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Tra musica lirica e...classica

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Studi e Recensioni  a cura di Angela Raffaella Barile

 

COL DON CARLO SI INAUGURA L'ANNO VERDIANO AL SAN CARLO DI NAPOLI 

Con la Prima del 24 aprile scorso, il San Carlo non poteva commemorare il centenario della morte di Verdi se non riproponendo al pubblico napoletano, ben dopo 17 anni, il Don Carlo,una delle opere più complesse e complete della tarda maturità del compositore. L'opera tratta dal Don Carlos di Schiller, e adattata a libretto da Joseph Méry e Camille Du Locle, nasce come grand-opéra e viene messa in scena a Parigi l'11 marzo del 1867 alla presenza di Napoleone III, e non é un successo. E' uno spettacolo in 5 atti, di vaste proporzioni, con lunghe scene effettistiche, ricche di balli e di azioni coreografiche. La versione italiana eseguita alla Royal Italian Opera House di Londra, e poi al Teatro Comunale di Bologna nel 1867, riporta un vero trionfo. Verdi stesso provvede a snellire l'opera, sottoponendo la partitura a una revisione globale;attua una serie di tagli che portano ad un nuovo Don Carlo, in 4 atti e senza balli. Questa nuova versione é rappresentata alla Scala di Milano nel 1884. Il Don Carlo é opera storica in quanto attinge personaggi e situazioni dalla Spagna di Filippo II, intorno al 1560, durante i moti di rivolta nelle Fiandre.Viene però in parte rimaneggiata e falsificata sia da Schiller che da Verdi per renderla aderente alla loro concezione poetica e politica.Nella realtà ,infatti,Carlo é un giovane epilettico,violento e dissoluto, in forte contrasto col padre, Filippo II, ed é già morto all'epoca dei moti fiamminghi. Nel dramma invece é idealista e passionale; s'innamora di Elisabetta di Valois, seconda moglie del padre. Confessa il suo amore all'amico Rodrigo, Marchese di Posa, che lo invita a dimenticare quel sentimento impossibile e a dedicarsi invece alla difesa delle Fiandre oppresse da Filippo II. In questa scena (atto I-parte I) si svolge il duetto bipartito tra Carlo e Rodrigo. La melodia del Cantabile "Mio salvator, mio fratel, mio fedel" si trasforma in declamato che confluisce in una breve Cabaletta. Nella Stretta "Dio, che nell'alma infondere" il tema dell'amicizia si configura in un motivo appassionato e gioioso e si realizza in un patto tra i due per la libertà del popolo fiammingo. Il Finale dell'atto I esordisce col dialogo politico tra Rodrigo e Filippo, un duetto tripartito in cui risaltano lo scontro ideologico tra i due, l'indignazione di Rodrigo per le repressioni fiamminghe e la sua aspra e nobile invettiva contro l'assolutismo del re.Il declamato di Filippo assume un tono freddo. Nella prima parte dell'atto II si assiste al mirabile duetto dell'inganno tra Don Carlo e la Principessa d'Eboli (travestita da Elisabetta) che lo ama in segreto, il tono enfatico di Carlo si affievolisce, lui la respinge e lei giura di vendicarsi. La scena dell'incontro notturno si svolge nei giardini della reggia in un'atmosfera intima, al chiaro di luna, in cui l'amore viene svelato ma verso la persona sbagliata. In forte antitesi con la riservatezza di questa scena segue, nella seconda parte, quella incandescente, spettacolare, di massa del grande corteo e del rogo, in cui la passione di Carlo si scontra con la determinatezza del potere di Filippo II: un conflitto contro l'autorità che esplode nel rapporto padre-figlio. Carlo appare un uomo debole e indeciso, fragile e tormentato da una perenne inquietudine interiore. E' questa la scena da grand-opéra, scena corale dell'autodafé con i tre motivi del coro:del popolo devoto al re, della marcia dei frati che conducono gli eretici al rogo, del tema lirico della salvezza dei condannati. Nella ripresa dei motivi il terzo é cantato dalla Voce del Cielo, una sublime voce di soprano, che dall'alto esprime pietà per le miserie umane. L'atto III inizia con l'Aria più nota ed intimistica di tutta l'opera "Ella giammai m'amò" di Filippo II dopo un'introduzione orchestrale ricca di acciaccature e melodie sommesse. E' il momento emblematico della solitudine del potere; é la scena del re che piange perché é solo, pensa al figlio che si é ribellato ed alla storia d'amore tra Carlo e la regina; é assorto in profonda meditazione mentre i due doppieri stanno per consumarsi perché é l'alba; pensa alla morte che lo libererà ma intanto non prende alcuna decisione sul da farsi e di fronte al dilemma se essere padre o re affida il problema a colui che ha invocato tante volte con terrore nel corso della vicenda: il Grande Inquisitore. Tutta la scena risente di un cupo pensiero di morte che si materializza nella lugubre figura del vecchio e cieco Inquisitore, simbolo dell'oscurantismo e del potere temporale della Chiesa Cattolica. La scena é occupata da un duetto tra bassi (Inquisitore e Filippo II) di contenuto politico. Il ritmo di marcia di un oscuro tema simboleggia l'inquietante personaggio. L'opera é dunque particolare anche in questo conflitto tra Stato e Chiesa, accentuato dall'anticlericalismo di Verdi e dalle idee massoniche di Schiller. L'Inquisitore decide di sacrificare Rodrigo perché é più pericoloso di