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Marco Tonato 

marco.tonato@libero.it 

Sadhana l'urlo del silenzio

 

E' domenica, la mattina di una fine settimana di primavera, alle prime luci dell'alba, mi alzo di scatto quando la sveglia elettronica emette quel suo suono metallico e stupido. Di colpo mi ritrovo ad annaspare tra la stanza in cerca di qualcosa da mettere. Dopo aver indossato una felpa di cotone un paio di jeans e avermi infilato le ciabatte, esco dalla camera per andare a preparare la colazione. Nel momento in cui apro la porta della camera, sono investito da una luce così forte da farmi perdere l'orientamento. Avanzo tenendomi con le mani al muro, come uno che cammina sul cornicione, non riesco a capire se sono i miei occhi che non vedono o se la luce non mi lascia scampo. Prima di entrare in cucina, mi fermo un attimo al bagno a sciaquarmi il viso, visto che non riesco proprio a svegliarmi. Ho quella strana faccia che ti viene dopo una serata passata a fare il balordo in discoteca a bere e a fumare. Lo specchio mi riflette con un'immagine distorta, ho i capelli tutti arruffati tipo cocker, le palpebre degli occhi sono nere a forma di mezza luna rovesciata. Questa mattina non mi riconosco proprio, di solito esco dal letto con un aspetto più dignitoso ma nonostante tutto mi appare tutto molto buffo. Lavatomi e sciaquatomi abbondantemente, dato l'aspetto che mi ritrovo ad avere, finalmente m'infilo in cucina, preparo la moka per il caffè con lentezza e mentre aspetto d'udire il suono rauco della stessa, entra mio padre, ci salutiamo con il solito freddo e quieto modo. "Ciao papa'". Lui. "Ciao ". Dopodiché mio padre nella sua solita stressante abitudine mi chiede dove sto andando. In modo semplice e calmo, ma già irritato dalle sue solite domande, gli rispondo che vado a fare come abitudine, un giro nel bosco con il cane. Sentito ciò, mio padre, non contento mi chiede se penso di tornare per la S Messa. Irritato ancora di più, dovuto al fatto che sa bene non ci vada mai, gli rispondo con più forza e decisione. "Papa' mi hai rotto con questa storia, ogni santa domenica ti devo ripetere le solite cose, ma lo fai apposta? ". Lui, sgomento del mio modo di ringhiargli addosso s'innervosisce e replica assicurandomi che non vuole mi scaldi tanto. "Non vedo d'averti ferito con la mia domanda", mi dice. Lascio perdere per non rovinarmi la giornata, un giorno penso ci sarà anche posto per i nostri malintesi e riuscirò sicuramente a mettere in carreggiata il nostro debole ma pur sempre valido rapporto di padre e figlio. Uscito di casa, dopo aver consumato la colazione un po' irretito, sono travolto come da un camion, dal mio cane, che nella sua foga, scaturita da una gioia incontrollabile, mi assale letteralmente in puro stile felino, senza però arrecarmi nessun danno. Dopo che l'entusiasmo del mio cane si trasforma in una più moderata e allegra dimostrazione d'affetto, preso il guinzaglio e indossati gli scarponi, parto con grand'euforia verso la solita e piacevole destinazione. Da subito mi accorgo di quanto sia bella la giornata che sta per iniziare, il cielo è sereno con qualche nuvoletta sparsa e rende il tutto un po' più pittoresco. I boschi che mi circondano sono già ricolmi di primavera, si sta già aspettando con ammirazione la nuova stagione che trabocca di colori e di profumi primaverili.

Le gambe sono indolenzite e non riesco ad attuare un'andatura adeguata, mi sento in pace con l'esistenza, sono in essa, però il mio corpo fisico, la forma, è di tutt'altra idea. Nell'incamminarmi verso l'eremo, il posto che normalmente frequento, incontro alcuni visitatori dall'aria e dall'aspetto simpatico, molti di questi, provenienti da paesi lontani, lanciano un alone di stupore allo scorgere di tanta bellezza. Ora osservando con più attenzione posso vedere con chiarezza l'aprirsi della nuova stagione abbracciare l'estasi della rinascita. Si nota da subito il candido bianco delle campanelle macchiato qua e là da piccoli e coloratissimi gruppetti di primule. Il sottobosco oramai scema di colori autunnali, noto che il risveglio è già abbondantemente iniziato, le piante svuotate delle loro foglie dall'incalzare del gelido inverno ora sono ricolme di germogli verdi. Constatato che l'andatura si è fatta più sciolta e più amichevole, proseguo rimbalzando qua e là sul sentiero oramai familiare, le gambe rullano come impazzite per trovare la migliore aderenza, tutto mi riconduce consapevolmente all'età fanciullesca. Arrivato all'eremo, mi siedo in un tavolino di pietra che serve ai visitatori per consumare il picnic. Sono circondato da cosi' tanta bellezza che non riesco a focalizzare un punto di ristoro, non riesco a tenere a freno la mia mente, tutto passa e torna velocemente, non riesco a focalizzare momento per momento tutto quello che vedo. Ad un certo punto sento un suono provenire dall'altra parte dell'eremo, mi sembra di capire provenga da una delle tante grotte che si trovano nei paraggi. Scendo dal tavolino incuriosito e mi dirigo all'indirizzo del suono, non è altro che un battito ritmato di bongo, più mi avvicino e più mi entra nella testa, o nel mio cuore, sono contagiato da tutto ciò dovuto anche dal fatto che normalmente il posto mi mette sempre in soggezione per la sua tranquillità e la sua primordiale misticità. A pochi passi dalla grotta, da cui fuoriesce il ritmo battuto del bongo, quasi a richiamare l'istinto animale che ora mi trovo ad avere, mi fermo più per paura che per un valido motivo. Constatato che la paura è solamente una mia proiezione, scorgo dall'imbocco della grotta una figura dalle somiglianze indiane. I capelli, lunghi e bianchi donano un aspetto mistico e religioso ad un corpo snello e longevo. Dopo un attimo di timore e di studio, assumo la posizione del loto a pochi passi dal tipo e mi lascio trasportare dalle onde sonore del bongo. Il silenzio che si frappone tra un battito ed un altro mi trascina giù fino in fondo al mio essere, sento il ritmo avanzare sempre più dentro il mio corpo, nel mio interno più interno, mi arriva in toni cosi forti che mi si sente scoppiare dentro, come se la musicità avesse trovato la sua esplosione nell'istante in cui trova il mio centro. Ricordo di essere entrato in uno stato estatico per circa mezz'ora, o forse per un attimo, un'eternità, non potevo rendermi conto, era troppo bello, il tempo non aveva confini, spazio, era tutto un'immensa e vasta prateria di gioia e danza, tutto si focalizzava in un punto. Il tipo, fermatosi all'improvviso, mi riporta catapultandomi d'un tratto alla realtà. Apro gli occhi di riflesso costatando lo strano ma efficace modo di fare, lui, sicuramente serba lineamenti indiani, non un cenno al mio indirizzo, non una sola mossa o un solo gesto al mio indirizzo, quasi a snobbarmi, a tenermi fuori dei suoi confini. Dopo averlo osservato con totale ammirazione, mi avvicino ancora un po' per scorgere in lui qualcosa di familiare, ma la mia cocciutaggine si dimostra del tutto inutile. Allora ci prova anche il mio fedele cane, scodinzolando si avvicina furtivamente fino quasi a sfiorarlo, ma il tipo impassibile e composto non ci fa caso. Deluso, dopo circa dieci minuti, effettuo un ultimo tentativo facendo vibrare la mia voce. "Buongiorno ", gli dico rompendo il silenzio della grotta. "Come mai da queste parti? ". Lui, ancora sulle sue m'ignora nuovamente e così, richiamato il cane, parto per tornare a casa. Mentre proseguo il sentiero che mi riporta giù in paese, mi riecheggia nelle orecchie lo strano ma invitante battito del bongo e di nuovo mi entra come abbagli di luce. Mi sembra di venire oltrepassato da una rasoiata di calore, quasi a perforarmi senza però sentire alcun dolore, anzi, la vibrazione che scaturisce tale melodia, mi penetra con dolcezza nell'intimo, come se i battiti non fossero altro che i battiti del cuore della persona amata. Arrivato giù in paese, scosso e rapito da tanta beatitudine, rientro a casa, deposito lo zaino e do da mangiare al cane. Entro in casa, saluto mio fratello che nel frattempo si è alzato dal letto e vado a farmi una doccia ristoratrice. Mentre faccio la doccia, ritorna alla memoria quel visto e udito su all'eremo, la voglia di raccontarlo al mio amico Antonio mi fa nascere un'ansia che si tramuta in un sentimento liberatorio. L'ora di pranzo mi siedo a tavola nel solito posto. Mio padre, a capotavola, sprigiona la sua spiccata autorevolezza in modo visivo, quasi fosse ancora incerto di tanta autorità. Comincio a mangiare senza far caso alla conversazione che mio padre e mio fratello stanno facendo, l'ignorarli però vedo non li turba per niente, io, raccolto nei miei pensieri, mi assaporo con squisito appetito la pasta. Passato qualche minuto, mio padre, rivolgendomi la parola all'improvviso, mi chiede curioso della mia risposta, com'è andata la passeggiata nel bosco, se ho incontrato qualcuno o se invece ho trovato qualcosa di speciale da raccontare. Gli rispondo di aver incontrato un tipo strano, ma non uno strano inteso come tale, strano nella sua semplicità, nell'attrazione che scaturiva verso di me. "Suonava il bongo", gli rispondo subito. "Vicino all'eremo". Allora mio padre dice scontroso; "Ocram lo sai che bisogna stare attenti agli estranei, e che non bisogna avvicinarsi a certi tipi ". "Papà, certo che lo so, non continuare per favore a stressarmi la vita con le tue solite romanzino, " gli dico. "Ti capisco, ma non sono nemmeno uno stupido, e poi non ci ho nemmeno parlato, quindi, qual è il problema? ". E lui. "Lo dico per il tuo bene e sappi in ogni modo che sono più vecchio di te e la so certo più lunga ". Non ci sto e rispondo; "Sei sempre li solito rompiballe che vuole impormi quello che devo e quello che non devo fare, ho vent'anni e so quello che faccio, non sarai certo tu ad insegnarmi come mi devo comportare a quest'età". A questo punto mio padre comincia ad urlarmi addosso che lo manco di rispetto, che lui a suo padre non avrebbe mai risposto in questo modo, dunque non era un atteggiamento da farsi. Lo assecondo per non litigare ancora di più, e me ne vado per non continuare in quella stupida scenata.

