatoia. Credeva che il rinchiudersi a pregare e a professare una vita così detta, "Religiosa", fosse la cosa più giusta da fare per tornare ad essere in sintonia con l'anima. Si sbagliava, e da questo sbaglio ha tratto vantaggio. Ora anche lei poteva ringraziare l'esistenza per il processo che aveva dovuto compiere per arrivare a tanto, a scoprire il vero significato. Quello che succede ad ognuno di noi, non è altro che un processo che l'esistenza regala per comprendere e se solo stiamo più attenti, forse ci accorgiamo. Il paradiso è qui, basta cambiare il modo di guardare, di sentire, di vedere, di annusare e di tastare.

E' domenica, la mattina di una fine settimana di primavera, alle prime luci dell'alba, mi alzo di scatto quando la sveglia elettronica emette quel suo suono metallico e stupido. Era un sogno. Di colpo mi ritrovo ad annaspare tra la stanza in cerca di qualcosa da mettere. Dopo aver indossato una felpa di cotone, un paio di jeans e avermi infilato le ciabatte, esco dalla camera per andare a preparare la colazione. Nel momento in cui apro la porta della camera, sono investito da una luce così forte da farmi perdere l'orientamento. Avanzo tenendomi con le mani al muro, come uno che cammina sul cornicione, non riesco a capire se sono i miei occhi che non vedono, o se la luce non mi lascia scampo. Prima di entrare in cucina, mi fermo un attimo al bagno a sciaquarmi il viso, visto che non riesco proprio a svegliarmi. Ho quella strana faccia che ti viene dopo una serata passata a fare il balordo in discoteca a bere e a fumare. Lo specchio mi riflette con un'immagine distorta, ho i capelli tutti arruffati tipo cocker, le palpebre degli occhi sono nere a forma di mezza luna rovesciata. Questa mattina non mi riconosco proprio, di solito esco dal letto con un aspetto più dignitoso, ma nonostante tutto mi appare tutto molto buffo. Lavatomi e sciaquatomi abbondantemente, dato l'aspetto che mi ritrovo ad avere, finalmente m'infilo in cucina, preparo la moka per il caffè con lentezza e mentre aspetto d'udire il suono rauco della stessa, entra mio fratello, ci salutiamo ma resto perplesso.

La foto di mio padre e quella d'Antonio, sono incorniciate e poste sopra la credenza.


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