Carlo. Arriva la regina che denuncia che le é stato rubato un gioiello; Filippo trova nello scrigno il ritratto di Carlo e allora pensa che la regina é davvero innamorata di lui e l'accusa; Elisabetta sviene; giunge la principessa d'Eboli che si pente di aver messo il ritratto di Don Carlo nello scrigno e chiede perdono alla regina. Nella seconda parte dell'atto III Carlo é in carcere. Rodrigo gli confessa di essersi dichiarato lui stesso colpevole della sommossa; due uomini si introducono nella cella e uno di loro spara un colpo di fucile a Rodrigo che, prima di morire, informa l'amico Carlo che Elisabetta lo attende l'indomani a San Giusto.Rodrigo, il Marchese di Posa, é l'alter ego di Carlo; é un personaggio animato da slanci eroici e mosso da gesti di ardore; un nobile cavaliere, idealista e liberale, che finisce però per perdersi nelle sue stesse strategie, si rivela cioé prigioniero delle sue trame. E' legato a Carlo da una patto di indissolubile amicizia fino alla fine quando gli manifesta la gioia per aver sottratto alla morte il futuro salvatore del popolo fiammingo. A questo punto il tema dell'amicizia viene citato come motivo-reminiscenza, assumendo un andamento lento ed una vena malinconica nel momento del distacco. Il IV atto presenta Elisabetta inginocchiata ed assorta in preghiera presso il sepolcro di Carlo V e prega l'avo di trovare pace nel suo cuore; ricorda i luoghi della sua infanzia, la promessa a Carlo e poi le rinunce e le delusioni. Carlo la raggiunge per l'ultimo colloquio, ormai ha deciso di recarsi nelle Fiandre per adempiere la missione che Rodrigo gli ha affidato. Elisabetta lo incoraggia, anche se l'emozione é grande. Sopraggiunge Filippo che li sorprende insieme e affida Carlo al Grande Inquisitore. Carlo cerca di difendersi e indietreggia verso la tomba dell'avo. I personaggi, nell'opera, si rivelano sconfitti dalla necessità delle cose e dal continuo intricarsi delle circostanze, si trovano schierati l'uno contro l'altro per fatalità storica, senza che ci sia in loro una reale sostanza di colpa o di odio. Per questa storicistica imparzialità a cui approda la saggezza di Verdi, maturata dagli anni e dall'esperienza, si può dire che Don Carlo é il suo capolavoro e rappresenta il simbolo più alto del suo amaro realismo, servito da una tecnica strumentale e vocale estremamente raffinata.Verdi é giunto ormai ad una fase di transizione del linguaggio formale ed armonico-strumentale in cui le tradizionali forme chiuse cominciano nel loro interno a frantumarsi, per sfociare in un libero declamato melodico, più appoggiato sugli accenti della parola. L'orchestra sottolinea le sfumature del discorso drammatico. Le figure femminili rivestono un ruolo complementare perché sono poco importanti nella loro funzione. La regina di Spagna Elisabetta appare una figura granitica in quanto non può sottrarsi alla ragion di stato e per questa rinuncia alla felicità é prigioniera dei suoi sentimenti. Essa esprime una regalità mesta, essendo costretta a diventare regina, mentre desiderava per sé un altro destino. Il suo ruolo é ben interpretato dal soprano Dimitra Theodossiou. La principessa d'Eboli mostra l'irruenza del carattere di un'amante delusa, é sicura di sé, gelosa e vendicativa. Finisce poi per pentirsi del suo ambiguo comportamento. E' rappresentata dal mezzosoprano Ildiko Komlosi, cantante volitiva e di grande presenza scenica, che si distingue soprattutto nell'esecuzione della Canzone del velo (atto I-parte II). Dominano la compagnia di canto il tenore Vincenzo La Scola che sostiene dignitosamente il ruolo protagonista di Carlo ed il baritono Leo Nucci che, nel ruolo di Rodrigo, accoglie calorosi applausi per la sua bravura vocale ed interpretativa. Tre le voci di basso, peculiari per la diversità del colore e per il contrasto psicologico che esprimono: José Van Dam nella parte di Filippo II, enigmatico e disperato giudice di una storia triste; Vladimir Vlaneev, dal timbro di voce più scuro, nel ruolo dell'implacabile Inquisitore, e Manrico Signorini nella breve ma importante parte del Frate, il Deus ex machina, al quale é affidato il compito di aprire e chiudere l'opera. Nell'ultima scena la voce del Frate é fuori campo. E' un bel quadro finale, intimo e suggestivo, perché il sipario rimane aperto e dopo che Carlo scompare avvolto nell'oscurità della nicchia di Carlo V, si spengono le luci e restano accesi sullo sfondo solamente quattro doppieri. E'questa una conclusione soprannaturale coerente con l'inverosimiglianza della vicenda.Il Direttore Gabriele Ferro e l'Orchestra del San Carlo, nell'accentuare i chiaroscuri ricreano quell'atmosfera di solennità e quel pathos tragico che la storia dell'Infante di Spagna racchiude in sé. L'allestimento scenico é essenziale, tra scena e scena notevole é lo stacco. Per la scenografia e i costumi il regista Walter Le Moli si ispira alle tele del pittore del '600 El Greco, che riproducono lo spirito dell'ambiente spagnolo dell'epoca in cui si svolge l'opera. I colori sono cupi e mesti per sottolineare il conflitto dei personaggi, ma anche intensi, luminosi e belli come quelli della massa, del popolo, del coro che richiamano alla mente le scene da grand-opéra. (1.05.01)