Trovo un mio coetaneo al bar, che normalmente frequento e chiedo se ha visto il mio amico Antonio, lui guardandomi di traverso mi fa cenno di no con la testa, allora mi dirigo velocemente verso casa sua. Arrivato a casa d'Antonio, un tipo che si fa spinelli di brutto, suono il campanello. Dopo un attimo d'esitazione, esce sua madre, gli chiedo se posso parlare con suo figlio, ma lei, accortasi subito della mia reale visita, mi anticipa dicendomi che Antonio è al fiume a pescare e che probabilmente non sarebbe tornato prima di sera. Salutata sua madre, parto alla ricerca d'Antonio. Strada facendo, mi passano davanti agli occhi dei flash. Subito non riesco a decifrare il significato di tali, ma nel volgere la ricerca del mio amico, tutto diventa chiaro, sto pensando a quello strano incontro, quello con il vecchio. Passata più di mezz'ora, alla ricerca di Antonio con relativo rompimento di, trovo il mio simpatico e adorabile amico intento a fumarsi una beata e sinuosa canna di Maria, per certi santa, e con l'altra canna, quella da pesca, per intenderci, appoggiata alla gamba di una sedia di plastica sfatta. Al mio arrivo, Antonio, incredulo, mi chiede; "Ocram, che diavolo ci fai tu qui? ". Ed io. "Sono venuto a cercarti perché ti devo parlare di una strana cosa che mi è successa stamattina, mentre ero col cane su all'eremo ". Lui. "E che cosa ti sarebbe successo di così terribile o entusiasmante, da venire fin qui, in cerca di me, visto che non ci sei mai venuto?". "Sono appunto venuto qui per poter parlarne con qualcuno e si dal caso che quel qualcuno sia proprio tu ". Lui, mi guarda perplesso e mi risponde che gli sembro ebete o forse arrabbiato. Replico affermando che ebete forse non lo sono, ma che arrabbiato lo ero di sicuro, dato che avevo appena finito di litigare, si fa per dire, con mio padre. Così, comincio a raccontargli che ho trovato un tipo strano su all'eremo e che nonostante abbia tentato l'approccio, non mi ha minimamente degnato di un solo sguardo. Antonio, dice sorridendo, che cosa me ne poteva fregare, io, invece rispondo che m'interessa assai. "Non è da tutti i giorni trovare una persona così, non l'avevo mai notato prima", gli dico. "Anzi, sono sicuro di non averlo mai visto in precedenza, e che la sua figura mi è stata impressa dall'aspetto carismatico e solitario". Antonio ribatte che a lui del tipo non interessa un gran che, e che se sono venuto al fiume per rompergli con sta storia posso anche andarmene. Mi giro dall'altra parte per attutire quello che mi sta dicendo Antonio, poi lo scruto negli occhi. "Antò, ma quanto hai fumato oggi?". Si mette a ridere come un pazzo privo di cure, si sbilancia dalla sedia cadendo all'indietro, nella caduta si rompe la canna da pesca ed anche la sedia, mi metto anch'io a sganasciare, mentre lui impreca a gran voce tutto quello che gli passa per la testa, tante bestemmie e molte parolacce che addirittura non n'avevo sentite mai prima. Mi siedo vicino a lui, sull'erba, dato che il posto lo permette, è carino, c'è un prato molto verde punteggiato dai colori dell'arcobaleno, lo scrosciare del fiume sembra una canzone per bambini, come la ninna nanna, il vento mi accarezza leggermente i capelli e si ode il canticchiare degli uccelli che risvegliatosi dall'inverno anche loro contribuiscono al sorgere della nuova stagione. Guardo Antonio in modo ansioso e noto che ammicca un leggero sorriso da folletto, tipico del fuori di testa, ora, ripresosi, mi chiede spiegazioni più dettagliate a riguardo. Gli assicuro che appunto sono venuto al fiume per sentire se ne sa qualcosa, ma già mi accorgo dal suo gesto negativo che non ne ha la più pallida idea, quindi lascio perdere e mi metto d'accordo per uscire la sera. Lo saluto con una pacca amichevole sulla spalla e lo lascio al fiume con un; " A più tardi ". Torno a casa, e mi accorgo che la giornata oramai è andata, il sole sta scomparendo all'orizzonte, la luce, fiacca, minaccia già l'avvicinarsi dell'oscurità, ma nonostante tutto e tutti sono contento, non so precisamente perché, ma la domenica trascorsa mi è stata utile, mi sento diverso, forse ho notato qualcosa che stuzzica il mio interesse, ho qualcosa cui pensare d'importante, mi pare aver conquistato e conosciuto qualcosa d'identificabile, qualcosa che vale la pena essere conosciuto e approfondito. Arrivato a casa, subito mi viene incontro il mio carissimo lupo, lo faccio giocare come il solito per un po' con la pallina di gomma, comprata apposta per non rovinargli i denti, così mi ha sempre detto il veterinario di fiducia, poi entro in casa tutto raggiante per la gioia che ogni volta il mio cane mi trasmette. In casa, saluto mio padre e mio fratello, mi rallegra notare mio padre già rilassato. Vado subito a farmi una bella e rilassante doccia, quella doccia che speri di farti quando ne senti quel bisogno assoluto, quando appiccichi tutto e non vedi l'ora di assaporare l'acqua sulla pelle, quando senti che scorre dalla testa ai piedi donandoti la sensazione di una scossa elettrica, come se l'acqua fosse folgorante. Dopo aver fatto la doccia, mi vesto a puntino per uscire, camicia bianca con jeans e scarpe nere lucide, un po' fighetto e un po' sportivo, vado in cucina, mi preparo un'insalata mista e un petto di pollo sulla griglia, ceno, e parlo con mio padre delle cose che mi sono successe al fiume, fortunatamente senza nessun litigio ed esco in preda ad un entusiasmo colmo di frenesia per l'incalzare della serata. Trovo Antonio, che si sta facendo una superba cannozza di marijuana, gli chiedo dove siamo diretti, lui, mi risponde che intanto finisce di farsi la canna e che poi si vedrà. Finita l'opera d'arte, Antonio accende la canna e comincia a fumare come volesse mangiarla, fuma in modo nevrotico e frenetico, con bramosia, quasi fosse un gelato al limone che rinfresca il palato in una giornata afosa di prima estate, mi chiede se voglio fare un tiro, io, d'impulso, faccio un paio di tiri abbondanti e subito sento l'effetto che invade la mia testa, come lo scoppio della granata al tocco del suolo. Ora tutto mi passa davanti in maniera veloce e confusa, vedo Antonio che mi osserva con disinvoltura, d'altronde per lui è normale, ci mettiamo a ridere come due bambini appena compiuta la marachella, poi Antonio mi esclama; "Ehi Ocram, tutto a posto?, sei già andato mi sembra è? ". Ed io. "Ti sbagli di grosso, se ho appena che fatto un tiretto". Subito dopo mi gira e rigira la testa in modo vorticoso, ho strane sensazioni, sembra di essere in possesso delle mie capacità sensoriali e allo stesso tempo non lo sono, tutto va e viene come un'onda del maremoto, tutto precipitoso e incasinato da non capirne più il senso. Mi siedo su di un sasso e Antonio mi fa; "Mi avevi assicurato che non sentivi nulla, e adesso devi addirittura sederti, con quella faccia stravolta che ti ritrovi ad avere, a chi la vuoi dar da bere? ". Lo guardo e faccio segno che si sieda anche lui un attimo, il tempo per ritornare un po' all'origine. "Senti Antonio, in queste condizioni possiamo andare solamente a divertirci in qualche locale o in qualche discoteca, tu che ne dici?", gli esclamo scoppiettante. "Per me fa lo stesso, dove vuoi tu ", risponde a tono Antonio. "Cosa ne dici se intanto che mi passa un po' ce n'andiamo in una birreria?". "Va benissimo", dice Antonio, così ci dirigiamo alla macchina. Saliti in macchina, accendo il motore della mia golf sgangherata e mi metto in strada, accendo la radio e metto un cd dei Pink Floyd. Antonio mi da l'ok con il pollice e ci mettiamo a ridere da scemi. Ad una curva, quasi esco da strada, ma la buona sorte m'impedisce di andare a sbattere su di un muretto. In macchina cominciano a farsi strada discorsi assurdi, io, in preda a non so quale ragione, comincio dare in escandescenza. I discorsi che ora mi ritrovo a fare non hanno alcun significato, comincio a dire ad Antonio che potrei diventare un ottimo meccanico di Ferrari, addirittura che potrei essere anche un ottimo pilota. Antonio mi ride addosso in maniera convulsa e balbettando dalla spasmodica risata ribatte che al massimo posso fare il meccanico si, ma di biciclette. Canticchiando la canzone The Wall, replico che lui non sa niente delle mie qualità meccaniche. In questo preciso momento posso essere qualsiasi cosa tanto sono fuori, tutto mi sembra facile, le cose mi appaiono così semplici, da non capire come mai ci vuole tanto a farle. Arriviamo ad un American Pub e c'infiliamo dentro come cani randagi, sembriamo due depravati in cerca di lussureggianti femmine in calore, abbiamo tutti e due gli occhi sparuti all'infuori, camminiamo in modo irregolare e tastoni, la gente affollata nel pub, ci guarda quasi a cacciarci via al primo acuto. Ci sediamo ad un tavolino appartato e da lontano scorgo una faccia che non mi è nuova. Passato l'attimo in cui lo sguardo lascia posto al pensiero, una tipa, si avvicina e mi chiede se sono un certo Davide. Rispondo a malapena che sicuramente ha sbagliato persona, lei, continua nella sua pantomina con un atteggiamento disinvolto e sicuro. Dopo un po', Antonio esce dal guscio e si mette in luce dicendo; "Ma tu, sei la gioconda? ". Si capisce che la domanda è più scema di stupida, ma lei infischiandosene palesemente risponde; "Certo che lo sono, non te n'eri accorto subito?". "Come no, aspettavo solamente una conferma ", gli replica Antonio perso come non mai. Guardo Antonio perplesso e penso che è tutto matto, continua a sparlare di cazzate, ma noto che la tipa non è da meno. A questo punto mi estraneo dai loro discorsi, anche perché le cazzate che continuano a dirsi mi danno la nausea, quindi, rotti gli indugi mi espongo e dico; "Scusa Antò, mi sono rotto le balle con sta conversazione, cosa dici, ordiniamo da bere, oppure pensi di dover passare tutta la sera con sta lagna?". I due si guardano negli occhi e si mettono a ridere, Antonio mi parla ad un orecchio e si rigira.

Sono in macchina da solo, sto guidando velocemente giù per una stradina e non ricordo più dove va a finire, mi guardo attorno per cercare un punto di riferimento e trovo quasi per caso un incrocio che sembra familiare. Svolto a destra e proseguo per una strada che porta ad un laghetto, fermo l'auto e la spengo. Alzo il volume della radio, chiudo gli occhi per un istante, sento girare la testa, tutto quello che volevo fare con Antonio in serata è andato, è sparito con la tipa chissà dove, mi ritrovo da solo ad ascoltare la radio della mia auto in un clima surreale. Guardo l'orologio e faccio un balzo, sono già le tre di notte, mi sembra di essere rimasto appena un po', invece sono già passate due ore. Accendo la macchina e me ne torno a casa. Il giorno seguente vado a casa di Antonio, è ancora a letto alle undici, sua madre incazzata mi dice che ha già provato a svegliarlo più di una volta, senza risultato. Insisto che devo assolutamente parlargli, lei, riprova con fare svogliato a richiamarlo fuori dal letto. Passati un paio di minuti, si presenta a me con tutta la sua spossatezza, fa cenno con la mano di seguirlo in salotto tanto per restare per i fatti nostri. Si scusa immediatamente per quello che è successo la sera prima, ribatto che non importa, anche se il pensiero non è quello. "Antonio, voglio parlarti del tipo, ricordi?". "Certamente che ricordo, ma si da il caso che non m'interessi affatto. Ocram, è solamente uno che suona un bongo tanto per farsela passare ". Ed io. "Se ti dicessi che non è solamente strano, cioè che ha tutta l'aria d'essere qualcuno d'importante, che ne so, un mistico, uno di quei tipi che la sanno lunga?, cosa ne penseresti? ". Lui. "Ti pare il caso di pensare a ste stronzate?, il mistico, uno che la sa lunga, per me è uno che si sbronza e si fuma l'impossibile e poi si fa i cazzi suoi, ecco tutto". Resto perplesso dalle parole di Antonio, ma dentro di me, s'insinua una strana idea. Antonio, ora più tranquillo della sera precedente, mi convince a restarne fuori. "Non è che sia pericoloso", mi dice. "E' solo che non ti devi rompere troppo con sta storia tutto qui". Lo ascolto, ma le parole entrano ed escono simultaneamente, quasi fossi privo di orecchie. Neanche il tempo di restare tranquilli, che Antonio comincia a rullare un'altra canna, gli dico di metterla via, ma insiste e in un minuto ce la già in mano accesa. Se in questo preciso istante fosse entrata sua madre, ci avrebbe sgammato di brutto, faccio notare, ma lui, incurante dell'avvertimento ribatte che non ce nessun problema, tanto sua madre è al corrente di tutto. Faccio un paio di tiri e me ne torno a casa. La sera mi telefona un'amica, una certa Alessandra, ci mettiamo d'accordo per uscire assieme a mangiare un boccone. Andiamo in una pizzeria fuori mano, per strada mi racconta entusiasta delle vacanze trascorse ai tropici, vinte per l'occasione dalla continuità nel lavoro. Racconta inoltre di aver conosciuto un tipo e che probabilmente riesce a vederlo ancora. Perplesso e curioso gli chiedo; "Scusa se ti disturbo un attimo, ma tu non sei assieme a Massimo da ormai tre anni? ". E lei. "Ci sono ancora assieme, ma sai siamo in rotta e capisci no? ". Ed io, impaziente. " Non ho capito bene, stai con Massimo e te ne porti a letto un altro?, ma sei scema e ti droghi?. Non ti ci vedo proprio, fino a ieri mi parlavi tanto bene del rapporto con il tuo fidanzato, tu che a spada tratta difendevi i rapporti duraturi nati con spirito amorevole e innata intelligenza". "Sai Ocram, in certi momenti ti senti diversa, tutto quello pensavi fosse, dopo un attimo non lo è più, trovi una persona e pensi sia l'unico a capirti, che ti sa dare quello che vuoi veramente, almeno questo lo pensi subito, perché poi va a finire che è solamente una tua proiezione, un tuo ricorrente sogno. Tutto all'inizio sembra combaciare come un mosaico, poi man mano che il tempo passa ti accorgi che la persona che hai davanti torna quello di prima, se stesso, non ha più la vitalità. L'energia che aleggiava attorno ora è svanita nel nulla, tutto quello che avevi visto e che avevi trovato di buono resta solamente un altro sogno, più angoscioso". "Alessandra, non riesco ancora a capire come hai fatto a cornificare Massimo, anche tu, come tutti ". "Una persona ", dico. "Vive una storia d'amore e cosa fa nella maggior parte dei casi, prima o poi la cornifica. Dov'è il rispetto, dov'è il sentimento d'amore che li unisce, dove sono le persone con un senso logico di ciò che fanno?, poi sento dire di quelle stronzate, tipo, che il furbo o la furba sono quelli che li fanno, ma secondo te ", gli dico ad Alessandra. "Ti sembrano più furbi o intelligenti quelli che li mettono?, a me in tutta sincerità, sono proprio loro i perdenti e stupidi. Come si fa ad essere furbi quando con le tue stesse mani ti torci il collo?, se hai una relazione con un/a tipo/a e lo cornifichi, non ti sembra sia una cosa da bambini?. Solamente un'inconsapevole può pensare di essere più tosto, più furbo ". Lei, restata ad ascoltare muta come un pesce esclama; "Ma tu gli hai mai fatti i corni? ". "No mai, perché, non ti sembra vero, oppure pensi che non abbia il coraggio d'ammetterlo? ". Gli rispondo a modo. E lei. "A sentire come parli posso anche credere in fiducia, sai però com'è". " Resta sempre solamente una stronzata ", gli ripeto. "Se uno è libero può fare ciò che vuole, ma se è fidanzato e per fidanzato intendo che la persona che hai davanti a te e quella che più ti piace, non solamente per il suo aspetto fisico e basta, ma nell'insieme, così come l'hai vista/o la prima volta, da come l'hai conosciuta, da come te ne sei innamorato, da come l'ami, con la A maiuscola, allora non capisco perché si debba rovinare tutto con una semplice storia occasionale, se veramente hai rispetto per te e per la tua amata, devi avere il coraggio di fermarti e di dire basta. Lo so che può ed è difficile, ma li sta il punto", ribatto convinto. "Sai quanti ragazzi/e conosco che al ritorno dalle/dai proprie fidanzate/i si uniscono in compagnia e vengono in discoteca o in qualche altro posto a provare di rimorchiare qualche altra/o ragazza/i?, mi domando come fanno ad amare una persona ed andare con un'altra. O si ama totalmente e quindi non hai bisogno di altro, oppure non l'ami semplicemente", replico. Alessandra mi guarda perplessa e un po' sbigottita, neanche si è accorta di aver mangiato tutta la pizza, tanta era l'attenzione. Rimango lì in disparte con i miei pensieri, mi trovo vuoto e ricolmo d'aria fresca, come se avessi tolto un peso, un macigno, ora sto divinamente meglio. Ora tutto è semplice e gradevole, muovo le mani con cura. Ogni movimento è dettato da una grazia sorprendente, perfino quello che mangio è diventato di colpo più saporito, più gustoso, sembra aver cambiato marcia, vado a mille. Alessandra, ricomposta la sua mente, mi chiede se ho voglia di accompagnarla al cinema. Spontaneamente dico di si, così ci dirigiamo alla cassa, pago, ed usciamo. Saliti in macchina, ci mettiamo d'accordo per la scelta del film, tutti e due optiamo per un film d'azione, quei film fatti di sparatorie e sangue. In macchina, le faccio cenno del giorno prima, del vecchio, lei mi ascolta incuriosita e distante, ne parlo vantando di averlo conosciuto su all'eremo. "Sembra uno che ha vissuto, che ha qualcosa da esprimere", gli dico contento e divertito. Lei, visto che non le importa molto, mi domanda se può accendere una sigaretta, la vedo nervosa e tesa, le do il consenso, poi, precipitosa, si gira, mi guarda e mi mette una mano sull'inguine. Gliela tolgo immediatamente. "Sei matta?, cosa fai, ci provi anche con me?", gli urlo nelle orecchie. "Pensavo lo volessi pure tu, mi sembrava aver capito che ci stavi". Ed io. "Ma secondo te, qual è il motivo che ti ha fatto credere tanto?". "Pensavo mi avessi invitata a cena anche per questo, che avessi un debole per me", si scusa lei. Non riesco a credere alle mie orecchie, ma guarda un po' questa che ti va a inscenare, per giunta dopo tutto quello che le avevo detto sulle coppie e sulle relazioni. La guardo ridendo e le rinfaccio; "Dovrei pure far finta di nulla, assecondandoti, e limonarti senza ritegno?". "Scusa", dice lei. "Ritiro tutto quello che ho fatto ". "Scusa un cazzo, non te ne frega un accidente delle relazioni e dei sentimenti, tu guardi con un solo occhio, ci vedi benissimo ma solamente da una parte". Divento rigido, fermo l'auto a destra e scendo a prendere una boccata d'aria. Resto cinque minuti sul bordo di un fiumiciattolo, ascolto l'acqua scorrere e zampillare, tutto è calmo li sotto, nulla è fuori posto, le alghe si piegano a destra e a sinistra senza costrizione, semplicemente si lasciano trasportare dalla corrente. I sassi ben levigati e rotondeggianti sembrano non far caso all'incessante passaggio dell'acqua, sono ritornato calmo e sereno, quel piccolo break mi fa tornare nei binari. Torno alla macchina, ingrano la marcia e porto a casa Alessandra. Nel tragitto, si scusa e fa capire che non voleva rovinarmi la serata. Impassibile, arrivo sotto casa sua, mi espongo dicendole che dopotutto forse ho esagerato, convinto comunque della mia idea, la saluto e riparto. Per strada tutto ritorna alla memoria, i discorsi sulla coppia, sull'amore, tornano risucchiati e nuovamente il mio essere, la mia anima s'imbatte nell'amore. Amore, una parola così piccola ma con un significato così grande, impercettibile, infinito, ti da e ti toglie allo stesso modo. Amare, non vuol forse dire amare incondizionatamente una persona?, non vuol dire semplicemente, apprezzare tutto di una persona, della persona che tu ami?. Se si ama, perché tutte queste storie?. Chiudo la riflessione arrivando nel garage di casa e m'infilo dopo un attimo in casa.

