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Recensione al 2° Racconto breve: "Allibisco: una sera fra le 18 e le 21" di Nina Poidomani A cura di Rosario Lavorgna* La rabbia, il dolore, l'angoscia per un mondo assurdo, contraddittorio, provvisto di un suo stereofonico "pantarei" al contrario, muove la penna dell'autrice in questo suo secondo racconto breve dal titolo più che allegorico: "Allibisco: una sera fra le 18 e le 21". Rabbia per una diversità incommensurabile che rende i bipedi simili ai quadrupedi, in un eccesso di invidia per quella naturale libertà dei secondi che nei primi si tramuterebbe inevitabilmente in anarchia. Un quadretto surrealista e globalizzante quello di Nina, una voglia smodata di fuggire via dalle sensazioni di "vomito" che la realtà dell'esistenza materializza e sottolinea. Il ritorno a quella realtà post verghiana sostanziata mirabilmente dagli 800 chilometri che dividono Roma dalla Sicilia. Torna Nina, ritorna 'forzatamente' alle sue scatole, la TV, il video, il computer, in un ascesso di noia e paranoia difficilmente curabili dalle forbite idiosincrasie del miglior Freud. Gli amici, la Tv, i programmi tanto vuoti quanto stereotipi di una esistenza crudele e mai diversa, immutabile e collassata in una stato di indicibile "confusione". Il letto, il riposo, la riflessione, il vino. Si riesce a vomitare di tutto oggi, anche "per un programma che ti annoia parlando del pianeta" - forse anche uno che parlerebbe di noi stessi, granelli infinitesimali di sabbia nel deserto del silenzio. Eppure ci si aggrappa, Nina si aggrappa a realtà meno enigmatiche, meno fatiscenti. Cerca di non continuare ad allibirsi in una società dove l'immagine è la sicura promessa di ciò che non è e che non sarà mai. "Finge di essere..." l'autrice, di vivere, o sopravvivere in questa giungla di uomini e di alberi, nella quale i secondi cedono malvolentieri il posto ai primi sempre più sfrond(t)ati. "A volte è meglio immaginarsi che viversi..." ribatte Nina, la cui indole sembra essere inclinata alla virtualità a causa di una realtà maldestra e sinistra. Vomita tutto, tutto ciò che la rende creatura fragile ed in balia dei moti dell'universo come delle mode degli uomini e delle frenesie scontate di una vita sempre più lontana dalla realtà delle esigenze umane. Poi l'eccesso, l'incarnazione del problema e della sua risoluzione nel gesto estremo, cantato, sussurrato docilmente come per allontanarlo dalle ipotesi d'azione. L'estremo canto alla vita che non c'è o che non si sente tale, come una purga post moderna contro l'assenza del respiro libero in un regime cerebrale. E' il subconscio ad esprimersi, ad essere padrone indiscusso di questo secondo racconto, scritto alla velocità del pensiero con indole lucida, estemporanea che riesce a rivoluzionare un'angoscia attraverso il 'vomito', la naturale espulsione di indigesti e sciapiti vuoti esistenziali.(6.06.01 ore 11:24)
* Giornalista editorialista direttore responsabile di V@ltelesinanews.com "(quotidiano telematico d'informazione) vice direttore responsabile di "Athenaeum" (mensile dell'Accademia Partenopea di politica e cultura e costume)
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