Passo la settimana a farfugliare con dei libri rintanato in casa, sto studiando, o così si può dire. Mi ritrovo la domenica mattina con il cane sul sentiero che porta all'eremo, incontro altra gente con altri cani, il mio si mette in luce per la sua non tolleranza nei confronti dei suoi simili, passo l'ostacolo ed assaporo tutto quello che la natura mi offre senza chiedere nulla in cambio. Da lontano sento uno strano rumore, tendo l'orecchio per sentir meglio, man mano che mi avvicino lo distinguo sempre più fino ad assaporare con meraviglia l'armonia e il battito già conosciuto in precedenza. Mi trovo a pochi passi dal vecchio, sta rullando sul bongo in modo frenetico, allo stesso tempo quello che ne esce è di una melodia primordiale, entra nel mio sangue come un ago gigante invisibile, penetra dappertutto, sono inghiottito da tanto stupore. Mi avvicino curioso e ansimante, non so come fare a fraternizzare, tento qualcosa per incuriosirlo, ma non ci riesco, allora mi siedo a pochi passi da lui e lo scruto. Ad un certo punto, si ferma e mi guarda diritto negli occhi, sono disarmato come non mai, manda una specie di fluido con gli occhi, non lo si vede, lo si percepisce. La sensazione allevia l'angoscia, ora il corpo è più tranquillo, il tempo mi è amico, non riesco a pronunciare però nessuna parola, non un gesto, un cenno, lui, apre finalmente bocca e mi chiede il nome. "Ocram", gli sussurro, poi non dico altro, niente di più. Il vecchio invece si avvicina e mi tranquillizza dicendomi di non preoccuparmi. Sono li da mezz'ora e incomincio a farmi un po' di coraggio, non è che il vecchio non me lo dia, anzi vicino a lui mi sento più forte, privo di paura, è semmai lo stato mentale che è incredulo di tutto ciò, che rinuncia ad uscire da quella strana sensazione. Apro bocca per la prima volta e quello che esce è chiedere chi è a lui. Dice di chiamarsi Josuè. Incuriosito dal nome riesco a formulare una nuova domanda. "Josuè, è da tanto tempo che frequento questo posto, ma non ti ho mai visto prima, da dove sbuchi?". E Josuè. "Sono sempre stato qui, ma tu probabilmente non ci hai mai fatto caso". Resto sbalordito. Spiego che sono anni che vengo all'eremo, che lo ho girato in lungo e in largo, ma mai un solo avvistamento, non una se pur piccola vista, di questo ne sono sicuro e convinto, posso mettere le mani sul fuoco. Il vecchio, prima che finisca di parlare mi ferma a modo e mi dice che non è questione di occhi. Più incuriosito che mai, domando che cosa intende dire per " Non averlo visto". Si mette a ridere e dice che faccio già troppe domande. "Tutto ha il suo tempo, un giorno capirai e allora non ci sarà più nulla da chiedere". Con questo, lui, mi chiude la bocca, si fa per dire, e rimango sulle mie mentre Josuè assume la posizione del loto e resta in silenzio. Il suo silenzio si protrae per molto tempo, tanto che non so se ricominciare a parlare oppure per paura di disturbarlo, di lasciarlo in pace nella sua silenziosità. Fatto sta che lo lascio dispiaciuto con un saluto e me ne torno giù in paese. Al bar del paese trovo il mio amico, Antonio, ed entusiasta gli racconto la novità, ma lui se ne frega, lascio perdere, lo saluto e torno a casa spedito. Do da mangiare al cane, ci gioco per una decina di minuti, ed entro in casa a farmi un bel panino con la cioccolata, visto che era da un pezzo che non lo mangiavo. La sera, esco dopo aver cenato e cerco di convincere Antonio ad ascoltare quello che ho da dire, per un attimo. Fa cenno con la testa di aspettare un momento, si sta facendo una canna, Poco più tardi, mentre fumiamo, Antonio chiede di quale novità sto parlando. Raggiante e malinconico gli riporto quello che ho visto su all'eremo, anzi, forse è più giusto dire quello che è successo. "E' successa una grande cosa", gli dico. "L'aver scambiato solamente due parole, ha fatto scatenare in me un'estasi di pace, tanta era la voglia di conoscerlo", replico. Antonio esclama; "Ascolta Ocram, di tutta la storia cosa pensi di ricavarne?". "Non voglio ricavarci nulla, sono già fin troppo contento di avergli parlato e di averlo rivisto, non avrei mai immaginato potesse capitare proprio a me'", gli rispondo. Allora, Antonio, dato che la storia si fa interessante, entra nei particolari e mi chiede quanti anni ha il tipo, dove abita, se so come si chiama e che cosa ci faceva su all'eremo. Io, incredulo di tale interesse, rispondo; "Antò, so solo che si fa chiamare Josuè, ma non so, né quanti anni abbia, né cosa faccia, so solamente che è un tipo dall'aria strana. La prima volta che lo vedi, può incutere un po' di paura, ma fatta conoscenza, è come averlo tutto attorno, ti penetra perfino all'interno del corpo, lo percepisci dappertutto, nel sangue, nel respiro, addirittura se sei presente spiritualmente, nel tuo battito del cuore, insomma è qualcosa di veramente unico". Antonio, sbigottito mi dice; "Ma va, Ocram, ora stai esagerando, stai montando un po' la storia, per incuriosirmi di più, faresti bene a riguardare la tua posizione, di tutta questa storia". Mi prendo un attimo per riflettere, giusto a riordinare i miei pensieri e lo attacco dicendo ad Antonio che è tutto reale, che non ce nulla di falso e di illusorio, che quello che ha appena sentito è pura e semplice realtà. Poi, Antonio mi chiede che cosa penso di fare la sera, rispondo che non mi va di fare assolutamente nulla. Tenta di convincermi ad uscire con due sue amiche, quasi ci riesce, se non per un impegno che mi torna a mente dover fare il mattino seguente, lui, insistente più che mai, arriva a convincermi nonostante le mie continue negazioni, e salgo in macchina con lui.

Siamo davanti alla casa di una delle due ragazze, con la mano mi fa cenno di attendere, mentre lo vedo dileguarsi, per una stradina molto stretta e ripida. Girando le frequenze della radio, trovo una stazione di musica afro, alzo il volume a manetta e ascolto a tutte orecchie la musica dei vecchi tempi. Girano come in un film, le scene degli anni passati, tutto è confuso, belle cose si mescolano a cattive, come a formare un unico quadro, come, quando ci si mette a ridere e a piangere nello stesso istante. "Hai presente la risata strappa lacrime? ", ecco, in quel modo. Sento aprire la portiera della macchina, mi giro, e vedo una tipa, carina, alta e mora, dagli occhi di colore azzurro che m'invita a scendere e a presentarmi. Dice di chiamarsi Elena, le stringo la mano calda e mi presento. Lei, si mette a ridere, dice che ho un nome buffo, la guardo e rido anch'io. Antonio, avvicinatosi, m'invita tutti e due a dare un taglio al nostro primo approccio. "Dobbiamo andare", esclama. Fatti circa una ventina di chilometri, mette la freccia e si ferma vicino ad una casa in strada, scende e scompare. Guardo Elena dallo specchietto retrovisore, si sta mordendo il labbro inferiore, le chiedo se è preoccupata, ma lei, mi assicura subito dicendomi che non lo è affatto. "Anzi", risponde in modo gentile. Devo ridiscendere dall'auto, per presentarmi all'altra amica di Antonio, anche lei è molto graziosa, noto. Ci presentiamo entrambi con mano forte e decisa e risaliamo in macchina velocemente. "Be' ", sbraita Antonio. "Che si fa ora?, andiamo in disco, o avete qualche altro posto dove andare a sbattere le nostre chiappe?". Lo guardo e penso a quanti altri modi ci sono per dire ciò, mi espongo e dico che si può andare pure in un pub, le ragazze ci danno l'occhei e ripartiamo. Ci sediamo ad un tavolino un po' soffuso all'angolo del pub, c'è poca gente, ma l'atmosfera è giusta. Ordiniamo da bere quattro birre da mezzo. Elena comincia a parlare, da subito capisco di non essere attento, sono immerso in un altro mondo. Non ricordo esattamente di aver bevuto, ma mi ritrovo con il bicchiere in mano vuoto, penso mi abbiano fatto uno scherzo, ne ordiniamo altre quattro. La tipa mora, la Elena, mi da un colpetto sulla spalla e quasi tossisco tanto è forte, però mi serve ad uscire dal sogno. Comincio a dialogare con la Elena del più e del meno, poi, per coincidenza, arriviamo a parlare tutti e quattro della stessa identica cosa, ci scambiamo le nostre opinioni a proposito. La Elena, mi accorgo, sembra essere la più intelligente, tutte e due sono studenti universitarie mi dicono, una, la Elena, studia biologia, l'altra, dice di studiare medicina. Bevute le altre quattro birre, l'alcol comincia a sortire i primi effetti, cominciamo a sparare cazzate a tutta volontà, Antonio crede d'essere un Latin Lover, gli dico ridendo che più che un Latin Lover, sembra uno fattone, un rottame. Le ragazze si mettono a ridere, e una di loro, la Elena, mi fa l'occhiolino. Subito non ci faccio caso, ma l'insistere della Elena conferma la sua disponibilità, così sgattaioliamo in macchina tutti e quattro. Io, dietro con la Elena, comincio a baciarla sul collo, lei mi sbottona la camicia e me la toglie. Davanti, qualche volta, quando punto l'occhio, vedo Antonio arruffarsi con la Chiara, tanto è scattoso e spavaldo, ogni tanto si odono dei mugolii. La Elena si toglie la maglietta ed il reggiseno e scopro con stupore che ha due enormi tette, mi si parano davanti al naso con fierezza. Comincio a baciarle con ardore, mi viene pure il singhiozzo e devo fermarmi per non soffocare. Passato l'attimo, mi slaccio i pantaloni, lei, mi prende tra le mani il Gigio e ci gioca. Mi sussurra ad un orecchio che ha voglia di fare l'amore ed acconsento immediatamente tanto sono eccitato, non posso più farne a meno, mi rendo conto, il cervello, oramai in panne, non ragiona più o così sembra sia. All'improvviso, lei dice che ha il ragazzo, e che le piace da morire farlo con uno sconosciuto. Mi ritraggo subito, tutte le sensazioni che stavo provando svaniscono immediatamente nel nulla, come risucchiate da un buco nero, pensavo di essere in balia del mio già eccitato sesso, ma ecco che lontanamente, nel mio intimo, nella più profonda e remota anima, tutto è ancora veglio e vigile. La Elena mi guarda sbigottita, apre bocca ma la fermo subito e mi rivesto. Davanti sento ancora delle risatine, ma non ci faccio caso, apro la portiera della macchina ed esco a prendere una boccata d'aria. Di lì a poco, esce anche la Elena a chiedere spiegazioni, non la bado, è troppo forte il disgusto, mi si contorce anche l'intestino, quello che la Elena stava per fare era assolutamente al di fuori del mio più remoto pensiero. Esce anche Antonio, pure lui a chiedere spiegazioni, gli dico di lasciare perdere. "Forse un giorno te lo spiegherò", replico. Ora non so più cosa fare, non capisco se ho voglia di andarmene a piedi, oppure di farmi accompagnare a casa, per fortuna ad Antonio viene voglia di andare così colgo l'occasione e salgo davanti con lui. Nella corsa verso casa, nessun dialogo, non una sola parola, io, sulle mie, non considero più gli altri, non per mancanza di rispetto, perché sono troppo preso dai pensieri che affollano in testa. Arrivato a casa di Antonio, dopo aver accompagnato a casa le due ragazze, Antò, chiede spiegazioni insistentemente. Riferisco, già più tranquillo, che con una ragazza fidanzata non mi va di farlo, per principio, e che non l'avrei mai fatto e che se a lui andava bene così, da parte mia no. "A questo gioco non ci sto", gli dico. Antonio mi dice che sono uno stupido, che, vista l'occasione, dovevo farmela e che per i ripensamenti avevo tutto il tempo. Gli ringhio; "Ascoltami bene, per me tu puoi farti tutte le ragazze che ti pare, ma sai una cosa?, tutte le tue scopate non ne valgono una sola, ho reso l'idea? ". E lui. "Ma sei proprio scemo allora, cosa ti costava farti una bella chiavata in santa pace e per giunta poi non avevi neanche la briga di raccontarle chissà quale storia dato che era già fidanzata?, non ti pare? ". Ancora più nervoso, gli rispondo; "Antonio, vai a cagare sopra ad un prato di ortiche, forse ti faranno sentire un po' di prurito, visto che con la testa di sentire non ne provi proprio". Si mette a ridere come un allocco, dice che sono tutto matto, nel frattempo, parlando, tira fuori dalla tasca del giubbotto una canna e l'accende, se la fuma di gusto, poi me la passa, la prendo e la butto dentro alla feritoia di un tombino. M'inveisce contro che sono un deficiente, gli dico che semmai il deficiente sarà lui, che con quella merda in testa, oramai non funzionava più niente. "Questa roba ti ha bruciato il cervello, non te ne rendi conto? , fai cose che non hanno senso, ti stai tagliando le vene un po' alla volta e ci stai anche li a guardare ". Detto questo, me ne vado sconsolato, non mi è neanche piaciuto fargli la romanzina, però, penso, se lo merita, visto anche il modo stupido che ha di fare con le ragazze.

Passo le mie giornate a leggere e a studiare. Studio veterinaria, mi piace perché adoro gli animali, con una particolare attenzione al settore canino, anche se comunque non disdegno neppure gli altri. Le settimane passano veloci, mi rendo conto, tra un esame e l'altro trovo sempre il tempo di fare una passeggiata su all'eremo, ma di Josuè nessuna traccia, ormai sono un paio di anni che ci vado e non lo trovo più. Ho provato ad andare anche a orari differenti per cambiare, ma senza essere fortunato. Mi rattrista il fatto di non avergli chiesto qualcosa di più, la speranza è comunque presente, so che prima o poi lo rivedrò, allora esaudirò tutti i miei dubbi.

Nel frattempo, mi sono trovato più volte con Antonio, abbiamo risolto alcune questioni rimaste sospese, ci siamo fatti anche delle ferie assieme. Siamo andati, spinti da avventura, in posti tropicali e ce la siamo spassata alla grande, abbiamo trascorso una settimana in barca a vela intorno ad alcuni favolosi e invitanti atolli, ci siamo abbuffati di ogni tipo di pesce, siamo stati presenti al migrare delle balene, abbiamo visto alcuni squali girare attorno alla nostra barca, quasi a farci capire che il mare era la loro casa. Siamo stati una decina di giorni in un appartamento vicino al mare, custodito da un giovane italiano maestro di surf e di sub. Il giovane, ma già robusto ragazzo, lo abbiamo conosciuto in corriera, mentre eravamo diretti a nord dell'isola di cuba. Il ragazzo, seduto davanti a noi, sembra essere un tedesco, tanto i capelli sono biondi, invece d'un tratto ci chiede in italiano se per favore può abbassare lo schienale. Sbalorditi, facciamo segno di si con la testa. "E' il primo italiano che troviamo", dice Antonio esclamando. "Da quando siamo partiti". "Per forza", ribatto. "Non ci siamo mai avvicinati a zone popolate", rispondo sorridente ed euforico. Il ragazzo come si accorge della nostra italiana nazionalità ci chiede per primo un favore, anzi per lui, più che un favore sembra essere di più e con fare deciso ma a modo, ci chiede la gazzetta dello sport. "E' una vita che non la sfoglio ", mi dice contento. "Vi faccio da cicerone se me la fate vedere un attimo", ci dice. "Eccola, prendi pure", gli dico con il sorriso stampato sulle labbra, e ci mettiamo a ridere tutti e tre senza motivo. Dato che il tipo è anche simpatico, gli faccio vedere che con noi abbiamo tre bottiglie di vino bianco, lui, con un euforia straripante ci invita a cena senza pensarci due volte. Accettiamo volentieri e gli diamo due bottiglie in fiducia. La sera, ci prepara una spaghettata di frutti di mare e tre aragoste a testa, comperate da un pescatore appena arrivato dalla spiaggia ci dice, restiamo allibiti della sua gentilezza. Ha già trovato pure un appartamento tutto arredato a nuovo, di li a poco nasce un sodalizio che si protrae per tutte le restanti ferie. Una sera, mentre Antonio sta parlando con un altro italiano conosciuto pochi giorni dopo, il ragazzo mi fa un discorso e rimango di sasso. Comincia ad assicurarmi che sono pochi i tipi come noi, che siamo rari, e data la nostra rarità siamo anche i più sfigati, nel senso che siamo soli contro di tutti. "Perché abbiamo una visione totale e reale della vita", dice sicuro delle affermazioni fatte. "Non ce' di che preoccuparsi, siamo abituati a tutto e a tutti", continua. "Non saremo certo noi quelli che si tirano indietro, anzi, siamo tipi con un'alta spiccata voglia di crescere, di cercare. La verità è la nostra meta e ricerca, intessiamo la ricerca dell'assoluto e dell'equilibrio con lo scopo di arrivare al vero", replica di slancio tutto d'un fiato.

Resto ad ascoltare per più di un'ora quello che ha da dire il ragazzo, che si chiama Elio, e quando apro bocca mi scivola fuori del profondo un sonoro sì. "Sì", è tutto quello che mi viene da dire in quel preciso istante, ha un significato così grande da non essere equiparato a nient'altro. Sì, è l'insieme di tutto quello che ho da dire, che posso elencare, tanto è esatto quello che ho appena udito. Elio, mi viene da pensare, ha elencato tutte le cose che anch'io desidero e che amo. "Solo noi", dice. "Guardiamo il tramonto fino al crescere della luna, solo chi ha una certa sensibilità osserva con gli occhi di un bambino ciò che per gli altri è normale, ci sono poche persone che si meravigliano ancora di quello che la vita, la natura, ci offre, E noi ne facciamo parte", replica di slancio.

Elio da allora non l'ho più rivisto, è sempre comunque presente dentro di me. I tipi come lui non si dimenticano di certo, è un lusso aver a che fare con tali persone. E' quando trovi persone come queste che ti si riempie il cuore di gioia, sono come la casa dei desideri, dei nostri desideri, il fortino che ti dona la sua sicurezza.

In quel periodo Ocram vive momenti di malinconia miscelata a nostalgia. La nostalgia, lo assale soprattutto in presenza di vecchi ricordi amorosi, ricorda perfettamente le giornate trascorse con la fidanzata che più ha amato, almeno fino a quel momento. Si ricorda benissimo delle serate passate assieme in macchina, anche solamente a parlare, l'importante era stargli vicino, annusare la pelle profumata, guardarla negli occhi e sentire il suo respiro ansimante nella bocca, quella bocca che affamata di baci e d'amore, si donava con ardore alle provocanti avance. Ricorda specialmente dei momenti estatici passati in ferie, dove tutto sembrava non avere fine, dove il tempo non passava mai tanto era l'amore che scaturivano i loro corpi, dove il tempo non trovava spazio, tutto era una bolla d'amore, un contenitore riempito di promesse, desideri, e sogni. La nostalgia però sa bene Ocram è una brutta gatta da pelare, lascia strascichi insormontabili e invalicabili, ti rende schiavo del tempo, non ti lascia pace, tutto quello che è già passato per Ocram può non aver più alcun significato, ma come si può non ricordare i momenti passati con la propria fidanzata?, come si può far finta di niente?. Ocram passa le giornate, il periodo, in modo intenso, si tuffa a capofitto in qualsiasi cosa gli passi per la testa.

Un'estate, decide di andare in un maneggio a provare ad andare a cavallo e ci riesce, ma non è nel tentativo che sta l'unicità, ma nel modo in cui effettua il tirocinio.

Sono davanti ad una bella ragazza dai capelli lunghi e biondi, ci diamo una stretta di mano e ci presentiamo. La tipa, alta non più di un nano, mi chiede quando penso di incominciare. Le affermo che avrei voglia di farlo al più presto, anche subito. Mi guarda sorridente e assicura che non è possibile. Un po' sgomento chiedo il motivo, lei, mi risponde subito dopo affermandomi che non è possibile perché già tutto prenotato, la guardo e non so che fare, per giunta non ho neanche voglia di cedere così facilmente le armi. Chiedo insistentemente ma gentilmente se può farmi un favore, ma la richiesta trova fine con la parola, con la testa fa segno di no. Aspetto un attimo e nel frattempo faccio un giretto per il maneggio. Osservo con cura i cavalli dentro ai rispettivi box, ne vedo di tutti i tipi e razze m'impressiona la loro mole dal fatto di non averli mai visti da tanto vicino. Mentre guardo uno stallone più alto di me, arriva da dietro l'istruttrice e mi fa motto di andare nel suo piccolo e confortevole ufficio. Ci scambiamo un'occhiata amichevole e prende lo spunto per chiedermi cosa possa fare per me. "M'interessa imparare velocemente ad andare a cavallo", gli dico subito, con delicatezza e un minimo d'intraprendenza. "La sua collega prima assicurava che oggi non è possibile", continuo. E lei. "Non è assolutamente vero", risponde cortese e sorridente. "Mi è appena giunta una telefonata di un tipo che per ragioni personali, oggi non può proprio venire", ribatte lei. "Quindi se vuoi puoi cominciare tra pochi minuti". Salto dalla gioia, le sorrido e ci scambiamo un paio di battute ironiche.

Sono vicino al cavallo di nome Alvin, Carla, l'istruttrice, mi fa vedere come si sella un cavallo e mi ritrovo a guardare fermo come un palo. Dopo avermi fatto vedere le nozioni più importanti, l'istruttrice, mi accompagna nel recinto, mi fa salire in sella e posta le staffe. Datomi le istruzioni per tenere un minimo le redini, parto al passo e comincio il giro del campo. Dopo un paio di giri al passo tutto entusiasta, succede il caos. Dall'altra parte del recinto, vicino ad un campo coltivato a mais, tutto ad un tratto, sento uno sparo. Ad un cacciatore gli parte accidentalmente un colpo di fucile. Nello stesso preciso istante, mi ritrovo al galoppo sfrenato, senza rendermene conto. L'istruttrice, che è piazzata in mezzo al campo, si mette ad urlare per la paura, io, vado a mille, come sopra ad una Ferrari, per giunta senza volante e freni, non riesco più a fermarlo tanta è la paura che il cavallo ha preso. Ad un certo punto, dopo svariati giri, il cavallo, da solo, mi grazia e si ferma a bere. Scendo e la prima cosa che mi viene da fare è il segno della croce. Carla, l'istruttrice, mi guarda e dice; "Volevi imparare subito no, eccoti servito".

Un giorno, dopo una ventina di lezioni, mi fa provare un cavallo di nome Sulfur. E' fermo dentro al box da otto mesi, per giunta il cavallo ha solamente un occhio, nonostante tutto, accetto e salgo. Subito il cavallo non conoscendomi, si trattiene dal fare cose strane, ma poi, quando si rende conto che a cavalcarlo ce uno che non sa andare, si dà alla pazza gioia. Sono suo ospite per circa venticinque interminabili minuti, va a destra e a sinistra a piacimento, si ferma e parte al galoppo sfrenato, va diritto verso lo steccato e gira di scatto, arriva in un punto e si ferma di colpo. Carla, continua ad urlarmi di fermarlo, ma mi diverte troppo, anche se da qualche parte, inconsciamente, mi balena un po' di paura.

Torno a casa, dopo aver passato il pomeriggio in biblioteca, ciò che trovo ad accogliermi mi lascia senza parole. Mio padre è steso sul divano privo di vita. C'è un po' di confusione, nessuno però mi rivolge la parola, cerco di ordinare i movimenti, tutto è stupido, banale, i pochi parenti che vedo, non mi degnano di uno sguardo, poi trovo mio fratello che con le lacrime agli occhi mi sussurra ad un orecchio che non c'era stato nulla da fare, che quando era arrivato a casa il padre era già a terra privo di vita. In quel preciso istante ho uno strano modo di apprendere la realtà, vedo tutti i parenti preoccupati di fare e non fare, io, me ne sto in disparte, come un testimone sconosciuto che si è trovato lì per caso, come se quella fosse stata una scena di un film già visto molte volte, ed io fossi stato l'unico spettatore, uno spettatore speciale. La prima cosa che mi balena in testa, e che non riesco a scrollarmi di dosso, è il fatto di non essere riuscito in tutta la mia vita ad avere un rapporto più sincero e amorevole con mio padre. Quello che mi da più fastidio è che ho avuto tutto il tempo necessario per ottenere tanto, e non ci sono riuscito. Ho fatto fiasco, quante volte avrei potuto farlo e per orgoglio non lo avevo mai fatto?. Certo mi dicevo, questo è un sogno che prima o poi penso di realizzare, ed ora che ho la certezza del mio fallimento mi sento perso, privo di linfa, perché in questo momento tutto posso pensare tranne che ad una cosa; mio padre non saprà mai quanto mi sarebbe piaciuto abbracciarlo, stringerlo tra le mie braccia, tutto quello che volevo e che ho tentato di fargli capire era stata solo una scusa o un modo per tenerlo più vicino, per avvicinarlo sempre più, che quel che m'interessava alla fine era solamente di riuscire ad amarlo in tutto, per tutto e con tutto. E' il solo pensiero che assilla la testa, il mio strano essere, tutti i giorni, tutte le notti, l'unica cosa che riesco a pensare, tranne a questo, e che non sarei andato avanti tanto in questo stato, sono troppo esausto da quel pensare, da tutte le immagini che penetrano la mente. Il film che ne vedo oramai l'ho visto centinaia di volte, spero mi si rompa la cinepresa, il mio stesso cervello, spero che in fondo anche il mio pensare abbia una fine, almeno questo ritengo sia l'unico sistema per porre fine a quest'assurdità. Il giorno del funerale mi presento vestito di nero, ma non il solito vestito da cerimonia funebre, anzi, è più un vestito da ballerino di tango, camicia a punte larghe e pantaloni con pens stretti al ginocchio, come quelli da cavallerizzo. Della cerimonia non m'interessa molto, quello che m'interessa di più è il sentire all'interno una calma serenità, come il mare dopo una tempesta, come fossi entrato all'improvviso in una foresta piena di cinguettii e ululati ed all'improvviso tutto si fosse zittito. Noto che la sensazione che ora provo mi rende tranquillo, non l'avevo mai provata. So bene cosa la gente pensi di me, ma non m'importa un gran che. Tutti ora mi guardano con compassione, in quel modo che ti fa sentire tutti gli occhi addosso come a darti un po' di coraggio, di rifocillarti della loro comprensione e della loro disponibilità. Io, invece, non dispenso nessun saluto, non un solo cenno, non una sola parola, neanche con il fratello, niente è più prezioso del silenzio che m'avvolge, solo la silenziosità mi dona serenità e amore. Ho capito che la vita è solamente un sogno, nulla di tutto quello che sento e percepisco l'ho avvicinato in tutta la mia vita, la morte ha bussato ed io gli ho aperto, senza paura. Tutto quello che è successo nella vita non è niente davanti alla morte, mi viene da pensare, solo lei in questo momento appare avere un senso, certo, lei che è arrivata senza preavviso, senza un segnale, che davanti a tutto è la vincitrice, niente è più grande. Solo lei in questo momento può godere delle facce ammutolite della gente, priva di gioia. Solo lei è l'ospite di questo banchetto. Da quel giorno mi sento rinato, più forte, la vita ha voluto donarmi anche quest'esperienza, nonostante mi sia mancata la persona più vicina, sono più vitale, la morte ha confermato quello che già so. La vita, è come un sogno, penso, bisogna viverla intensamente, bisogna tuffarcisi dentro senza paura, perché solo la paura, la paura di morire non ti fa vivere completamente.

Una mattina, sento squillare il telefono, m'alzo dal letto e vado a rispondere barcollando in qua e in là, dovuto al mio stato di coma. Al telefono, con sorpresa, sento la voce d'Antonio squillare come quella di un bimbo quando ha fame, lui, ridendo come un matto, mi chiede se durante la mattinata vado a farmi il solito giretto su all'eremo, di rimando gli dico che non lo so ancora. "Se ne ho voglia", gli ribatto subito dopo. Non sono ancora pronto per ragionarci su, comunque lo informo che se cambio idea, passando per casa sua lo chiamo, lui, ridendo, mi dice che è contento, e che ha proprio voglia d'andare e di parlarmi. Lo assicuro e gli prometto che si può già definire la partenza. Messo giù il telefono, penso per un po' al modo in cui Antonio ha parlato, ma il pensiero resta nell'aria perché il corpo si è già mosso verso la cucina. Fatta la colazione, esco. Il mio cane come mi vede, capisce subito che si va a fare un giretto, lo faccio giocare un attimo e parto. Arrivo a casa d'Antonio, suono il campanello invano, mi sbuca da dietro facendomi saltare dalla paura, mentre il mio cane già tenta d'aggredirlo per difendermi. Antonio, ripresosi dallo spavento, mi dice; "Ocram, non mi hai mai detto che il tuo cane è anche aggressivo". Ed io. "Secondo te, un cane che vede aggredire il suo padrone cosa deve fare se non difenderlo?". E lui. "Hai ragione, ma pensavo mi conoscesse, è da un bel po' di tempo che mi vede con te". "Guarda che i cani non sono come noi", gli ribatto senza batter ciglio. "Loro sono tuoi amici, ma se ti comporti in modo sbagliato sono anche i tuoi peggiori nemici". A quel punto, dopo aver chiarito il fatto, c'incamminiamo verso il sentiero. Il giorno mi sembra già un po' speciale, vista anche la presenza di un ospite. Mentre c'incamminiamo sul sentiero, chiedo ad Antonio come mai è contento e qual è il motivo di tutta quella pazza voglia di vedermi, lui, borbottando fra se, fa capire che ha una sorpresa ma che la dice su all'eremo. Mentre saliamo all'eremo, noto in Antonio qualcosa di strano, di familiare, sembra abbia ricevuto una benedizione di fiducia. Ora ho la sensazione che anche lui si accorga di quanto bella sia la natura, non l'ho mai visto guardare con occhi pieni di gioia il paesaggio, un semplice fiore. In un'occasione lo vedo fermarsi a guardare un tronco d'albero rinsecchito e parlargli con amore, sembra tutto così strano e allo stesso tempo incantevole. Mi rende felice. Arriviamo all'eremo e ci sediamo sopra ad un sasso dal quale sono stati ricavati un paio di posti a sedere, sistemiamo i nostri zaini a terra e ci rilassiamo un attimo. Sento un rumore provenire dalla grotta in cui ho conosciuto Josuè, corro a vedere se c'è, ma ritorno sconsolato al mio posto. Probabilmente è stato un sasso, che rotolando addosso alla roccia mi ha dato la sensazione d'udire il suono che provoca il bongo del vecchio. Antonio, visto che sono sparito via di corsa, al ritorno mi chiede dove sono andato. Rispondo che mi sembrava avere udito qualcosa di familiare, chiede se penso ancora di trovare il tipo, il Josuè tanto famoso di cui parlo spesso, gli replico che è esatto. A quel punto, prendo lo spunto per chiedere ad Antonio il motivo di tanta voglia di parlarmi. Mi fa; " Ocram, mi sono innamorato di una ragazza e siccome sei il mio miglior amico, te ne voglio parlare, anche perché vorrei sapere il tuo parere". Resto stupefatto, penso per un attimo a com'era Antonio prima di conoscere la tipa, penso a come sia cambiato in questo periodo, almeno in questo momento, dato che è da tanto tempo che non lo vedo. Mi passa per la mente tutto quello che Antonio è, o è stato, uno come lui, sempre pronto a fumare canne, sempre pronto a sballare e a mettersi nei guai. Antonio, il classico tipo che della vita non gl'importa assolutamente niente, o poco, tanto è andare in un posto o nell'altro, lui, che con le ragazze si è sempre comportato male, che le ragazze gli servono soltanto per svuotare il seme in eccesso, che le usa senza ritegno come fossero altro che contenitori vuoti da riempire e da buttare, come il sacco delle immondizie quando è pieno e lo devi buttare nel cassonetto. Un giorno addirittura mi assicura che ad una tipa gli ha perfino vomitato addosso dopo averla portata in macchina a fare sesso, ed io, mi ricordo, stavo ad ascoltare, mi faceva schifo, mi sentivo male per lei. Ho cercato di farlo anche ragionare, una volta addirittura a casa sua l'ho pure sentito dire alla madre che poteva andare a fare la puttana e non la santarellina in chiesa, ed ora mi vene a dire che si è innamorato di una ragazza, mi chiedo nell'intimo se veramente l'amore può trasformare una persona così, dato che ci credo in modo religioso. Ora che il mio amico mi parla in questo modo, sembra che bestemmi cose che a lui non passano nemmeno per l'anticamera del cervello, del cuore. Mi sveglio dal burrascoso vortice di pensieri, guardo Antonio e sorridendogli faccio segno di continuare a parlare della tipa. Comincia a dirmi che è da un paio di mesi che la frequenta, che è innamoratissimo, e che non si è mai sentito così bene. Nell'ascoltare le sue parole, osservo la sua bocca, il modo con cui gesticola con le mani, guardo nei suoi occhi se ce veramente quello che sta dicendo, voglio scoprire se i suoi sentimenti hanno a che fare con le parole. Intanto continua a parlarmi in modo strano, sento uscire dalla sua bocca parole piene di significato, piene di vitalità quasi incompressibili alle mie orecchie. Dopo avere parlato della fidanzata, e dei suoi desideri, mi chiede cosa ne penso, ed io con fare tranquillo. "Sono contento che tu abbia conosciuto la persona giusta, spero, anzi sono certo che questa ragazza ti farà scoprire cose nuove, sensazioni forti. Ti auguro di essere sempre così vitale e gioioso, di godere fino in fondo l'amore che scaturisce il vostro stare insieme, che tutto proceda secondo le tue aspettative e quelle della tua ragazza". Antonio, dopo avere ascoltato con entusiasmo le mie parole, mi dice; " Ocram, ma tu non sei mai stato innamorato veramente di una ragazza?". "Certo che lo sono stato", gli replico compiaciuto. Comincio a raccontare tutto quello che mi passa per la testa, ripercorro i sentimenti ancora vividi che mi ribollano nell'intimo fino a raccontare anche le cose più segrete, allora, incuriosito da tanto ardore, Antonio mi chiede; " Ma perché l'hai lasciata se eri così tanto innamorato?. Io esclamo con trasporto. "Il perché non te lo posso dire, però ti posso affermare che l'essere innamorati è una cosa sconvolgente, ti fa pensare e fare cose che non hai mai pensato prima". Mi guarda con occhi innocenti, come a chiedere di spiegare meglio il concetto. Lo capisco perché la strada lo già percorsa, ma faccio finta di non accorgermene, taglio così la conversazione e dico ad Antonio di andare. Nel tornare giù, noto che Antonio non è del tutto soddisfatto della mia considerazione, ne sono anche un po' contento, penso a quante storie deve ancora passare per riuscire a capire quello che gli ho appena detto, ammesso ci arrivi. Arriviamo giù in paese e troviamo ad aspettarci la mia amica Alessandra. Mi strizza l'occhio sorridente e mi torna alla mente quello che è successo l'ultima volta che ci siamo visti. Dentro di me nasce una sottile risata, ci chiede dove siamo diretti, gli rispondo subito che stiamo andando a casa. Colgo l'occasione e le presento Antonio, lui si espone e ci chiede se abbiamo voglia di andare a casa sua, così, a bere una birra. Faccio segno di sì, Alessandra ci da l'okay. "Porto a casa il cane", dico proseguendo. Nel frattempo vedo loro due allontanarsi in direzione opposta. Arrivo a casa d'Antonio, suono il campanello, mi apre la porta Alessandra. Ne esce un alone di fumo già conosciuto. Entro e trovo Antonio che si sta fumando l'erba con un arnese mai visto prima. Capisco subito che l'atmosfera è da scoppiati di testa. Antonio continua a fissarmi con gli occhi da pesce lesso, sorride quasi convulsamente, resto ad osservarli per pochi secondi e dico ad Antonio; " Senti Antonio, non puoi smettere di fare tutto quest'odore? ". "Quale odore, questo è profumo", mi risponde con occhi lucidi. "Antò, per favore, mi hai invitato a bere qualcosa ed ora che sono qui non voglio restare a guardare due che si tirano", gli ribatto un po' seccato. Alessandra, per rompere il discorso, chiede come va. Rispondo che va bene, ma che sono in un periodo di transizione, mi sembra di essere in attesa di qualcosa ma non so cosa, dichiaro allora in tono fermo ed eloquente. Poi, le chiedo come va la storia con il suo fidanzato. Ribatte che l'ha mollato, così senza tante storie. Non un gesto di stizza o malinconia, io, mi sento estraneo a tutta questa storia, non so se ridere per la faccia tosta d'Alessandra, o se prenderla a schiaffi per tutte le cazzate che stava combinando. Antonio nel frattempo, versa da bere su tre bicchieri ricavati da dei vasetti di nutella, faccio segno ad Antonio se è possibile andare in bagno, mi indica che si trova in fondo al corridoio. Nel percorrere lo stesso, vedo che alle pareti ha alcune foto che lo ritraggono da bambino. Su una, è in seggiolone con la faccia paffutella e innocente, diverte vederlo in quel modo, visto com'è ora. Vado in bagno e un attimo dopo sono già di ritorno. Apro la porta del salotto e trovo i due che si stanno baciando appassionatamente, mentre dallo stereo, acceso da poco, esce la canzone dei Doors, The end. Resto scioccato e distaccato, ricordo ancora vivamente quello che mi ha detto su all'eremo Antonio, mi sembra di essere uno stupido spettatore, non so se scappare oppure fare finta di niente, tutto quello che riesco a fare è di restare immobile. Ho la testa che comincia a girarmi, non so se per il fumo inalato o per la situazione. Mi siedo a fianco di loro due, che non si sono accorti nemmeno del mio ritorno. Li osservo con spirito staccato, sembra una cosa illogica e allo stesso tempo logica, tutto si mescola ad una vorticosa sensazione d'asfissia. Sento mancare il respiro, mi alzo di scatto e vado di nuovo in bagno. Resto per un po' davanti allo specchio. Mi domando se sono io quello sbagliato o se tutto è sbagliato. Nasce dall'anima un istinto d'amore, si trasforma in beatitudine, sembra quasi che il mio stesso essere dia dei segnali precisi al riguardo. Data l'esperienza che mi trovo a vivere in quel frangente, il mio corpo sembra lanciarmi in un mondo completamente diverso, più familiare, quasi in un'estasi fanciullesca.

Sono a casa ad accarezzare il cane, ma non ricordo come ho fatto ad uscire dalla casa d'Antonio, non ricordo nemmeno se ho salutato oppure se sono uscito senza degnarli di uno sguardo, comunque stare li vicino al mio cane scodinzolante mi procura felicità, mi dà gioia, anche se nell'angolo più remoto di me, sento un po' di tristezza.

Alla sera mi telefona Antonio, lo sto solo ad ascoltare. Fa dei discorsi vaghi e privi di significato. Si sente che ha un po' di timore nei miei confronti, ma noto, che nonostante tutto, non sembra tanto dispiaciuto. Quando apro bocca la prima volta, mi viene da vomitargli addosso tutto quello che mi passa per la testa, però mi trattengo e gli dico solamente che non mi è ancora andato giù quello che lui ha fatto con Alessandra, dopo tutto quello che mi ha raccontato su all'eremo. Per non peggiorare le cose, lo assecondo e annuisco, se pur con fatica, a tutto quello che spara dalla bocca. Si capisce che ha voglia di chiedere scusa, ma l'orgoglio è troppo forte. Messo giù il telefono, mi rifugio in camera ad ascoltare un po' di musica. Mi tornano alla mente gli anni passati, ricordo particolarmente bene gli anni dell'infanzia. Ricordo con nostalgia che passavo delle giornate semplici ma concitate. Andavo a scuola con la cartella a valigia, con due o tre libri. La merendina, la prendevo al negozio in centro paese. L'unico. Quello era uno dei momenti più belli perché, varcata la soglia di quella porta, tutto diventava così diverso, così speciale, era un universo a parte, tutte quelle caramelle, tutte quelle stecche di cioccolata, la zona giocattoli che ci rapiva gli occhi, e poi, si doveva scegliere come ogni mattina, la merendina giusta, c'era chi prendeva un panino e chi solamente una brioche. Nel negozio, avveniva il primo contatto con gli altri, con gli amici e conoscenti. Mi ricordo che noi non guardavamo mai com'eravamo vestiti, però, quello che saltava subito agli occhi erano i capelli. Si perché quelli erano ogni volta un motivo valido per gli sfottò. Si faceva il coro degli indiani, oppure si faceva il tipico gesto con la mano alla bocca. Quando noi tutti eravamo pronti a partire, uscivamo dal negoziante con un po' di nostalgia per quei cinque minuti passati in quell'ambiente così profumato di spezie e di bellezze. Poi, al proseguire verso la scuola, ci si raccontava le cose che erano successe il giorno prima, si perché non tutti si potevano vedere dopo la scuola. Quello che veniva detto tra di noi in quel piccolo tratto di strada e di tempo, era di un'assurdità e semplicità unica. Si rideva per cinque minuti solo perché ad uno di noi gli si era slacciata una scarpa e di lì era quasi inciampato. Eravamo leggeri da qualsiasi pensiero. Mi ricordo che a quell'età, tutto era spensierato, si poteva giocare a nascondino per un intero pomeriggio, o a calcio senza nemmeno rendercene conto. Nulla era pesante, tetro, tutto era cristallino, alla luce del sole. L'unica cosa che ci poteva impensierire era quella di fare i compiti. Quelli di solito si facevano o subito dopo mangiato o alla sera al rientro, tutto dipendeva dalla precedenza che si dava alle cose. Ad esempio, io, mangiavo poco per fare subito i compiti, infatti, mi chiamavano stecchino, data la mia corporatura esile, quindi dopo i compiti ero libero di fare tutto il pomeriggio. Finito di mangiare quel poco che mi serviva per tenermi alla lontana dall'anoressia, partivo per le mie gite quotidiane nel bosco. Il gioco mio preferito era andare nel bosco vicino a costruirmi il capanno sopra agli alberi, come il leggendario Robinson Crusuè. Il bosco, per me, era, ed è, il posto più bello che potessi conoscere, mi piaceva da pazzi poter essere nella natura, dentro nell'intimo suo, mi sembrava di essere un amico, un tutt'uno con essa. Ricordo perfettamente che quell'ambiente mi metteva paura e allo stesso modo mi faceva sentire parte di sé, come penso si senta un qualunque animale nel suo habitat. E' nel suo profondo silenzio, che sentivo la voce dell'insieme, quel nulla, mi sembrava di capirlo così bene che non avevo bisogno alcuno di traduzione. "Avete mai sentito, voi, la voce che viene dal nulla?. Ecco, quella voce è la vostra, la mia, quella che si può udire soltanto con il silenzio, con l'assoluto silenzio. E' quella voce che arriva da dentro, dal mio, dal vostro, dal nostro cuore. Quando si ode, non ha nessun ostacolo, può, e anzi, non è una voce forte, non è aggressiva, non è arrogante, ma è una voce leggera, semplice, può essere udita da qualsiasi posto, si può girare su se stessi, si può tapparsi anche le orecchie ma lei sarà ed " E' "sempre li che ti chiama, che ti aspetta. E' una voce così limpida e invitante che non possiede bisogno d'auto parlanti per trovare la sua via, la strada. "Ecco quella voce è sempre stata il mio punto di riferimento, anche se devo assicurare che non l'ho sempre ascoltata. Penso e spero che quella voce la sentano tutti prima o poi ".

Fin da ragazzino sento di non essere come gli altri, perlomeno ho qualcosa dentro che mi fa credere di essere un po' diverso. Già dall'infanzia mi rendo conto che non mi comporto come gli altri, come i miei coetanei. Ad esempio, tengo molto all'amicizia, quella con l'A maiuscola, ma non ho mai conseguito a tale. Quella che per me si chiamava e si chiama amicizia, si potrebbe chiamare amore, perché l'amicizia è tutto, è integrità, spontaneità, altruismo, bontà, generosità, tutto quello che può far piacere a chi ne riceve. Da ragazzino ero un selvaggio privo di disciplina. Secondo la gente, non mi fermavo ad un semplice rimprovero, conseguivo la mia meta a qualsiasi costo. Andare a giocare era ed è di vitale importanza, non m'importava a che costo, l'importante era ed è essere libero, l'importante era sentirsi vivi, selvaggi, privi d'alcun condizionamento. La paura non la conoscevo, facevo tutto ciò con grande coraggio, forse con un po' di leggerezza, ma tutto quello che passava per la testa lo facevo. L'esperienza me la dava il mio modo di fare, non sperimentando le cose per sentito dire, con tutto il mio essere, a costo di sgradevoli inconvenienti. Ho capito fin da ragazzino che bisognava viverla la vita, pericolosamente, solo così riuscivo ad ottenere una vita piena di emozioni, piena del tutto, nell'insieme. Quello che però è sempre stato di estrema importanza, era di fare le cose consapevolmente, coraggiosamente e detestavo la falsità. Quando tornavo a casa dopo ore di vagabondaggio, se mio padre mi chiedeva dove fossi stato tutto il tempo, glielo dicevo senza nessun problema, anche a costo di qualche sgridata da megafono. Per me la verità in ogni situazione, e non la verità falsata, era ed è l'unica via da percorrere anche oggi, a costo di grandi sacrifici e negazioni. Mi ricordo ancora oggi di aver rubato delle caramelle dal negoziante. La vergogna che portavo appresso tutti i santi giorni, per quella stupida bravata, non lo avevo fatto perché mi mancavano dei soldi, no, per puro scopo, solo per vedere e sentire come ci si stava. Dopo quell'esperienza, non lo feci più, lo spirito di verità e di lealtà, cominciò ad impossessarsi di me ancora di più, quel gesto stupido mi faceva sentire sporco, mi faceva sprofondare nel baratro dei bastardi, dei pochi di buono, mi sentivo mancare dentro, non potevo far finta di niente. Ero perseguitato. Fu questo gesto che esaltò le mie qualità. Rubare, mi ricordo, sarebbe stata l'ultima cosa che avrei rifiutato di fare a qualsiasi costo. Tutto questo mi aveva, e mi ha, fatto capire che la verità si trova all'interno di noi, tutto quello che c'è all'esterno è soltanto superficiale. Tutto quello che si deve capire è lì, nel tuo intimo, nella parte più nascosta di noi, nell'ascoltarsi. Come quando si parla con la propria fidanzata senza neppur aprire bocca, solamente con lo sguardo, con i movimenti del corpo, con sensazioni che arrivano dal nulla. Sensazioni che anche se sono descritte non possono mai toccarci allo stesso modo, no perché è quello il vero miracolo, che non possono essere ne descritte ne vendute. I sentimenti e l'amore possono essere solo vissuti. Questo è il più grande dono che la natura ci ha fatto, e chi non n'è mai venuto a conoscenza non saprà mai qual è la sua forza.

Ritorno in me dopo una buona mezz'ora perso nei sogni. Mi alzo dal letto indolenzito dovuto alla posizione fetale che il corpo ha assunto, mi stiracchio un po' facendo attenzione ai movimenti bruschi, il mio corpo ora riprende le sue normali funzioni, lo sento flessibile, caldo, piacevole, tutto, ora è più familiare. Sento il sangue scorrere in tutto il mio corpo, sembro rinato. Questo piccolo riposo mi dona un'energia fresca, mi si sono rifocillati tutti i tessuti, tutte le cellule, vibro di salute. Mi alzo gioioso e spumeggiante e vado in cucina. C'è mio fratello che sta guardando la tv, ci salutiamo solamente, poi, visto che lui non parla, apro bocca per primo dicendo; " Beppe, che hai fatto oggi di bello? ". E lui, si limita a rispondermi. "Sono andato con un mio amico allo stadio, poi mi sono fermato al bar, e sai chi ho trovato al bar?". Mi dice con sorpresa. "Chi ". Dico io. "Ho trovato il tuo amico Antonio con una ragazza, pare abbia detto si chiamasse Alessandra ". "Ti hanno detto qualcosa? ", replico incredulo. "No, no, Antonio mi ha solo salutato e mi ha detto appunto che era con sta tipa, Alessandra, poi basta, sono tornato a casa ". Resto un po' sulle mie, alla tv danno un film d'azione che ora non mi va di vedere, riattacco e chiedo a mio fratello se allo stadio si è divertito. Lui, risponde con tono asciutto che non è stata una bella partita, però, tutto sommato, ha passato un buon pomeriggio. Si è divertito a vedere le cariche dei celerini addetti alla sicurezza, me lo sta dicendo in un modo così divertito che ad un certo punto m'irretisco e gli chiedo; " Senti Beppe, ma come fai a divertirti quando succedono questi incidenti? ". E lui, mi replica in modo educato. "Mi divertono perché c'è tutta questa tensione no, senti che sta per esplodere da un momento all'altro, poi vedi che tutto si concentra in pochi minuti. Botte a destra e a sinistra, tutti che scappano o rincorrono, ognuno al suo posto, c'è chi riceve e chi dà. E' come andare all'arena se ci fossero ancora i gladiatori, non ti pare? ", dice scherzando ma in modo formale. Resto lì, come un ebete ad ascoltare i suoi miseri discorsi. "Non mi sembra che tutto questo abbia senso ", gli dico dopo un attimo di smarrimento. "Sembra piuttosto stupido andare allo stadio solo per quello, che ne dici? ". "No, che non lo è, è anzi bello soprattutto per quello, almeno così ti estranei un attimo dal solito tram tram", replica mio fratello. Sentito questo, mi viene voglia d'impartirgli una sonata verbale. Incomincio ad elencare tutti i motivi che secondo il mio punto di vista sono validi per non accettare questo verdetto, questi futili episodi. Gli ricordo che non è così che va interpretato il gioco del calcio, e non solo quello, gli chiarisco espressamente che non è quello il modo d'interpretare lo sport, tutti quei casini non succederebbero se la gente che li provoca fosse più corretta, più consapevole. "Solo una testa vuota, può andare allo stadio per provocare risse", gli dico un po' irrigidito. "Dov'è il senso di giusto in tutto questo?, dov'è andata la gente con l'animo buono e la gente con sensato modo di fare? ", ribatto teso. Mio fratello dice che è tutto lo stesso, vuole farmi credere che c'era e non c'è niente da fare. "Così stanno le cose". M'irretisco ancora di più, comincio ad urlargli addosso. "Ma come fai a affermare che è tutto lo stesso, non ti rendi conto che quello che fai tu, quello che non fai tu, è la stessa cosa che fanno i facinorosi? ". Mi guarda un po' di traverso e pensieroso, poi. "Ma Ocram, come fai a classificarmi uguale ai facinorosi?, non mi sembra di averti assicurato che ho partecipato, sono solo stato un testimone dell'evento e mi sono divertito un po'". Lo guardo con compassione. Certo, capisco che non tutti sanno di essere responsabili delle proprie azioni, ma come si fa a non rendersene conto in certe circostanze?. Comunque obietto. "Beppe, tu sei uguale se non peggio di coloro che hanno acceso tutti i casini, non ti rendi conto che sei stato presente a disordini con spargimento di sangue e ne sei anche felice?, come puoi esserne felice? ". E lui. "Non penso di essere l'unico responsabile di tutto ciò, non ti pare? ", ribatte ansioso. "Certo che lo sei, tutti quelli che erano li allo stadio ne sono. Tu, voi, avete contribuito in modo passivo all'evento e non avete fatto niente per evitarlo. Lo sai che tu puoi fare qualcosa e non lo fai?", continuo. "Guarda che non sono uno che fa i miracoli, non sono Ghandi che metto tutti in sit-in a terra e fermo quello che tu chiami coinvolgimento. Cosa credi, che mi entusiasmi in maniera così spudorata quello che è successo oggi? ", mi ribatte Beppe seccato. Ed io. "Ti assicuro che tu, voi, potete fare qualcosa, solo che non lo volete fare, tutto qua. Vai a vedere gente che tira calci ad un pallone, che guadagna miliardi e vi riempite anche di botte, ti sembra normale?. Perché non lo guardi sotto un altro aspetto?. E' normale secondo te, che un giocatore di calcio guadagni suon di miliardi e un dottore, che ha studiato per trent'anni e salva vite di umani, prenda si e no un decimo di stipendio, ammesso che lo prenda?. Non ti rendi conto che contribuisci a tutto questo?. Tu che vai allo stadio, paghi queste cose, evolvi lo star sistem, contribuendo a ciò, non fai che rafforzare tutto quello di cui è, non è vero? ", gli ribatto con forza. Lui ora un po' più ansioso. "Senti Ocram, per me quello che dici mi va bene, però non penso che tutte le colpe siano mie o di quelli che erano allo stadio, ora mi sa che stai esagerando". Ancora più seccato. "Ha sì, ti sembra che esageri, lo sai almeno perché succedono tute queste cose?, perché la gente è stufa, non ne può più, trova una scusante per esplodere. E' normale no. Uno arriva alla domenica stressato dal lavoro e cosa fa se non sfogarsi?, come può trovare pace secondo te una persona in un mondo come questo?. Se un praticante di fumo, di quei tipi che prendono soldi a palate per le cazzate che fanno, è più stimato, più lodato di coloro i quali donano solidarietà, come fai a non sentirti colpevole di tutto questo?. Non sarebbe più giusto pagare di più quelle persone che dopo otto, nove ore di lavoro, fanno anche servizio di volontariato?. Quelle persone che donano la loro vita per gli altri, il loro amore, la loro esperienza, la loro anima. Ti rendi conto che la gente bisognosa E' sempre esistita e che se andremo avanti di questo passo lo saranno sempre?. Non vedi che il povero E' sempre stato POVERO, il ricco, RICCO, che quello povero ha solo doveri e non diritti, che tocca sempre a lui pagare. Come mai secondo te, quelli che dovrebbero pagare di persona, SONO SEMPRE FUORI?. Ti sembra giustizia questa?, ti pare che lo stato abbia sentimento in quello che fa. "Per il popolo, a vantaggio del popolo". Non hai mai visto un governo in tutto il mondo che abbia fatto qualcosa per cambiare tutto questo casino?, MAI, non ci sarà mai se le persone si comportano sempre allo stesso modo. Come si fa a affermare che è tutto lo stesso, non ha senso. E' dall'individuo che la società deve cambiare, nel singolo, non nella massa. La massa è quello che fanno tutti, tutti sono coinvolti e inconsapevoli. L'individuo E' quello che può e che deve trasformare tutto questo in modo diverso, cominciando dalle piccole cose, ad esempio, dall'amare tutto quello che ti è donato dalla vita, dall'esistenza. Come puoi predicare di fare del bene agli altri, se tu sei il primo a non volertene?. Tu credi di volertene, ma non lo fai. La gente crede di volersi bene, ma non lo fa. Non puoi nasconderti dietro ad un vaglia postale per l'aiuto umanitario, quando non ti saluti nemmeno con i tuoi vicini, quando per un pezzo di terra, che non è tuo. "Ti è stato donato". Ti scontri con i vicini a suon di insulti se non peggio. Ti sembra sia servito a qualcosa mandare tutti quei soldi giù in Africa, ammesso che siano arrivati?. Oppure, sono serviti ad ingrassare i soliti maiali che se potessero ti ruberebbero anche l'anima?. Certo ora possono prenderti gli organi, perché con i soldi possono farlo giusto?; mandano qualcuno a sequestrare un bambino o un ragazzo, si prendono quello che serve e tutto va a posto, giusto?. Ma questo è solo futile quando si rendono conto che ciò non è tutto. Possono portarti via anche il rene, il fegato, ma l'anima no', quella è sacra per qualsiasi essere vivente, gli puoi prendere tutto ma non quella. Questa è la vera risorsa di ogni individuo, questo è il vero miracolo, il tuo patrimonio, non ha eguali, non può essere toccata. Non una lama di coltello può intaccare ciò che tu sei, che tu hai per dono della vita stessa, dall'esistenza stessa. Vedi Beppe, quando siamo nati, eravamo tutti buoni, eravamo ricchi di tutte le qualità donateci dalla natura, dall'amore. Poi la nostra società ci ha messo davanti ad un bivio, c'è chi è restato umile e virtuoso, e c'è chi è diventato egoista, ipocrita, e tutte quelle cose che hanno portato a questo oggi. Noi siamo nati puri come l'acqua di sorgente, limpida, fresca, viva. Puri come l'aria. Trasparenti come un raggio di sole caldo e libero. Il bambino, noi tutti, siamo verità assoluta. I bambini non si nascondono dietro falsi pregiudizi o ipocrisie, diventano impuri, privi di vitalità e di freschezza, pieni di maschere, gli è imposto dalla nostra società. E' da bambini che bisogna insegnare loro cos'è la bontà, cos'è l'amore, cos'è l'umiltà. E' da piccoli che apprendono le cose sia buone che cattive, quindi è colpa soprattutto degli stessi genitori, che a loro volta hanno ricevuto lo stesso trattamento, e per questo dovevano cambiare consapevolmente ciò. E' dalle scuole, dal lavoro, dalla società stessa, la stessa religione, se poi da grandi sono quel che sono. Sono in balia. C'è comunque una minoranza che fortunatamente non è così, perché sono nati con cromosomi diversi, con cromosomi puri, intoccabili dall'esterno, alcuni di noi hanno delle proprietà che nel tempo si distinguono e questo mi rende felice, entusiasta".

Detto questo, mio fratello resta di stucco, non sa più cosa fare e dire, si gira e rigira nel divano, lo vedo farfugliare qualcosa ma è del tutto inutile, forse ho esagerato ma si meritava una lezione, penso. Lo guardo ancora per un attimo, lo saluto. Lui, mi fa cenno di aspettare. Mi fermo e resto immobile, come una statua che aspetta che qualcuno si accorga di lei. Beppe, mi si avvicina e mi dà una pacca sulla spalla, gli rimando un sorriso amichevole, assicura che è tutto vero quello che gli ho appena detto, ma lui non sa come comportarsi per cambiare le cose. Lo guardo con compassione e lo conforto, gli affermo che è tutto apposto lo stesso. "L'importante è che capisci il messaggio", gli confermo calorosamente

 

Fine prima parte

 

Seconda parte

In settimana mi diverto a giocare con il computer regalatomi da mio fratello, un maniaco in grado di fare qualsiasi cosa, addirittura, una volta l'avevano pure chiamato a lavorare in una azienda di livello internazionale. Ha risposto picche, ci gioca e basta, non gl'interessa passarci una vita sopra a lavorare. Mentre sto giocando, mi viene in mente di scrivere qualcosa. Comincio a scrivere di cose passate, di quello che è successo nella mia pur breve vita. Ad un certo punto mi torna alla mente che non ho più visto Josuè. Il semplice fatto di scrivere qualcosa della mia infanzia, di cose accadutemi, mi porta in modo spontaneo a ricordare Josuè. Come sembra lontano il ricordo del tipo, e come ora lo senta presente, all'interno del mio stesso essere, non so come spiegarmi questa sensazione. Viene quasi da pensare che sia proprio lui a scatenare in me tanta voglia di ricordarlo, forse viene in mente perché non l'ho più rivisto o forse è la mia immaginazione a creare questa sensazione. Fatto sta, che entro in uno stato comatoso. Tutto si ferma. Vedo e non vedo ciò che è all'infuori di me, sembra di essere all'infuori delle cose materiali che mi circondano, compreso il mio corpo, sono catapultato in una dimensione che non ho mai sperimentato prima, tutto è così tranquillo. Anche il mio stesso respiro si è calmato di colpo, ho amplificato il modo di sentire, di udire, percepisco cose che sono al di fuori della mia percezione, tutto è così strano ma invitante. Ricordo non aver mai provato questa strana ma bellissima sensazione. Una sensazione nuova e fresca, simile all'innamoramento, come quando t'innamori e ti è tutto così leggero, spontaneo. Sto nuotando in un lago, ma il mio nuotare non è uno sforzo fisico, ma piuttosto un volare a pelo sull'acqua. Questo ricordarmi le cose accadutemi, conduce sempre più il mio essere alla ricerca dell'equilibrio interiore, non ho mai fatto caso a questo, ma ora mi è chiaro. Sembra che tutto quello che è successo nella vita non sia altro che materiale per espandermi interiormente. Ho fatto un balzo in avanti dell'essere, ho riscoperto l'interiorità, mi sono risvegliato da un lungo letargo. Quasi non credo ai miei occhi, aver scoperto tutto questo grazie al semplice fatto di aver conosciuto per pochi attimi Josuè. E' lui che ora sta sussurrando all'interno del mio essere. Ed è lui, Josuè, che capitò davanti un giorno mentre stavo passeggiando con il mio fido cane lungo l'argine di un fiumiciattolo, il posto in cui avevo trovato Antonio a pescare. Con mia grande sorpresa ora non incute più timore. Sento salire un'emozione straripante, mi sento euforico, è oramai da circa cinque anni che non lo vedo, ed ora è li a pochi passi, come un fantasma. Lo posso sentire in tutta la sua fragranza, certo sembra sia anche un qualcosa di gustoso da assaporare, da annusare.

Riesco subito a rompere il ghiaccio e a chiedere come mai non l'ho più rivisto su all'eremo. Ma Josuè è impassibile. Non una piega o un cenno al mio indirizzo. Continuo a chiedere e più chiedo più Josuè sembra impassibile. Non gl'importa. Svanisce sotto i colpi incessanti della mia lingua, fino al punto di esaurire tutte le forze, però, ecco che all'improvviso Josuè si affaccia per la prima volta al cospetto e saluta in modo molto naturale e semplice. Resto lì disorientato. Non riesco a capire come mai ora mi si affaccia davanti in questo modo, il suo modo di fare mi manda in tilt, rende le cose ancora più difficili, almeno secondo la mia osservazione. Fa cenno di sedermi vicino e di restare in silenzio per un paio di minuti.

Sono passati venti minuti e sono ancora li seduto a gustarmi il momento delizioso che sento nascere dentro di me. Mi sento come un bambino, fresco, pieno di energia e di serenità. Ora tutto sembra avere un significato diverso, l'essere in semplice silenzio accanto a Josuè, mi riempie d'amore, si amore, penso sia solo questa la parola da esprimere, ammesso si possa. Una sola parola per dare il senso di totalità che sto provando. Josuè, mi chiede incuriosito della risposta, se sono contento di averlo rivisto. Gli rispondo che non l'ho più dimenticato dal primo giorno che l'ho visto, non so, è come se non fosse mai mancato all'interno del mio essere. Forse è una cosa che porto appresso fin dall'infanzia. E' ancora avvolto in un mistero il fatto che da bambino provassi le stesse emozioni che ora provo dinanzi a Josuè. Questo non è che un motivo di discussione appassionante e di estremo interesse. Gli chiedo, sostenendo il suo sguardo penetrante. "Josuè, mi puoi dare delle risposte a tutto questo?, ti sembra che stia esagerando o c'è un nesso in tutto questo?". E lui, allentando le difese. "Certo che c'è un nesso in tutto questo, quando eri bambino tutto era chiaro e limpido, perché eri pura essenza. Eri innocente come il cucciolo che succhia il latte alla madre. Tutta l'esistenza si riversava in te e tu ricevevi energia vitale data la tua trasparenza, dalla tua aperta disponibilità ad essa. Eri semplicemente un vaso vuoto da riempire d'amore, tutti i bambini nascono con queste qualità. Poi succede la vita. La vita è quella che ti si pone davanti per farti capire qual è la tua natura. Ti può togliere la fragranza, l'amore, la bontà, ma questo è solo un pretesto per farti ritornare bambino consapevole delle sue qualità. Quando le persone si ritrovano, ritrovano la loro anima, il loro centro, si catapultano di conseguenza nell'amore universale, tutto ciò che erano all'inizio del viaggio, lo ritrovano con fanciullesca consapevolezza durante la loro vita. E questa che tu chiami mistero non è altro che l'amore". Sentite queste dolci e fragili parole pronunciate da Josuè, m'intenerisco e quasi mi metto a piangere dalla felicità. Quello che ha detto è sempre stato all'interno di me, ed ora che ho udito ciò, ne sono ancora più felice. Sembra che tutto quello che ho appena sentito sia uscito dalla mia bocca, tanto è universale il linguaggio che parla Josuè. Continuo a massacrare Josuè con domande a ripetizione, lo incalzo a tutto campo. Lui, come prima, si ritrae e non apre più bocca. L'ascia che parli per dieci buoni minuti. Fa cenno mormorando divertito che se ne deve andare. Io, mi blocco di colpo e gli dico di restare ancora per un attimo. Mi assicura che non ha voglia di ascoltare tutte le domande e che non servono a niente. "Sono solo pattume", risponde in modo sbrigativo. Lo guardo un po' divertito e gli dico. "Come sono tutte pattume, cosa vorresti insinuare?, non ti sto chiedendo delle stupidaggini". E Josuè. "Certo che lo sono, ma non nel senso che lo intendi tu. Non sto dicendo che le tue domande non siano precise o che non abbiano senso è solo che sono solamente parole, parole, parole, e tutte queste parole non servono assolutamente a nulla. Tu non sei quelle parole, sei di più, sei..." e resta zitto. Gli chiedo cosa sono. Risponde che non sono, cioè che sono tutto e niente, vuoto o colmo d'amore, universalmente amore.

Vedo svanire Josuè in lontananza. Raccapriccia il fatto che forse non lo rincontrerò più per diverso tempo. Quei pochi istanti passati assieme, donano la forza e l'energia al corpo di continuare il cammino verso casa. Mi tornano alla memoria le belle parole pronunciate da Josuè, sono estatico e ansioso di raccontarlo ad Antonio, sicuro che ora s'incuriosisca e stia ad ascoltare.

La sera, dopo aver cenato con mio fratello e aver parlato di scuola e libri, dato che lui doveva uscire con una ragazza, telefono ad Antonio e lo invito a bere una birra a casa mia. Arrivato, mi presto tutto euforico e colmo di energia. Lui, subito, non sembra molto interessato a quello che gli sto a dire, poi, man mano che parlo di Josuè e delle sue splendide parole, vedo crescere ad Antonio un misto di curiosità e coinvolgimento. Si vede che fa effetto, almeno così sembro aver capito in quei pochi minuti di conversazione, poi, scopro sconsolato che il tutto non è una curiosità tipica di chi sta ad ascoltare, ma è bensì il suo stato d'animo che ha cambiato tono ed effetto. Si è appena fatto una canna ed è arrivato a casa mia ancora un attimo prima di andare fuori di testa. Constatato che è proprio così, dico ad Antonio quando pensa di smettere con il fumo. Lui, incurante delle parole, canticchia fra se' una canzone familiare, non sembra dar peso ai miei avvertimenti. Visto che non ottengo nulla di buono, mi metto a ridere come un matto, tanto ho capito, non c'è niente da fare, è fatto così. Gli piace troppo farsi le canne e non posso certo farlo uscire da qualcosa che gli va di fare. Oramai è da anni che si fa e sono altrettanti anni che cerco di farlo smettere senza successo, ho capito che è tutto inutile. E' lui che deve sentirsi in grado di farlo se ne ha voglia. La serata che volevo trascorrere si tramuta in un casino. Antonio, comincia a tenere discorsi assurdi sulle ragazze; afferma che vuole scoparsele tutte, anche quelle con i peli sulle gambe. Addirittura continua a ripetere che per soldi scoperebbe anche sua madre. Io, non riesco più a trattenermi dalle risate. Mi viene perfino il mal di pancia da quanto forzo la risata, fa male addirittura la bocca da quanto la tengo aperta. E' come se un dentista si fosse dimenticato il divaricatore per qualche ora e che nel toglierlo si fosse bloccata da un crampo. Tutto quello che volevo dire ad Antonio, si trasforma in una serata all'insegna della pazzia, ora ne sono coinvolto anch'io. Antonio, vedo, fa un'altra canna, e così vado anch'io fuori di testa. Cominciano a venirmi i primi sintomi di pazzia allorché mi metto in piedi sopra la tavola con una scopa in mano, nudo, a schitarrare come un pazzo schizofrenico. Antonio, visto l'andazzo si lascia andare ad uno strip esagerato che finisce sul divano e con fare da porno attore si esprime in una vistosa e sonora smanettata. Se in quel momento fosse entrato mio fratello, avrebbe sicuramente fatto il 113, o addirittura il 118, servizio psichiatrico.

La serata fu unica. Dopo aver consumato un paio di birre a testa, ad Antonio viene la strana e pazza idea di andare a fare un giro in un locale sexy. Presa la macchina dal garage e salutato il mio cane, che peraltro ci guarda esterrefatto, c'immettiamo in strada, insicuri del nostro andare, non sappiamo bene cosa stiamo facendo, però ormai è fatta, si deve concludere con il botto. Arriviamo ad un toples-bar nel centro città, dopo aver fumato un'altra canna. Entriamo e non riusciamo neppure a conoscerci a vicenda. Ci prendiamo due ragazze e le accompagniamo ad un divanetto, parliamo un po' del più e del meno. Nel frattempo le tocchiamo a vicenda senza disturbarle. Loro, si lasciano fare senza nessun ritegno. E' da tanto che non tocco una ragazza, e in queste condizioni tutto è così semplice. Questa sera, ho voglia di fare sesso e dato che dobbiamo finire con il botto le portiamo a casa mia. Antonio, lo parcheggio in camera mia, io, mi metto sul divano. Mentre faccio sesso, passano davanti ai miei occhi come in un film, tutte le scene che ho fatto prima di uscire, mi viene anche da ridere, ma oramai l'eccitazione è troppo alta e nel momento del piacere più intimo mi trapassa davanti un'altra figura. Questa la conosco molto bene, è la figura di Josuè. Rimasto in comune silenzio per un paio di minuti, torna sempre più insistente il volto di Josuè. Non fa che procurarmi strane sensazioni, non riesco a capire se è frutto della mia esperienza diretta, o se è una fantasia creata dal troppo fumo o dalle birre che ho bevuto. Nello stesso istante tutto questo appare logico, è nata in me' una nuova sensazione. L'aver approfittato seppur consensualmente, di fare del sesso con una prostituta, fa nascere in me una nuova consapevolezza. Come posso sentirmi in pace e sereno avendo tratto piacere da una persona costretta dal lavoro e dai soldi, a fare tutto ciò?, se lei non capisce che sta sbagliando, come posso approfittarne senza sentirmi in colpa?. Scomparso il volto di Josuè, mi ritrovo la ragazza tra le braccia. Non capisco come faccio a trovarmi in questa situazione, sono sorpreso. La tipa, una certa Gessi, mi si accoccola abbracciandomi sul collo e sostiene che starmi vicino la fa sentire a casa. Le do la sensazione di essere nel suo rifugio, mi dice contenta, ed io, che non riesco a capacitarmi di tutto questo, ne resto contento e divertito. Forse comincio a capire qual è il significato di tutto ciò. Il mio stato di quiete, il mio semplice essere, da sensazioni esterne che sono captate solo da persone che sono più sensibili. Si affacciano dinanzi nuove esperienze. Ora posso capire come mai i miei atteggiamenti sono diversi da così tanta gente, il solo fatto di aver compreso la mia natura, mi fa danzare in un vortice di colore e luce. Come mai non ne ero venuto a conoscenza prima, mi chiedo senza sosta, tutto quello che ho fatto e provato è forse la via per il raggiungimento del mio potenziale spirituale?, o questo è soltanto un piccolo tratto di strada che devo percorrere?. E' chiaro perché il dubbio mi perseguiti da tutta una vita, ho già intuito qualcosa e quel qualcosa mi dà la sensazione che sia reale. Solo quello che proviene dal mio essere è reale, tutto il resto è solo il desiderio di conquista. Come ho fatto a non capire che tutto lo sforzo fatto in tutti questi anni non è servito a nulla, che è tutto fumo quello che ho sempre desiderato?. Ho capito, finalmente, perché l'amore è l'unico nome che si può dare al tutto, tutti i problemi che di solito intrecciano la mia vita, non sono altro che una mancanza d'amore per il tutto, per tutte le cose che esistono. L'amore ho capito, è luce, e dato che è tale t'inonda, ti rende gioioso. E' talmente forte la luce che emana l'essere in amore, che tutto quello che ti circonda cambia aspetto. Tutto diventa speciale, sublime. E' talmente forte la luce che emana che ti abbaglia. Ti abbaglia così intensamente che diventi cieco, è così intensa che ci vedi solamente con il cuore. Solo con il cuore ci può essere visione amorevole, ed è per quello che nulla più ti preoccupa. Tutti i problemi che prima mi affliggevano, ora svaniscono, sono insignificanti. La gioia che scaturisce l'amore, sfocia in una fioritura che ha per fine la fragranza, la divinità. Tutto questo però lo si capisce vivendolo, assaporandolo. Per scoprire tutte le sue sfumature, devi entrarci con tutto l'essere, con tutta la forza che hai. Quando tutto questo ti accade, arrivi a comprendere che sei anche vulnerabile. Sei talmente vulnerabile, che puoi essere ferito in qualsiasi momento, perché ti esponi e nell'esporti ti apri, non hai più la corazza che ti fa da scudo. Questa è la paura che hanno le persone mediocri, le persone che non sanno vivere totalmente. Si nascondono dietro false ipocrisie. Il vero innamorato si lascia trasportare dal flusso di energia che lo ha invaso, che lo rende inerme. Il vero innamorato non conosce la paura, perché è cieco, è luce, amore. Il vero innamorato, lascia alla persona che ama, il sacrosanto diritto di realizzare i propri sogni, le proprie speranze, senza intralciare o infrangere i suoi desideri. Se manchi di rispetto, manchi d'amore. Se la persona che ami, entra nel tuo silenzio, distruggendolo e contaminandolo, non ti ama. Se vuole il tuo possesso, infrange la legge dell'amore, perché l'amore è libertà. Ora ho capito che quando mi ero innamorato, mi ero innamorato della sua bellezza, e lei era bella perché era libera. E' la libertà che dona la grazia e la bellezza alla persona che ami. Anche in natura, è la libertà che dona la bellezza. Guarda gli animali, sono belli se sono liberi. La loro bellezza è scaturita dalla libertà, perché è lei che t'incanta. Se rinchiudi o metti in gabbia un qualsiasi animale, lo uccidi. Non lo uccidi fisicamente, lo uccidi come essere. La forza scaturita da una rondine in volo, è la vera bellezza. Prova a rinchiuderla, sarà tua, è tua, ma l'avrai uccisa dentro. Guarda un cane alla catena, ti sembra contento?. Se potesse parlare cosa ti direbbe?. La libertà porta con se una bellezza unica, e l'unica cosa che ti porta felicità, come puoi toglierla alla persona che ami?. Se l'amore non vi rende liberi, quello non è vero amore, è solo un falso modo di viverlo. Tutte le cose che non ti danno il senso di libertà sono false, sbagliate. Vivi libero e sarai sempre in amore. L'amore vissuto in libertà, è l'unico metro di misura che la natura conosce. Ed ora che tutto questo esce chiaramente dal mio cuore, non mi resta che trasmetterlo, diffonderlo. Solo trasmettendo questo stesso sentimento mi torna centuplicato. Solo donando può esistere uno scambio con l'esistenza stessa. Solo donando amore ricevo amore, il contrario non è possibile. L'amore genera amore. Non guardo più cosa fanno e cosa dicono gli altri nei miei confronti, solo il mio agire con semplicità, con passione, con consapevolezza dona amore alle cose che faccio. Mi sembra sempre più chiaro che qualsiasi cosa uno faccia, se non lo fa con amore, con il cuore, non riceve altro che amarezza e frustrazione. Anche il semplice calpestare un fiore senza un motivo valido, è un atto di non amore. Certo questo non è tutto, ma è sicuramente la strada da seguire, ed è l'unica via da percorrere.

Al ritorno dal topless bar, dove abbiamo riaccompagnato le due ragazze, siamo ancora su di giri per la serata trascorsa. Guardo Antonio per un attimo per cercare qualche segnale, qualche cosa che mi dia la sensazione di veridicità, visto che sono ancora sospeso nei miei sogni, nelle mie fantasie peraltro veritiere. Chiedo se va tutto bene. Mi risponde che è un po' sotto sopra, che non gli è chiara una cosa. Da un po' di tempo sente uno strano malessere al torace e in confidenza, mi dice sconsolato, si sente una gran fitta sopra la punta dello stomaco. Lo ascolto con apprensione. Mi rattrista il fatto di sentire Antonio lamentarsi per la salute, io, che l'ho sempre esortato a trascorrere una vita più sana, più regolare ed ora, visto che mi sta parlando in un modo sconosciuto e peraltro di una cosa che può essere anche di vitale importanza, sento di donargli tutto il mio affetto, tutta la mia comprensione. Ora sembra che il tempo si sia fermato o accelerato, non posso capire qual è la sensazione che il mio corpo sta provando, si mescolano dei tremolii a delle improvvise scariche di adrenalina che paiono incendiare il corpo. Arrivato a casa di Antonio, lo accompagno e lo conforto, gli dico che probabilmente ha esagerato con il fumo e che l'indomani mattina si sentirà molto meglio.

La mattina seguente, vado subito a casa di Antonio, ne esce sua madre piangendo, capisco che è successo qualcosa, lei, mi fa cenno di entrare. Entro e mi accomodo in salotto, il solito salotto dove tante volte ha annusato tutto quell'odore di erba, quel salotto, che se potesse dire la sua, sicuramente contesterebbe ad Antonio l'uso indiscriminato di esso. Sua madre mi si avvicina con una tazza di tè, la bevo, anche se non è quella la sostanza di cui ho bisogno. Si siede a fianco e mi dice; " Antonio è ricoverato al centro tumori dell'ospedale di Bologna". Resto di sasso al sentire queste parole. Nasce in me un profondo sgomento, a stento non si tramuta in lacrime. La madre di Antonio mi prende una mano e me la stringe in modo umano, quel modo che ti riempie di calore, di speranza, mi si stringe il cuore, non avrei mai immaginato che Antonio si trovasse ora in questo stato. La madre cerca di spiegarmi con parole dolci la situazione, io, nervoso, cerco di nascondere la mia impazienza facendo domande un po' vaghe e senza grandi pretese. E' una commedia recitata ad arte quella che stiamo tenendo io e la madre di Antonio, oramai è palpabile che i nostri discorsi servono solamente da anestetico. Per tagliare corto dico a sua madre che nel pomeriggio vado a trovarlo, lei, con un gesto semplice di consenso sprofonda in un disperato pianto da madre, quei pianti che ti tolgono anche il più piccolo appiglio che resta, forse la speranza è la sola cosa che nel mio intimo fa ancora restare fiducioso, così esco e m'incammino verso casa. Dopo avere pranzato, svogliatamente, parto con l'auto verso Bologna. Strada facendo, mentre sto ascoltando alla radio una canzone melodica, New-Age, mi appare come un lampo, il volto di Josuè. Quasi sbando andando a sfiorare il guardrail. La figura di Josuè compare e scompare a seconda degli eventi, viene in mente, forse il richiamo del vecchio è scaturito dalla mia predisposizione o forse dalla disponibilità meditativa, fatto sta che fino all'ospedale non appare